I coloni israeliani puntano all’eliminazione fisica dei palestinesi

Pogrom dei coloni israeliani nei territori occupati della Palestina, dove il numero delle vittime per mano dell’occupazione israeliana da inizio 2023 è arrivato ormai a quota 65: più di uno al giorno.

Epicentro della repressione e della resistenza popolare è ancora la zona di Nablus, stretta tra le colonie abusive e illegali – che non dovrebbero esserci, nemmeno per la silente comunità internazionale, visto che siamo in piena Cisgiordania – e i continui raid israeliani.

Centinaia di coloni di ultradestra armati si sono riversati nella cittadina palestinese di Huwara dando fuoco a 75 abitazioni – con dentro famiglie intere – e oltre 100 automobili. C’è almeno una vittima, il 37enne Sameh Aqtash e 390 feriti, di cui una dozzina di feriti gravi. Analoghi pogrom, in scala minore, hanno toccato – spiega la Mezzaluna Rossa Palestinese, che ha visto 3 proprie ambulanze attaccate – anche i villaggi di Zaatara, Burin e Asira al-Qibliya.

Un salto di qualità oggettivo nelle pratiche terroristiche dei coloni, teso alla cacciata sistematica dei palestinesi da ogni territorio, per trasformare l’intera Cisgiordania in una colonia. Una precisa pratica politica, che ha portato nel solo 2022 a quasi 700 attacchi dei coloni ai civili palestinesi.

Nel comunicato del Comitato di Trieste di Salaam Ragazzi dell’Olivo quella operata da Israele su Huwara viene definita “furia incendiaria”. Anche definirla pogrom sarebbe azzeccato.

Stiamo parlando di ”quasi 70 persone uccise tra adulti e adolescenti nei primi 2 mesi del 2023 per i ripetuti attacchi con incursioni violente e omicide nelle città di Jenin, Nablus, in alcuni campi profughi della Cisgiordania e i susseguenti bombardamenti a Gaza”.

Attacchi che secondo il Comitato triestino avrebbero “come unico risultato la continuazione della pulizia etnica, pianificati ormai nell’apartheid applicata dalle forze israeliane sioniste al popolo palestinese”.

Le ultime uccisioni – prosegue la denuncia – sono avvenute durante i colloqui in Giordania, promosso dagli Stati Uniti ad Aqaba, per discutere, pensate un po’, del peggioramento della violenza nei Territori Occupati”. Dopo che “le forze israeliane hanno lanciato il loro raid più mortale nella Cisgiordania occupata in quasi 20 anni, provocando la morte di 11 palestinesi nella città di Nablus”.

Non è da meno Jeff Halper (antropologo israeliano, docente di Antropologia all’Università Ben Gurion,è stato coordinatore dell’Israeli Committee Against House Demolitions) nel suo articolo del 27 febbraio:

I coloni si sono abbattuti con furia sulla città palestinese di Huwara, vicino a Nablus, e l’hanno incendiata: case (più di 30), attività commerciali, moschee, scuole, ogni edificio a cui hanno potuto dare fuoco, oltre a più di 40 auto e persino alle autobotti dei vigili del fuoco locali, in modo da non poter contenere le fiamme che si propagavano. Sembra che ci siano molte vittime palestinesi – si parla di un morto, 98 palestinesi sono stati curati per le ferite riportate finora – anche se i coloni stanno attaccando le ambulanze e l’esercito israeliano avrebbe impedito alla Croce Rossa di entrare in città. (Ora, tre ore dopo l’inizio del pogrom, i coloni sono ancora in città e, secondo quanto riportato dal Canale 12 israeliano, impediscono alle famiglie palestinesi intrappolate nelle case in fiamme di fuggire – e nessun aggressore è stato arrestato)”.

Una linea tanto chiara quanto eversiva, quella dei coloni, tanto da spingere persino il premier Netanyahu e il presidente della Repubblica di Tel Aviv, Herzog, a (flebili) condanne di quanto accaduto. Parole più dure, ma dall’eco anch’esso flebile, sono arrivate dall’Anp (clicca qui): la comunità internazionale, al di là delle dichiarazioni diplomatiche, è sostanzialmente disinteressata alle sorti dei palestinesi. Un implicito via libera alle azioni terroristiche dei coloni israeliani.

Più chiare le parole della piazza di martedì 27 febbraio a Tel Aviv, quando svariate centinaia di persone sono scese in piazza con realtà come l’ong Peace Now e forze di sinistra (clicca qui) per condannare quello che hanno definito senza mezzi termini “il pogrom di Huwara” e per opporsi a un’”agenda politica procoloni e proapartheid. Chiediamo pace e giustizia, mentre il governo di destra vuole solo il caos”. I manifestanti hanno bloccato, sedendosi a terra, le vie centrali di Tel Aviv, prima dell’arrivo della polizia che li ha rimossi fisicamente dalle carreggiate.

Sul fronte palestinese, Fatah ha chiamato alla “mobilitazione popolare”, mentre Hamas, da Gaza, ha ribadito che “non c’è alcun cessate il fuoco in corso con gli occupanti”.

Il commento a Radio Onda d’Urto di Chiara Cruciati, giornalista de “Il Manifesto”. Ascolta o scarica

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