Cronache di transfobia istituzionale: Ferrara si conferma una città transescludente e pericolosa

A Ferrara il collettivo ferrara transfem ha  fatto un’azione di volantinaggio per denunciare alla cittadinanza la gestione discutibile di un caso di violenza avvenuto in carcere, ai danni di una donna transgender. In risposta alle  contestazioni, è stata depositata una denuncia nei loro confronti.

di ferrara transfem

Ferrara non é una città per persone transgender*: non lo è per chi è in libertà, e ancor meno per chi ne è privatə. Questa Italia non è fatta per noi.

Se non siamo noi stessɛ a lottare per ciò che necessitiamo, anche fatti gravi cadono in fretta nel dimenticatoio della collettività.

I fatti dell’Arginone ne sono la prova lampante.

 A fine Giugno, una donna transgender ha denunciato una violenza sessuale avvenuta nel carcere di Ferrara.

Era stata collocata in una sezione “protetta”, che di “protetta” aveva solo il nome:  con lei, infatti, erano reclusi anche dei sex offender. Aveva più volte, sin dall’ingresso, dichiarato di sentirsi in pericolo in quella sezione, invano.

Essere trans* e in carcere significa subire due pene ulteriori, indipendentemente dal reato commesso.

La prima, causata dalla condizione vergognosa in cui versano le nostre carceri, sovraffollate e inidonee a offrire opportunità allɜ suɜ ospiti.

La seconda, derivante dal solo fatto di essere transgender*, dal caos che si genera nella gestione della nostra detenzione, e dal rischio di non veder rispettati, per questo, bisogni essenziali.

Per moltɛ il tema non è così importante da portare a un ripensamento del sistema carcerario.

Tra le idee discutibili che sono state immesse in rete, spiccano quelle dell’autorevole ex Direttrice dell’Arginone, Nicoletta Toscani, che hanno contribuito a diffondere una visione distorta, stigmatizzante e pericolosa  della comunità trans*.

Volendole riassumere in breve:

  1. Se chi denuncia una violenza è trans*, e non ha seguito il copione “perfetto” della vittima, è accettabile mettere in discussione la violenza stessa.
  2. Tendenzialmente, le persone trans* sono narcisiste e hanno rapporti sessuali a pagamento.
  3. È accettabile fare misgendering (parlare della persona facendo uso di termini di genere opposto alla sua identità; in questo caso, parlarne come “detenuto” e non come “detenuta”) se si pensa che una donna trans* abbia i genitali con cui è nata (vedasi, infatti, la definizione che la Toscani fornisce di “detenuto trans”).

 Come prevedibile da un esponente della destra meloniana, anche il Senatore Balboni ha citato e sostenuto le parole dell’Ex Direttrice.

Leggendo l’articolo che riportava le sue parole, ci siamo trovatɜ, però, ad essere d’accordo su un  punto: la Costituzione non può valere solo quando ci fa comodo.

E, a tal proposito, la detenzione delle persone trans* è la dimostrazione di come il sistema carcerario sia costruito non per rieducare (unico obiettivo costituzionalizzato della pena), ma per annichilire.

Pratiche assimilabili a “torce e forconi” non dovrebbero essere utilizzate per annientare chi è ai margini, ma per eliminare il sistema che le ha spinte a finirci.

In questo marasma mediato, il 7 Luglio viene presentato un timido “question time”, per comprendere il ruolo della Giunta nella vicenda e domandare impegno sul tema.

L’ incaricata assessora Coletti risponde in meno di un minuto:

  1. affermando che il Comune ha saputo i fatti dai giornali;
  2. chiamando la donna “detenuto”;
  3. precisando che era in sezione “protetti” a seguito di un’assegnazione di “Organi superiori”.

Ciò detto, avanti con la riunione. Nessuna manifestazione di solidarietà o promessa di prevenire il ripetersi dei fatti.

In compenso, otteniamo una microaggressione transfobica (misgendering): non bastava la violenza sessuale.

Dopo il trasferimento della donna in altra sede, sulla questione non si è detto altro.

Nel frattempo, il carcere di ferrara continua a versare in condizioni inammissibili e non è chiaro se e come continuerà ad accogliere persone transgender*.

La città è stata tappezzata di manifesti “contro il gender”, quella stessa città in cui un membro della giunta, qualche anno fa, chiedeva di effettuare una raccolta dati di tutte le persone che avviassero percorsi di affermazione (a proposito: a Ferrara è complicatissimo avviare un percorso affermativo medico).

Quella stessa città dove il tema della transgenerità è escluso, o ridotto a un token.

Ad oggi, chiediamo che le figure competenti di Comune e Carcere siano più chiare nel definire le proprie responsabilità e il proprio ruolo, nei fatti e nella loro prevenzione in futuro.

Tra le soluzioni possibili:

  1. creazione di sezioni apposite per detenutɛ trans* anche a ferrara,
  2. Implementazione di misure, in linea con il diritto internazionale, che garantiscano la serenità delle persone trans* detenute.
  3. avvio di progetti di sensibilizzazione, supporto e sportello all’interno del carcere.
  4. avvio di progetti (di cui sopra) anche nel tessuto cittadino: coinvolgendo le scuole e l’università, col supporto di persone della comunità trans*.

 A te che finora hai letto le nostre parole, non diciamo “grazie”: avanziamo un invito.

Non restare inerme, organizziamoci.

La nostra lotta per l’autodeterminazione non è un tema secondario, vede l’intrecciarsi di questioni delicatissime: il divario economico, il razzismo istituzionale, la violenza di genere, la malasanità, la precarietà lavorativa, l’inefficienza del sistema detentivo. forse è anche la tua lotta.

E se così non fosse, ci sono diritti che vanno garantiti a prescindere da quanto empatizziamo le singole persone a cui spettano, e sarebbe bene iniziare a ricordarlo.

Per farvi un’idea del contenuto dei volantini e della seduta del Consiglio comunale, ve li lasciamo qui (dal minuto 15.30, la discussione dura a stento 5 minuti https://www.youtube.com/live/8MPA8372WIg?si=w_E2OmHSFypoq7oR)

1A fine Giugno una donna transgender ha denunciato una violenza sessuale all’interno del carcere di Ferrara, dove era detenuta, prima del trasferimento nei primi giorni di Luglio.

Che le indagini siano ancora in corso o meno, il fatto che le donne trans*, come categoria, rischino di subire serie vessazioni all’interno delle carceri, soprattutto di tipo sessuale, è un fatto.

La transmisoginia, come altre forme di discriminazione, è un fenomeno sociale serio, e in quanto tale,  non smette di esistere e di dare i suoi effetti, anche quando non lo si tiene in considerazione.

Crediamo che inserire una donna transgender in una sezione maschile, protetta o meno, senza interrogarsi previamente sulla possibilità di alternative, abbia un pericoloso sottotesto:

“Se commetti un reato, perdi il diritto ad autodeterminarti per la persona che sei, e  di stare in un ambiente che, tenendo conto del tuo modo di essere, lo protegga e valorizzi”.

Il problema, allora, non è la sola collocazione, ma il motivo per cui ci sembra ragionevole accettarla.

Sappiamo, poi, che qualsiasi persona si trovi in una sezione protetta lo sia perchè rischia di subire un trattamento deteriore altrove, ma è anche vero che categorie (PERSONE) diverse possono richiedere forme di supporto diverse.

Per ragioni di “sicurezza” in senso stretto, ma anche nel rispetto della salute psico-fisica della persona, che non può venire meno nel momento in cui si entra in carcere.

Sul tema, per chi vorrà approfondire, esistono pareri autorevoli, internazionali, che sostengono l’importanza di collocare la persona transgender in ambienti corrispondenti alla sua identità:

Il fatto ha ricevuto ampia copertura mediatica, ma poche sono state le voci che si sono sollevate in città per domandare chiarezza, prevenzione e cura della persona coinvolta (tra le quali, la Senatrice Cucchi). Con la stessa velocità con cui il caso è scoppiato, si è poi spento, lasciando importanti interrogativi.

Vi rimandiamo al primo comunicato per ripercorrere i fatti.

Il silenzio si è interrotto solamente quando nei giorni scorsi sono stati pubblicati diversi articoli e post su alcune testate giornalistiche di Ferrara e sulle pagine social di partiti e privati, riguardo l’AFFISSIONE da parte di ignoti “senza firma, senza volto, senza coraggio” di alcuni VOLANTINI.

Questi vengono descritti come “cartelli offensivi”, “attacchi personali” e anche “sfregio” contro l’assessora Coletti.

Alcuni esempi:

MA È  DAVVERO COSÌ?

I volantini sono stati affissi per mezzo di nastro adesivo – per cui senza causare alcun tipo di danno permanente al patrimonio pubblico – con il preciso intento di porsi come azione incisiva per mobilitare il discorso pubblico attorno alla vicenda, in contrasto con l’ insensibilità delle istituzioni e dei media.

Non riguardavano la sola Assessora o singoli personaggi nella loro sfera privata, ma il ruolo che hanno ricoperto pubblicamente nella vicenda.

che hanno ricoperto pubblicamente nella vicenda.

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Il question time è l’unico momento in cui la Giunta ha discusso pubblicamente della vicenda in Consiglio Comunale.

Pare non siano state presentate altre mozioni o iniziative.

Il misgendering è una forma di microaggressione, e non cessa di essere tale se viene attuata inconsapevolmente.

In un caso o nell’altro, riteniamo grave che una figura istituzionale di rilievo per la comunità non sappia (o non voglia) usare le parole corrette (e fondamentali) per parlare di persone di questa stessa comunità.

Sul tema del “misgendering”:

Inoltre, ci teniamo a ricordare un paio di dettagli che sono stati omessi dalle riflessioni di coloro che, in questi giorni, si sono espressi in solidarietà dell’Assessora (senza, tra l’altro, spendere altrettante parole di solidarietà per la detenuta).

1) Non abbiamo “accusato” l’Assessora di aver misgenderato la detenuta: l’Assessora HA misgenderato la detenuta. Lo si può sentire chiaramente dal video del Consiglio Comunale.

2) Nell’intervento precedente si era sottolineata l’identità della detenuta e le preoccupazioni emerse nei mesi precedenti riguardo la sua sicurezza personale nella sezione in cui era collocata.

I due aspetti sono assolutamente collegati e meritano di essere attenzionati se si vogliono prevenire casi simili in futuro.

3) La Consigliera Zonari, nel minuto a disposizione per precisare se riteneva la risposta della Coletti soddisfacente o meno, ha fatto presente – di nuovo- che la detenutA è DONNA, informazione che avrebbe permesso all’assessora di correggersi.

Eppure, non l’ha fatto, nemmeno nei comunicati stampa successivi, che si concentrano sulla presunta gravità dei volantini e l’anonimato.

LO RIBADIAMO ANCORA UNA VOLTA

i volantini riportano i fatti registrati durante il Consiglio Comunale  di Lunedì 7 Luglio.

Tramite questi volantini, abbiamo esercitato un “diritto di critica” che, fortunatamente, spetta a chiunque, esprimendo la nostra rabbia non solo per l’intervento dell’Assessora, ma anche per una situazione terribile che ha colpito una persona della nostra comunità.

Per l’indifferenza davanti all’uso del maschile per la detenuta.

Per la superficialità con cui sono state archiviate le richieste  della Consigliera Anna Zonari, deviando le responsabilità sugli “organi superiori”.*

Per l’assenza di coinvolgimento attivo di altre figure della giunta, fossero di maggioranza, o di opposizione.

*Nell’intervento Zonari chiedeva “che il comune si attivi formalmente  presso il  ministero della giustizia, il provveditorato dell’aministrazione penitenziaria  e la regione, per chiedere misure urgenti e strutturali” al fine di attivare sezioni adatte ad accogliere persone transgender.

Questa specifica attenzione (dei giornali, dei partiti e delle singole persone) al modo con cui abbiamo scelto di avanzare le nostre contestazioni ha spiegazioni ben precise.

  1. Le forze politiche locali non hanno alcuna reale intenzione di avviare un percorso interno di analisi sul tema.

Non ci sorprende, ed è il motivo principale per cui non abbiamo neppure provato a domandare un incontro formale per discutere della situazione.

Se avessero voluto pronunciarsi e mettersi in discussione, lo avrebbero fatto nei giorni precedenti all’azione di volantinaggio.

Non potete biasimarci per la nostra disillusione: proprio la Lega (partito con cui l’Assessora era candidata), di recente, si sta facendo capofila di una serie di riforme nazionali, che andranno a detrimento della comunità transgender (soprattutto di minore etá). Nel frattempo, l’opposizione, su questi temi dorme da anni, e solo di recente (tardi) sta cominciando a svegliarsi (non senza criticità). Esattamente, con chi avremmo dovuto parlare? Quali interlocutori avremmo legittimato e favorito facendolo?

Le nostre vite non sono un’opinione e non sono la vostra campagna elettorale dei prossimi anni.

  1. Molte persone di questo territorio non hanno gli strumenti per andare oltre il fastidio “di pancia”.

Quante persone che abitano la città di Ferrara agiscono ogni giorno misgendering, deadnaming, e altre forme di microaggressione, non solo verso persone della comunità transgender*, bensì anche di altre minoranze?

Quanto può aver dato loro fastidio leggere quei volantini e pensare che qualcunə ritenga che quel modo di fare non vada bene? Che sia persino violento?

Sono abituate a sentirselo dire nella quotidianità? Sanno sostenere il confronto (non solo politico)?

Questo continuo “blameshifting” (tecnica tramite cui si cerca di attribuire le proprie responsabilità ad altre persone, per evitare di affrontare gli effetti dei propri errori), attuato anche dai giornali, ci conferma che esiste un problema reale nel tessuto di questa città.

Se un’iniziativa INNOCUA di giovani cittadinɛ per voi è un “gesto codardo”; “un fatto gravissimo”, allora  rivendichiamo questo “sfregio”, perchè ha raggiunto l’obiettivo di far emergere quella resistenza al cambiamento, alla diversità e al confronto politico, che da tempo denunciamo.

E soprattutto, lo rivendichiamo per tutte quelle persone che per anni hanno subito gli effetti di questa ostilità: non siete solɛ, vi vediamo e vi siamo vicinɛ.

 

 

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