di Andrea Cegna
I 5 di San Juan Cancuc sono stati condannati a 18 anni e 9 mesi di carcere. Una condanna ingiusta, figlia di un sistema giudiziario piegato al potere e costruito sulla fabbricazione di colpevoli. Lo ha denunciato anche l’ONU: la loro detenzione è stata arbitraria, i loro diritti violati più volte, il processo un accumulo di prove inventate, testimoni falsi, omissioni.
Manuel Sántiz Cruz, Agustín Pérez Domínguez, Juan Velasco Aguilar, Martín Pérez Domínguez e Agustín Pérez Velasco sono stati arrestati il 29 maggio 2022. Difensori della terra e del territorio, compagni tzeltales impegnati nella vita comunitaria, sono stati portati via senza presunzione d’innocenza.

“Per quanto riguarda la sentenza dei compagni – raccontano – bisogna dire come andarono le cose. La detenzione fu arbitraria, non ci fu presunzione d’innocenza. Ci fabbricarono in principio un reato che non avevamo commesso, la detenzione di droga. Durante tutto questo processo fummo desaparecidos per 24 ore e, successivamente, quando vennero i testimoni che avrebbero dichiarato a nostro favore, anche questi furono arrestati e accusati insieme a noi di omicidio qualificato”.
Così si passò da un’accusa inventata a un’altra ancora più grave. “Ovviamente – continuano i compagni – nessuno di questi due delitti fu commesso da noi. Fu, come diciamo da queste parti, una fabbricazione di colpevoli. E il peritaggio non solo risultò aberrante, ma anche totalmente incanalato per accusarci e condannarci”.
Il primo processo mise in luce le irregolarità: testimoni falsi, errori della procura, mancanza di garanzie. “Si chiese la reposizione del giudizio – dicono – ma, come funziona il sistema giudiziario messicano, tutto si ripeté. Nei due processi fummo condannati a 25 anni. Poi, con l’appello, la pena fu ridotta soltanto di pochi anni e si stabilì a 18 anni e sei mesi”. Oggi i compagni sono in un amparo federale. “Perché siamo innocenti – insistono –. Le prove sono chiare. Tanto chiare che dal maggio di quest’anno il Gruppo di Lavoro sulle Detenzioni Arbitrarie dell’ONU ha rivisto il caso ed esige dal governo messicano la liberazione immediata e una riparazione integrale del danno che lo Stato ci ha causato con la detenzione, il carcere e la sentenza totalmente ingiusta”.
San Juan Cancuc è un municipio tzeltal delle montagne del Chiapas, a nord-est di San Cristóbal de Las Casas. Territorio di comunità indigene che da decenni vivono l’abbandono dello Stato, la militarizzazione e la presenza crescente del crimine organizzato. Qui, come in altre regioni del Chiapas, difendere la terra e opporsi ai megaprogetti significa esporsi a violenza e persecuzione. Non è un caso che proprio a Cancuc i compagni siano stati presi di mira: perché qui le comunità resistono, rivendicano autonomia, si oppongono al disboscamento, alla militarizzazione, all’avanzata dei gruppi armati che operano spesso con complicità istituzionale. In tutto il Chiapas oggi si registra un’escalation di violenza: scontri tra cartelli, omicidi, esodi forzati di intere comunità. In questo contesto, i difensori della terra diventano i bersagli più facili da criminalizzare.
“Il caso dei nostri compagni – aggiungono – dimostra che, a partire da questo tipo di esecuzioni penali, si sta cercando di desmovilizzare la popolazione e la società civile. Essendo difensori della terra e del territorio, la minaccia è costante. Quello che ci succede oggi potrebbe accadere domani a chiunque si organizzi. Per questo serve che non ci lascino soli”.
Dal canto suo, il Frayba ha ribadito in un comunicato che “la detenzione, la prigionia e la sentenza dei 5 di Cancuc fanno parte di una strategia sistematica di criminalizzazione contro i difensori indigeni dei diritti umani in Chiapas. Si tratta di un’ingiustizia che ha come obiettivo intimidire le comunità e frenare le loro lotte collettive per la vita, la terra e il territorio”.
“Cosa si può fare dall’estero? – domandano i compagni – Stare attenti a tutto ciò che viene diffuso dal Gruppo di Lavoro e dal Frayba, riprodurlo, diffonderlo, non dimenticarci. Non siamo tutte, non siamo tutti, se non ci si ricorda dei compagni incarcerati”.
In Chiapas c’è una fervente attività che chiede la loro libertà. Si chiede di mandare un segnale di solidarietà semplice ma potente: stiamo invitando le nostre compagne e i nostri compagni di tutto il mondo a mandarci un video in solidarietà con i nostri compagni prigionieri e con le loro famiglie, della durata tra i 30 e i 60 secondi, in cui le richieste siano queste tre: libertà immediata per i nostri compagni di San Juan Cancuc, rispetto dell’opinione del Gruppo di Lavoro sulle detenzioni arbitrarie dell’ONU e stop alla fabbricazione di colpevoli.
fonte: ilfinestrino.substack.com
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