Cuba non è sola. Solidarietà contro le sanzioni USA

Contro l’assedio degli Stati Uniti. La flotilla “Nostra America” per Cuba attraverserà i Caraibi per portare aiuti e rilanciare una campagna internazionale per la fine delle sanzioni statunitensi.

Fra un mese dovrebbe salpare verso i Caraibi una nuova iniziativa internazionale di solidarietà: una flotilla umanitaria diretta a Cuba, battezzata “Nostra America”. L’obiettivo dichiarato è semplice e insieme profondamente politico: portare cibo, medicine e beni essenziali alla popolazione cubana e denunciare l’embargo statunitense che da oltre sessant’anni colpisce l’isola, strangolandone l’economia e rendendo più fragile la vita quotidiana di milioni di persone.

La missione nasce da una coalizione internazionale di movimenti sociali, sindacati e organizzazioni umanitarie e richiama apertamente esperienze recenti come la Freedom Flotilla e la Global Sumud Flotilla per Gaza: iniziative civili che hanno trasformato il mare in uno spazio di denuncia, di presenza internazionale, di solidarietà concreta.

Eppure, se c’è una cosa che questi anni ci hanno insegnato, è che non serve una corazzata davanti a un porto per realizzare un assedio. Nel XXI secolo la guerra contro un popolo può essere fatta con strumenti “puliti” e amministrativi: sanzioni, minacce, banche che chiudono i rubinetti, assicurazioni che si tirano indietro, compagnie marittime che spariscono, governi che fanno retromarcia per paura. È un assedio senza cannoni visibili, ma con effetti reali: ospedali che arrancano, trasporti che collassano, blackout, scarsità di medicinali, difficoltà alimentari.

In queste settimane la pressione si è fatta ancora più brutale, soprattutto sul nodo energetico. Il messaggio di Washington è chiaro: chi continuerà a fornire carburante a Cuba verrà punito. E infatti anche governi che fino a ieri mantenevano canali minimi di rifornimento hanno iniziato a ricalcolare, arretrare, prendere le distanze. Il carburante è vita: significa elettricità, refrigerazione dei medicinali, ambulanze, trasporto pubblico, produzione alimentare. Colpirlo significa colpire la società intera.

E mentre gli Stati Uniti alzano il livello dello strangolamento, l’Unione europea si allinea. Non con una scelta neutrale, ma con la consueta ipocrisia: qualche timida apertura, qualche parola di circostanza, poi il rientro disciplinato nei ranghi. E quando a Cuba si parla di emergenza sociale causata da sessantatré anni di embargo, da Bruxelles arriva la formula pronta: “diritti umani”. Come se un popolo privato di risorse, medicine e rifornimenti potesse vivere i diritti umani nel vuoto. Come se lo strangolamento economico non fosse esso stesso una violazione sistematica del diritto alla vita e alla dignità.

È in questo contesto che “Nostra America” non è solo una spedizione umanitaria. È una risposta politica: una sfida all’isolamento, un rifiuto dell’obbedienza, un gesto che dice che Cuba non deve essere lasciata sola di fronte al diktat statunitense.

Un’azione umanitaria che è anche una denuncia politica

La flotilla non nasce solo per consegnare beni. Nasce per dire, con una scelta simbolica e pratica, che l’embargo non è una questione astratta. Non è un capitolo di diplomazia. E nemmeno una “misura contro un governo”. È un sistema di sanzioni che ricade quotidianamente sulla vita delle persone.

Negli ultimi anni l’inasprimento delle misure statunitensi ha reso ancora più brutale l’effetto dell’embargo sulla vita quotidiana dell’isola. Le sanzioni non “puniscono un governo”: strangolano i canali materiali che permettono a un Paese di respirare. Rendono più difficile acquistare carburante e pezzi di ricambio, bloccano o complicano i pagamenti internazionali, scoraggiano compagnie di trasporto, assicurazioni e operatori logistici con la minaccia costante di ritorsioni. E quando salta questa catena, a pagare non sono i palazzi del potere, ma la popolazione: le forniture mediche diventano più rare, i materiali ospedalieri più difficili da ottenere, i tempi di consegna si allungano, i costi esplodono. È così che una misura presentata come “politica estera” si traduce, nella realtà, in una pressione sistematica sulla salute, sulla mobilità e sulla dignità di un intero popolo.

L’embargo: una punizione collettiva travestita da politica estera

L’embargo contro Cuba viene spesso giustificato come strumento per “promuovere la democrazia”. Ma dopo decenni di applicazione, la realtà è sotto gli occhi di chiunque non voglia voltarsi dall’altra parte: non ha “cambiato regime”, e ha invece normalizzato una forma di punizione collettiva.

In più, le sanzioni non si limitano al rapporto bilaterale USA–Cuba: hanno un carattere extraterritoriale. In altre parole, spingono aziende, banche, compagnie di navigazione e istituzioni di Paesi terzi ad auto-escludersi, per paura di sanzioni, cause legali, ritorsioni commerciali o esclusione dal mercato statunitense. Questo meccanismo trasforma un embargo in una rete globale di pressione economica.

Il risultato è un paradosso crudele: si afferma di voler colpire un governo, ma si colpisce soprattutto la capacità di un Paese di importare medicinali, mantenere servizi pubblici e garantire una vita quotidiana dignitosa. È una guerra economica che si fa passare per amministrazione e burocrazia.

L’Occidente e la disciplina dell’allineamento

L’aspetto forse più rivelatore di questa vicenda è la docilità con cui gran parte dell’Occidente accetta il copione. Governi che si riempiono la bocca di “valori”, “libertà”, “diritti”, finiscono per sostenere—con atti o omissioni—una politica che produce scarsità e sofferenza.

E la dinamica è sempre la stessa: gli Stati Uniti impongono il quadro, gli alleati si adeguano. C’è chi lo fa per convinzione ideologica, chi per opportunismo, chi per paura di conseguenze economiche. Ma il risultato non cambia: Cuba viene isolata, non perché sia un pericolo, ma perché è un simbolo.

Il ricatto del “dialogo”: la gentilezza come minaccia

Come spesso accade, alla violenza economica si accompagna la retorica del “dialogo”. Washington manda segnali: sarebbe pronta a un accordo, pronta a “essere gentile”, pronta a fare ciò che serve per rendere Cuba “finalmente libera”.

Ma la storia insegna che questa “gentilezza” è un ricatto: significa apertura condizionata, normalizzazione a prezzo di resa, integrazione subordinata, privatizzazione, smantellamento della sovranità. È la stessa logica con cui si tenta di trasformare ogni resistenza in capitolazione e ogni autonomia in dipendenza.

Non è un caso che Cuba venga trattata così: perché Cuba non è un Paese qualunque. È un pezzo di storia del Novecento e del presente. È un’esperienza che, al di là delle critiche legittime e delle contraddizioni interne, ha segnato generazioni in tutto il mondo, mostrando che un’altra strada era possibile.

Perché una flotilla oggi?

Il valore della flotilla “Nostra America” sta proprio nel suo doppio livello: aiuto materiale e rottura simbolica.

Sul piano concreto, ogni consegna umanitaria ha un peso reale in un contesto di scarsità. Sul piano politico, però, l’iniziativa ha una funzione ancora più ampia: rimettere l’embargo al centro del dibattito pubblico internazionale, sottraendolo alla retorica della Guerra Fredda e alla rassegnazione.

In un tempo in cui la solidarietà viene spesso ridotta a donazione privata o a gesto individuale, la flotilla ripropone un’idea più radicale e necessaria: la solidarietà come azione collettiva, come presenza, come disobbedienza civile internazionale.

Il nodo della legalità (e della narrazione)

Uno dei terreni decisivi sarà quello della comunicazione. È prevedibile che media e commentatori ostili tentino di presentare la missione come “provocazione”, “propaganda” o addirittura come violazione di norme internazionali.

Ma qui sta il punto: non si tratta di contrabbando, né di operazioni clandestine. È una missione umanitaria, pubblica, rivendicata, sostenuta da organizzazioni sociali e sindacali. Il suo bersaglio non è la sicurezza di nessuno, ma un sistema di sanzioni che—pur essendo finanziario e amministrativo—produce conseguenze materiali devastanti.

La flotilla, insomma, non chiede di “chiudere un occhio”: chiede di aprirli entrambi.

“Nostra America”: un nome che dice molto

Non è casuale che la missione si chiami “Nostra America”. È un riferimento storico e politico: richiama un’idea di continente non subordinato, capace di autodeterminazione, cooperazione e sovranità. È un nome che mette Cuba dentro una cornice più ampia: quella delle lotte latinoamericane contro l’ingerenza e la dipendenza economica.

E in un’epoca in cui il lessico della politica internazionale è dominato da “sanzioni”, “pressione”, “stabilità”, la flotilla reintroduce parole diverse: solidarietà, autodeterminazione, diritto alla vita.

Contro l’embargo, per la vita

Sostenere la flotilla significa sostenere un principio basilare: nessuna popolazione dovrebbe essere punita per ragioni geopolitiche. Significa affermare che cibo e medicine non possono diventare strumenti di ricatto. Significa rifiutare la normalizzazione dell’embargo come se fosse un dato naturale.

Cuba ha problemi interni, contraddizioni e difficoltà proprie: negarlo sarebbe propaganda. Ma l’embargo è un acceleratore di crisi, un moltiplicatore di sofferenza e un ostacolo strutturale che rende ogni difficoltà più pesante, ogni riforma più fragile, ogni emergenza più devastante.

La flotilla “Nostra America” prova a rompere questo isolamento non solo con le parole, ma con un gesto concreto: attraversare il mare per dire che Cuba non è sola.

E soprattutto per ricordare una verità semplice, che spesso si preferisce ignorare: un embargo che impedisce a un popolo di vivere dignitosamente non è politica estera. È violenza.

Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.

Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000

News, aggiornamenti e approfondimenti

sul canale telegram e canale WhatsApp