Annunciata una proposta di legge dal deputato leghista Zoffili con pene fino a 15 anni per “gruppi Antifà”. Non è ancora depositata, ma segna un salto politico: trasformare il dissenso in minaccia alla sicurezza dello Stato.
Non è ancora una legge. Ma è già un segnale chiarissimo. La Lega ha annunciato la volontà di introdurre in Italia una normativa ispirata al modello statunitense per colpire movimenti antifascisti e anarchici, con pene fino a 15 anni di carcere per organizzazione, reclutamento o partecipazione a gruppi ritenuti “eversivi”. A rilanciare la proposta è stato il deputato Eugenio Zoffili, che ha esplicitamente richiamato l’esperienza americana e la linea adottata durante la presidenza Trump contro gli “Antifa”.
Al 25 marzo 2026, però, il testo non risulta ancora depositato alla Camera. E proprio questo è il punto: siamo di fronte a una proposta politica che anticipa un possibile intervento normativo, ma che intanto costruisce un terreno culturale e giuridico.
Un terreno pericoloso. Perché ciò che viene messo in discussione non è solo un insieme di pratiche o comportamenti, ma una categoria politica: l’antifascismo. Cioè uno dei fondamenti stessi della Costituzione italiana.
La proposta si inserisce perfettamente nella traiettoria già tracciata dai decreti sicurezza: non colpire più solo i reati, ma l’appartenenza. Non punire ciò che si fa, ma ciò che si è o si rappresenta.
È questo il salto. Non più singole condotte, ma interi ambiti politici e sociali classificati come “pericolosi”. Non più responsabilità individuale, ma costruzione di un nemico collettivo.
Il riferimento al modello statunitense non è casuale. Negli Stati Uniti, la criminalizzazione del movimento “Antifa” è stata parte di una strategia politica più ampia: trasformare il dissenso sociale e politico in questione di sicurezza nazionale. Ora quella stessa logica viene evocata in Italia.
Antifascismo come bersaglio
Non è un dettaglio. In un Paese nato dalla Resistenza, parlare di “criminalizzazione dei movimenti antifascisti” significa mettere in discussione un principio costitutivo della democrazia.
L’antifascismo non è un’opinione tra le altre. È il presupposto giuridico e storico della Repubblica. Equipararlo a una forma di eversione significa operare una torsione profonda del significato stesso della legalità democratica.
In questo quadro, la categoria di “gruppo eversivo” rischia di diventare una definizione elastica e politicamente orientata, dentro cui far rientrare movimenti sociali, collettivi, realtà antagoniste.
La costruzione del nemico
Non è la prima volta. Migranti, attivisti climatici, movimenti per la Palestina, sindacati di base: negli ultimi anni il discorso pubblico ha progressivamente individuato nuovi “nemici interni”.
Ora il passo ulteriore è istituzionalizzare questa costruzione attraverso il diritto penale. Non è necessario che la legge sia già in vigore. Basta annunciarla, discuterla, farla circolare. Il messaggio è chiaro: alcune forme di opposizione non sono più legittime, ma sospette. E quindi perseguibili.
Il fatto che la proposta non sia ancora stata depositata non riduce la sua portata politica. Anzi. Mostra come il terreno sia già pronto. Prima si colpiscono le pratiche. Poi si allargano le categorie. Infine si ridefinisce il perimetro stesso della legittimità. È così che la soglia si sposta.
Quello che ieri era conflitto sociale, oggi diventa ordine pubblico. Quello che oggi è dissenso, domani può essere definito eversione. E quando questo passaggio si compie, il problema non riguarda più solo i movimenti colpiti. Riguarda la qualità stessa della democrazia.
Perché qui non si tratta solo di sicurezza o di ordine pubblico. Si tratta di un punto di rottura. L’antifascismo non è un’opzione politica tra le altre. È il fondamento della Repubblica italiana. È il principio da cui nasce la Costituzione, scritta da chi ha combattuto e sconfitto il fascismo. Mettere sotto accusa l’antifascismo significa mettere sotto accusa la Costituzione stessa.
E allora il problema non è più chi protesta. Il problema è chi, oggi, prova a riscrivere i confini della democrazia.
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