Cuba non si piega all’impero di Trump


Tra portaerei nei Caraibi, nuove sanzioni e accuse contro Raúl Castro, Washington rilancia la guerra politica contro l’isola. Ma Cuba continua a rivendicare sovranità, cooperazione internazionale e diritto all’autodeterminazione.

Gli Stati Uniti tornano a mostrare i muscoli contro Cuba. L’arrivo della portaerei Nimitz nel mar dei Caraibi meridionale, insieme alla flotta che la supporta, non è un dettaglio militare secondario: è un messaggio politico. Una dimostrazione di forza rivolta all’Avana, un altro tassello della lunga guerra economica, diplomatica e ideologica che Washington conduce da oltre sessant’anni contro la Rivoluzione cubana. Non bastavano l’embargo, le sanzioni, la persecuzione finanziaria, le pressioni sui Paesi che forniscono carburante, l’inserimento di Cuba nella lista degli Stati sponsor del terrorismo. Ora l’amministrazione Trump rilancia anche sul piano giudiziario e militare, con l’incriminazione dell’ex presidente Raúl Castro, novantaquattrenne, accusato per l’abbattimento nel 1996 di due aerei dell’organizzazione anticastrista “Brothers to the Rescue”. Un atto rarissimo contro un ex capo di Stato straniero, che assume un significato inquietante dentro il clima creato dalla nuova amministrazione Trump. Per l’Avana non si tratta di giustizia, ma di una manovra politica. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha denunciato il rischio che l’iniziativa serva a costruire una giustificazione per nuove azioni aggressive contro Cuba. La versione cubana è chiara: quei velivoli avevano violato ripetutamente lo spazio aereo dell’isola nel quadro delle provocazioni organizzate da gruppi anticastristi con base a Miami.

La storia è sempre la stessa: gli Stati Uniti pretendono di decidere chi possa essere sovrano in America Latina e chi debba invece rientrare disciplinatamente nel loro “cortile di casa”. È la vecchia dottrina imperiale aggiornata al trumpismo: portaerei, sanzioni, tribunali, ricatti energetici, propaganda sui “diritti umani” usata come copertura per colpire un popolo intero.

Cuba non è sotto attacco perché rappresenti una minaccia militare per gli Stati Uniti. Cuba è sotto attacco perché continua a esistere. Perché, a poche miglia dalla Florida, rivendica il diritto di scegliere il proprio modello politico, economico e sociale. Perché non accetta di diventare una colonia turistica, una piattaforma finanziaria, una nuova Miami Beach dei Caraibi.

Dal 1959 Washington ha provato di tutto: l’invasione della Baia dei Porci, attentati, sabotaggi, isolamento diplomatico, campagne di destabilizzazione, guerra economica. Oggi Trump riprende quel copione con ancora più brutalità. Minaccia i Paesi che forniscono carburante a Cuba, aggravando una crisi energetica che colpisce direttamente la popolazione civile: blackout, trasporti ridotti, difficoltà alimentari, ospedali sotto pressione. E poi arriva il cinismo. Il segretario di Stato Marco Rubio, figura centrale dell’anticastrismo statunitense, presenta la crisi cubana come il risultato esclusivo dell’inefficienza interna e del ruolo del conglomerato GAESA. Ma questa narrazione serve a cancellare il dato essenziale: il blocco economico statunitense ostacola transazioni finanziarie, credito, investimenti, commercio, importazioni e approvvigionamenti.

Gli Stati Uniti prima strangolano l’isola, poi indicano il corpo che soffoca e dicono: “vedete, non respira”. È la logica criminale dell’embargo.

Persino esperti delle Nazioni Unite hanno denunciato le conseguenze umanitarie della stretta americana, parlando di “fame energetica” provocata dalle restrizioni sul carburante. E mentre produce scarsità, Washington prova anche a presentarsi come benefattrice: Rubio ha offerto cento milioni di dollari di aiuti all’Avana, proposta giustamente definita cinica dal ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla.

È il meccanismo perfetto dell’imperialismo umanitario: creare la crisi, aggravare la sofferenza, poi offrire aiuti condizionati per ottenere resa politica.

Ma Cuba continua a rispondere con un’altra idea di mondo. La viceministra degli Esteri Anayansi Rodríguez Camejo ha ribadito che la politica estera cubana resta fondata sulla Carta delle Nazioni Unite, sul diritto internazionale, sulla sovranità, sulla non ingerenza, sull’autodeterminazione dei popoli e sulla cooperazione internazionale. Non sono parole vuote. Cuba ha costruito per decenni una cooperazione internazionale concreta, soprattutto sanitaria. Dal 1963, quando la prima brigata medica cubana partì per l’Algeria appena indipendente, l’isola ha inviato medici, infermieri e tecnici in decine di Paesi. Ha sostenuto programmi come Barrio Adentro, Operación Milagro, le missioni contro Ebola in Africa occidentale e il Contingente Henry Reeve durante la pandemia di Covid-19, con 58 brigate inviate in 42 Paesi e territori.

Questa è la Cuba che Washington vuole punire: non una minaccia, ma un esempio. Un Paese povero, sotto assedio, capace però di mandare medici dove il mercato non arriva. Capace di alfabetizzare, curare, cooperare. Capace di praticare solidarietà mentre l’impero pratica ricatto.

Per questo gli Stati Uniti perseguitano anche la cooperazione medica cubana, accusandola falsamente di tratta di persone. L’obiettivo è evidente: screditare le brigate, impedire entrate legittime a Cuba e privare intere popolazioni di servizi sanitari essenziali. La nuova offensiva contro Cuba si inserisce in una strategia regionale più ampia: riaffermare il dominio statunitense sull’America Latina. Dopo il Venezuela, dopo le pressioni contro i governi non allineati, Trump torna a evocare una visione neo-imperiale che va “da L’Avana al Canale di Panama”. Ma Cuba non è sola. Nonostante le pressioni diplomatiche statunitensi, la maggioranza degli Stati membri dell’ONU continua a respingere l’assedio. Nel 2024 il rapporto del Segretario generale sulla necessità di porre fine al blocco ha ricevuto contributi da 156 Stati e 35 organismi; nel 2025 la risoluzione contro l’embargo è stata approvata ancora una volta da una maggioranza schiacciante.

Il punto è semplice: nessun popolo può essere costretto alla fame, al buio, alla carenza di medicinali per piegarsi alla volontà di una potenza straniera. Nessuna sanzione può essere considerata legittima quando colpisce ospedali, trasporti, energia, alimentazione, vita quotidiana.

Cuba ha problemi, contraddizioni, difficoltà profonde. Ma nessuna analisi onesta può separarle da sessant’anni di guerra economica. Nessun giudizio su Cuba è serio se cancella l’embargo. Nessuna retorica sui diritti umani è credibile se tace davanti alla punizione collettiva imposta dagli Stati Uniti.

Trump può mandare portaerei, firmare sanzioni, minacciare Paesi terzi, incriminare ex dirigenti cubani, agitare lo spettro dell’intervento. Ma non può cancellare la storia di un popolo che ha resistito a tutto questo per più di sei decenni.

Cuba non chiede carità. Chiede rispetto. Chiede la fine dell’assedio. Chiede che venga riconosciuto il diritto elementare di ogni popolo: scegliere il proprio destino senza ricatti, senza blocchi, senza portaerei all’orizzonte.

Per questo oggi sostenere Cuba significa stare contro l’imperialismo. Significa stare contro la guerra economica. Significa difendere il diritto all’autodeterminazione dei popoli.

E significa dire, ancora una volta, che l’isola non si piega: Cuba resiste, Cuba non è sola.


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