Contro il genocidio va convocato lo sciopero generale

Cos’altro deve ancora accadere perché la situazione dei gazawi e del popolo palestinese inizi finalmente a essere considerata nella sua inaudita gravità?. USB: Se toccano la Flotilla è sciopero generale

di Francesco Pallante da il manifesto

Cos’altro deve ancora accadere perché la situazione dei gazawi e del popolo palestinese inizi finalmente a essere considerata nella sua inaudita gravità?

Lo sterminio di decine, forse centinaia di migliaia di persone. La carestia indotta dallo Stato ebraico. L’azzeramento delle infrastrutture civili.

La cancellazione del patrimonio archeologico e culturale. L’eliminazione sistematica dei testimoni. I propositi di ricolonizzazione e i progetti di trasformare Gaza in una riviera turistica. Eppure: guai a chi chiede l’interruzione delle forniture di armi, guai a chi invoca sanzioni economiche, guai ai mandati d’arresto della Corte penale internazionale per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant (anzi: guai alla Corte penale internazionale), guai a chi reclama l’interruzione dei rapporti, anche culturali, con i sostenitori d’Israele. E, soprattutto, guai a chi dice genocidio.

Senza tradire imbarazzo, il presidente della Repubblica e il papa incontrano, in successione, il presidente israeliano Herzog: colui che scriveva frasi di scherno sulle bombe destinate a Gaza, luogo in cui – parole sue – tutti sono colpevoli, non esistono innocenti. Nel frattempo, il ministro degli Esteri Antonio Tajani assume posa da statista vantandosi di aver fatto tradurre la Pimpa in arabo per quel pugnetto di bimbi palestinesi che, dopo essere stati feriti dai nostri alleati, ricevono cure in Italia. Ma chi gli scrive i discorsi? Gli autori dei programmi di Crozza?

Siamo, con tutta evidenza, a un tornante della storia contemporanea. Mai dal dopoguerra abbiamo assistito in diretta al genocidio di un popolo compiuto da un nostro strettissimo alleato: da chi, come ci ricorda Alberto Negri, ha in mano la nostra sicurezza informatica. Di Gaza sappiamo oramai tutto; persino ciò che accadrà prossimamente: se c’è una cosa che Israele non fa, è nascondere i suoi propositi. Eppure, non facciamo niente, né di concreto, come interrompere i rapporti con Israele e imporre sanzioni, né di simbolico, come riconoscere lo Stato palestinese. Stiamo tradendo le basi stesse della nostra Costituzione, che, dopo l’onta del fascismo, aveva reinserito l’Italia nel consesso della comunità internazionale proclamando il ripudio della guerra, i valori della pace e della giustizia tra i popoli, la disponibilità a limitare la sovranità nazionale, l’apertura al diritto internazionale, la sacralità dei diritti inviolabili dell’essere umano, la protezione degli stranieri.

Come in altri casi, anche in questo pesa il vertiginoso scollamento tra i rappresentanti e i rappresentati: in tutti i campi, non solo in ambito politico. Se vogliamo, tra chi riveste posizioni di potere e i senza potere. La sensibilità dell’opinione pubblica è altissima. Migliaia di iniziative – grandi e piccole, d’impatto mediatico e raccolte, di rilievo internazionale e locale – si susseguono, nascendo dal basso, per urlare quanto sia insopportabile alle coscienze dei cittadini e dei lavoratori quello che sta accadendo. La sensibilità delle classi dirigenti sembra, al contrario, anestetizzata o, nel migliore dei casi, paralizzata dall’incapacità di prendere pienamente atto dell’eccezionalità della situazione e della necessità di reagire a un’emergenza eccezionale tramite misure eccezionali. A dar voce al Paese sono i portuali.

Anche il sindacato – l’ultimo corpo intermedio ancora capace di leggere in profondità la società italiana, coglierne le istanze, organizzarle ed elaborare proposte non appiattite sull’ineluttabilità del mondo così com’è – fatica a farsi pienamente interprete dell’orrore sempre più diffuso tra i lavoratori. Ben venga la «mobilitazione contro la barbarie», ci mancherebbe. Ma è chiaro a tutti che uno «sciopero generale contro il genocidio» avrebbe tutt’altro significato.

USB: Se toccano la Flotilla è sciopero generale

I Coordinamenti nazionali di USB, riuniti ieri 3 settembre in forma congiunta, hanno deliberato di proclamare lo sciopero generale immediato nel caso in cui la Global Sumud Flotilla venisse attaccata dall’esercito israeliano e si impedisse agli aiuti umanitari di raggiungere Gaza e di essere distribuiti alla popolazione palestinese. La decisione di ricorrere alla forma di protesta più ampia ed estesa a disposizione dei lavoratori scaturisce da una serie di considerazioni:

  1. il fatto che anche una iniziativa umanitaria, di sostegno a popolazioni martoriate e che vedono messa a rischio la loro sopravvivenza, venga interpretata dal governo di Israele come un atto terroristico, è l’ennesima insopportabile dimostrazione dello spregio che lo Stato di Israele nutre verso le leggi internazionali e le più elementari norme di convivenza umana;
  2. il fatto che il governo italiano non abbia sentito la necessità, finora, di prendere una posizione chiara di condanna del comportamento del governo israeliano e non abbia ancora fatto sapere come intende proteggere i nostri connazionali impegnati in questa coraggiosa iniziativa di pace;
  3. la larga e spontanea adesione popolare che l’iniziativa sta ricevendo in tutto il Paese, che segue due anni di mobilitazioni ininterrotte a sostegno del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, e la forte spinta che proviene da diverse categorie di lavoratori, a cominciare dai portuali, di interrompere i traffici di armi e gli scambi commerciali con lo Stato di Israele;
  4. il sostegno manifestato da larghi strati della società civile, al Nord come al Sud, all’interruzione dell’assedio di Gaza e del resto della Palestina e lo sdegno diffusosi nei confronti degli atti criminali commessi ogni giorno contro la popolazione civile da parte dell’esercito israeliano.

Le proteste in corso costituiscono per l’USB il segno che un limite è stato superato all’orrore che abbiamo subito da due anni. Vedere che migliaia di bambini vengono trucidati sistematicamente, che si bombardano gli ospedali, che si impedisce l’afflusso degli aiuti e che si procede, rivendicandolo per bocca dei più alti esponenti del governo israeliano, alla eliminazione sistematica di un intero popolo senza che nessuno intervenga, tantomeno il nostro governo o l’Unione Europea, è una condizione che in tanti consideriamo insopportabile.

Per questi motivi i Coordinamenti nazionali dell’USB hanno deciso di raccogliere la proposta che è partita dal porto di Genova e che sta facendo il giro del Paese (e del mondo) di bloccare le attività, tutte le attività, se attaccheranno il simbolo della dignità dei popoli, la più grande iniziativa umanitaria mai realizzata.

L’Esecutivo nazionale USB dà quindi indicazione a tutte le strutture di categoria e alle federazioni territoriali di prepararsi alla mobilitazione, favorendo la più ampia partecipazione anche dei movimenti solidali e del resto della cittadinanza. Bisognerà mettere in atto ogni iniziativa utile a spiegare il senso della protesta e a coinvolgere i più larghi strati di lavoratori e lavoratrici.

Si dà inoltre notizia che continuano le consultazioni con diverse organizzazioni sorelle tra i lavoratori portuali per promuovere la protesta, sugli stessi obiettivi, a livello internazionale, anche in considerazione della settimana di proteste lanciata ieri 3 settembre dalla Federazione Sindacale Mondiale a sostegno del popolo palestinese (dal 16 al 21 di settembre) e della giornata contro il genocidio della popolazione palestinese indetta per il prossimo 8 settembre dalla Federazione mondiale dei trasporti della stessa FSM.

 

 

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