Da Budapest a Düsseldorf, la caccia al fantasma degli Antifa


di Mario di Vito*


Processi, inchieste e teoremi In Europa nessuno si fida dei giudici ungheresi

La caccia agli Antifa in Ungheria non è certo finita con la sconfitta elettorale di Viktor Orbán. Il processo «vetrina» per i fatti avvenuti durante le celebrazioni neonaziste del Giorno dell’onore del 2023 ripartirà a settembre con il giudizio d’appello.

E la principale imputata, la 25enne tedesca Maja T., continua ad essere reclusa nella prigione di Budapest nonostante la sua estradizione dalla Germania sia stata dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale federale; nonostante le sue condizione detentive siano vessatorie e discriminatorie (l’Ungheria non riconosce giuridicamente le persone non-binarie come lei); nonostante la sua condanna in primo grado a otto anni di reclusione sia arrivata senza la produzione di prove: ci sono solo dei video di qualità pessima che la ritrarrebbero nell’atto di aggredire un neonazista, ma la procura non è stata in grado durante il dibattimento né di portare elementi scientifici (manca il Dna) né di trovare testimoni oculari del presunto crimine.

Il giudizio nei confronti di Maja T. è stato in tutto e per tutto politico. Prova ne sia, tra le altre cose, il fatto che i vari neonazi pure arrestati per le violenze che abitualmente accadono durante la tradizionale celebrazione delle imprese belliche delle SS non subiscono mai incriminazioni rilevanti e in genere vengono rilasciati nel giro di pochi giorni.

Che Budapest non sia in grado di offrire rassicurazioni sul piano delle garanzie processuali è del resto chiarissimo quantomeno nei tribunali di tutta l’Unione europea. A parte lo scandalo di Maja T., prelevata nottetempo dalla polizia e portata oltre il confine senza l’autorizzazione di un giudice, per gli altri antifascisti non è mai stata concessa nemmeno un’estradizione.

L’italiano Gabriele Marchesi ha avuto ragione davanti alla Corte d’appello di Milano nel 2024, anche se poi in Ungheria ha rimediato una condanna a 7 anni in contumacia. Nel gennaio del 2025 l’Oberlandesgericht di Jena ha detto no alla consegna di Johann G. Sempre in Germania, nello stesso periodo, Paula P., Emilie D., Clara W., Nele A., Luca S., e Moritz S. si sono consegnati alle autorità chiedendo e poi ottenendo di essere processati in patria nonostante i mandati d’arresto ungheresi.

Zaid A. è invece ancora nel limbo: il suo procedimento di estradizione è in corso in Francia e non ha ancora prodotto esiti definitivi. Rexhino Abazaj, Gino, è nella stessa situazione ma su di lui pende un mandato della procura federale generale tedesca. A Budapest, di fatto, è stato processato soltanto chi a Budapest è stato arrestato: Ilaria Salis (poi eletta al parlamento europeo e di conseguenza uscita di prigione), Tobias E. (reo confesso, condannato e poi trasferito in Germania nel 2024), e Anna M. (condannata a 2 anni con sospensione della pena).

Intanto, ancora in Germania, sono in corso due procedimenti piuttosto grandi contro militanti antifascisti accusati di varie aggressioni e di essere un’associazione criminale. Uno è cominciato lo scorso gennaio a Düsseldorf con sei imputati tutti soggetti a misure di custodia cautelare. Un altro va avanti dalla fine del 2025 a Dresda e vede alla sbarra sette persone.

Sono i cascami del Dresdner Linksextremismusprozess, conosciuto anche come «processo Antifa Ost» contro quella che i media locali hanno battezzato Hammerbande, la banda del martello. Fu il primo di questo genere. Una storia cominciata a Dresda nel novembre del 2020 con l’arresto di Lina E., accusata insieme ad altri tre di aver organizzato e messo in atto aggressioni contro estremisti di destra in Sassonia e Turingia.

Il 31 maggio 2023 la principale imputata è stata condannata a 5 anni e 3 mesi di reclusione contro gli 8 richiesti dalla procura. Nel pronunciare il verdetto, il giudice Hans Schlüter-Staats disse che «opporsi agli estremisti di destra è un motivo rispettabile» ma che il monopolio dell’uso legittimo della forza appartiene allo stato e nessuno può esercitarlo al posto suo.
La giovane antifascista è stata liberata sulla parola a maggio dopo aver scontato due terzi di pena. Un mese dopo è stata arrestata di nuovo per essersi rifiutata di testimoniare contro Johann G.


Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.

Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000

News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp