CPR da chiudere: da Brindisi un atto d’accusa contro la detenzione amministrativa

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Il rapporto del Tavolo Asilo e Immigrazione smonta il sistema dei Centri di permanenza per il rimpatrio: opacità, abusi, psicofarmaci, diritti negati e nessuna efficacia reale. Dal convegno di Brindisi emerge una richiesta netta: non riformarli, abolirli.

Lunedì 20 aprile, a Brindisi, in una primavera ormai inoltrata, nella sala di Palazzo Nervegna intitolata a Gino Strada, dove però campeggiano le foto del re che fuggì da Roma e si trasferì a Brindisi, che per questa ragione divenne capitale per un semestre nel periodo più buio della storia d’Italia, si è tenuta la presentazione del rapporto “CPR d’Italia: istituzioni totali”, redatto a seguito del secondo monitoraggio dei Centri di Permanenza e Rimpatrio (CPR) del Tavolo Asilo e Immigrazione nazionale.

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Dopo i saluti del gruppo dirigente locale della CGIL, che ha promosso l’evento insieme ad alcune realtà locali, Gianfranco Schiavone ha illustrato il contenuto del rapporto, evidenziando opacità, condizioni drammatiche, mancato rispetto degli standard e inefficacia. Schiavone ha concluso che i CPR sono istituzioni totali e che è necessario un cambiamento radicale di paradigma.

Il rapporto, ha spiegato Schiavone, è il risultato di un monitoraggio accurato condotto tra settembre e dicembre 2025, con visite dirette e non preannunciate in tutti i centri di permanenza e rimpatrio italiani. Le condizioni di detenzione nei CPR sono state stigmatizzate dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti nel 2024. Le condizioni riscontrate nei CPR sono state paragonate a quelle del regime speciale previsto dall’articolo 41 bis del regolamento penitenziario italiano. I servizi sanitari, di mediazione linguistica e il diritto alla difesa non sono garantiti in tutti i centri. L’efficacia dei CPR è irrilevante: solo 1.200-1.300 persone vengono allontanate all’anno, meno del 41% degli ingressi. Secondo Schiavone, la funzione dei CPR è politico-simbolica e non ha a che fare con la gestione del fenomeno delle migrazioni in Italia.

Le conclusioni del rapporto indicano dunque che i CPR sono istituzioni totali e che non è possibile una riforma, ma solo la chiusura.

A fare da contraltare all’accurata esposizione di Schiavone, è intervenuto Claudio Stefanazzi, deputato del PD e membro del gruppo di parlamentari che ha svolto le visite di monitoraggio, il quale ha criticato l’inefficacia dei CPR come strumenti di gestione delle politiche migratorie, evidenziandone la funzione di “non luoghi” che infliggono torture psicologiche e fungono da deterrente. Stefanazzi ha inoltre sottolineato la necessità di un approccio strutturale che consideri le pressioni demografiche e il calo demografico italiano, e ha criticato l’attuale governo per la sua propaganda e il fallimento complessivo nella gestione del fenomeno migratorio. Stefanazzi ha sottolineato la necessità di un approccio strutturale: “La politica deve superare le ‘vergogne dei CPR’ e regolamentare i rimpatri in modo chiaro.

Isabella Lettori, già attiva dal 2013 al 2018 come figura incaricata dal Garante Regionale dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà e oggi consigliera regionale, ha dichiarato la sua netta contrarietà ai CPR: “I CPR sono un problema creato dal nulla e credo debbano essere ripensati e smantellati”.

A riprendere il tema dell’opacità, sollevato in apertura da Schiavone, è stato Gianluca Nigro dell’Associazione Finis Terrae.

L’intervento di Finis Terrae si è concentrato sull’opacità e sulle implicazioni dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) e dei “grandi centri” in Puglia, mettendo in luce il sottosviluppo economico e sociale che hanno generato, la loro gestione tramite enti compiacenti e la necessità di un dibattito politico approfondito per la loro chiusura, come suggerito dal rapporto presentato: “Nonostante trent’anni di CPR, questo è solo il secondo dibattito in città sul tema”, a indicare una mancanza di attenzione politica da parte della classe dirigente locale. Secondo Nigro, l’iniziativa  ha rotto una “coltre di opacità” che ha caratterizzato il territorio di Brindisi su questo tema. Nel rapporto del TAI, le cifre pro capite/pro die indicate nei capitolati per i gestori sono elevate, ma non abbastanza da interessare i “grandi attori economici”, bensì enti “più o meno sconosciuti” che operano con il criterio del “massimo ribasso”. La maggior parte dei CPR, continua Nigro, si trova in luoghi e situazioni sociali degradate, ad eccezione di quelli del Nord, che rispondono a esigenze di retorica sulla sicurezza, generate dal bisogno di rispondere pubblicamente ai fenomeni di microcriminalità delle città metropolitane. Il degrado economico, sociale e politico dei contesti in cui i CPR sono collocati e la disponibilità degli enti gestori a non vedere sono lo sfondo indispensabile per continuare a utilizzare i CPR, all’interno di un “modello di sviluppo” che si regge sulla debolezza politica dei luoghi dove i CPR sono insediati e sul ricatto occupazionale. Nigro evidenzia, inoltre, a supporto della dimostrazione dell’opacità intrinseca dei CPR, che i dati ufficiali sui centri non sono prodotti e diffusi dal Ministero dell’Interno, ma da parlamentari, volontari e organizzazioni della società civile, in una costante opera di denuncia.

Anche Chiara Cleopazzo, della Camera del Lavoro della Cgil di Brindisi, ha ripreso il contenuto del rapporto, restringendo però lo sguardo al CPR di Restinco, e ha posto l’accento sull’utilizzo indiscriminato delle gare al massimo ribasso e sugli aspetti emersi durante la visita del 10 ottobre 2025, in occasione della manifestazione per la campagna “Il viaggio di Marco Cavallo per la chiusura dei CPR”.

Proprio la campagna di Marco Cavallo, parallela al lavoro di monitoraggio del TAI, ha sollecitato a orientare il focus del rapporto sulla salute mentale dei trattenuti nel CPR dopo il loro ingresso. Il rapporto è molto chiaro su questo punto: “Nei CPR i farmaci (psicofarmaci) sono spesso somministrati senza un’adeguata prescrizione e senza valutare le condizioni della persona, solo per tacitare le legittime richieste di ascolto”. È utile ricordare che, dalla loro apertura, i morti accertati di detenzione amministrativa nei CPR sono stati 45.

Anche Carlo Minervini, psichiatra basagliano e membro dell’associazione 180 Amici Puglia, condividendo le conclusioni del rapporto, ha messo in risalto la necessità di far vivere la rete locale costituitasi a partire dalla campagna di Marco Cavallo.

Un sussulto empatico e realistico al dibattito arriva da Drissa Kone, maliano, presidente della comunità africana di Brindisi, arrivato in Italia su un barcone dopo aver attraversato il deserto e proveniente da un Paese in guerra. Dopo sei giorni di navigazione, è stato accolto in un centro di accoglienza a Siracusa, dove è rimasto per nove giorni, dopodiché è stato costretto a firmare un foglio senza traduzione, accettando di lasciare l’Italia entro trenta giorni. Senza conoscere nessuno, senza cellulare e con pochi effetti personali, ha dormito alla stazione di Siracusa per tre settimane, cercando cibo nella spazzatura e subendo sfruttamento nel settore agricolo, vivendo in tende a Foggia e Rosarno. Oggi Drissa è molto attivo sul territorio e racconta di alcuni casi molto duri di persone che ha seguito e che hanno avuto a che fare con il CPR: uno di loro, uscito dal CPR di Brindisi, non riusciva a parlare né a sedersi da solo e ha tentato il suicidio due volte.

A concludere i lavori è stata Sabrina Del Pozzo della CGIL Nazionale, che segue da vicino il lavoro del TAI. Del Pozzo, senza mezzi termini, sostiene che “la vera sfida è coinvolgere la società civile e portare le persone in piazza; senza il supporto della società civile, i CPR non chiuderanno mai” e aggiunge: “È fondamentale non associare mai la sicurezza all’immigrazione. Chi produce insicurezza non è chi viene rinchiuso nei CPR, ma chi non permette l’ingresso regolare nel Paese”. Nel suo intervento, Del Pozzo ha affrontato anche il tema del lavoro: “All’interno dei CPR il lavoro assume una doppia dimensione: da un lato ci sono le persone trattenute, spesso lavoratrici e lavoratori privati della libertà; dall’altro c’è il personale impiegato nella gestione delle strutture. Ma anche per chi vi lavora non si tratta di un lavoro dignitoso. Il CPR sottrae diritti e dignità non solo ai reclusi, ma anche a chi vi presta servizio, trascinando lavoratrici e lavoratori dentro un sistema fondato sulla precarietà, sull’esternalizzazione e sulla normalizzazione dell’abuso istituzionale. È il caso, ad esempio, dei mediatori culturali assunti con contratti a chiamata, costretti a un’esistenza segnata dall’incertezza economica e organizzativa, con evidenti ricadute sulla propria vita quotidiana. Lo stesso vale per medici, infermieri e psicologi spesso impiegati con partita IVA, dentro un modello frammentato e deresponsabilizzante. Chi lavora nei CPR dovrebbe essere consapevole che nessun impiego può dirsi dignitoso se fondato sulla negazione dei diritti altrui, e che in un simile sistema si rischia di perdere, insieme ai diritti delle persone trattenute, anche la propria dignità di lavoratori e lavoratrici. Questa precarietà strutturale non è riformabile: è parte integrante del dispositivo CPR”.

Il dibattito sui CPR continua ad essere ancora troppo chiuso nelle discussioni degli addetti ai lavori, ma il rapporto del Tavolo Asilo e Imigrazione sta contribuendo ad aprire diffusamente discussioni e a porre il tema della incostituzionalità della detenzione amministrativa.

Qui il QR code per scaricare il rapporto.

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