Cittadinanza negata perché “di sinistra”: il TAR smonta il Viminale

Il Ministero dell’Interno aveva respinto la domanda invocando vaghi “motivi di sicurezza della Repubblica” legati alla simpatia politica del richiedente. Il tribunale annulla tutto: decisione immotivata e incompatibile con lo Stato di diritto.

C’è un caso che racconta perfettamente il clima politico e giuridico del nostro tempo. Un giovane migrante si vede negare la cittadinanza italiana non per reati commessi, non per condanne, non per comportamenti concretamente pericolosi, ma per presunti “motivi di sicurezza della Repubblica” collegati alla sua vicinanza a un movimento di sinistra. Il Tribunale amministrativo regionale del Lazio ha accolto il ricorso, censurando il provvedimento del Ministero dell’Interno per difetto di motivazione e insufficienza istruttoria.

Al di là dell’esito giudiziario, il caso è politicamente enorme. Perché mostra come la cittadinanza possa essere trasformata da diritto regolato da principi costituzionali a strumento discrezionale di selezione ideologica. Non conta più ciò che una persona fa, ma ciò che pensa, frequenta, rappresenta simbolicamente.

È la logica del diritto penale del nemico trasferita sul terreno amministrativo: non si giudicano fatti, si classificano persone. Non si sanzionano condotte, si colpiscono identità ritenute sospette. Il cittadino potenziale diventa un soggetto da sorvegliare, valutare, eventualmente escludere.

La formula utilizzata – “sicurezza della Repubblica” – è rivelatrice. Una nozione eccezionale, pensata per minacce concrete e gravi, piegata qui a contenitore opaco dentro cui far rientrare il dissenso politico. Quando categorie così elastiche vengono usate senza prove solide né motivazioni rigorose, la sicurezza smette di essere tutela collettiva e diventa linguaggio del potere.

Il TAR, respingendo il diniego, ricorda un principio essenziale: in uno Stato di diritto non basta evocare la sicurezza per comprimere diritti. Servono fatti precisi, elementi verificabili, motivazioni serie. Altrimenti il sospetto sostituisce la prova e l’arbitrio prende il posto della legalità.

Questo episodio dice molto anche sulla trasformazione contemporanea della cittadinanza. Sempre meno status fondato sull’uguaglianza giuridica, sempre più premio condizionato alla conformità: essere integrati, docili, produttivi, politicamente innocui. Chi devia da questo modello rischia di restare fuori.

Ma una democrazia che teme le idee al punto da negare diritti fondamentali sulla base delle simpatie politiche rivela soprattutto la propria debolezza. Quando il dissenso viene trattato come minaccia, il problema non è il dissenso: è la qualità democratica delle istituzioni.

Il caso finisce con una sconfitta del Viminale. Ma resta una domanda decisiva: quanti altri provvedimenti analoghi passano sotto silenzio, lontano dai tribunali e senza possibilità di difesa?

Perché quando la cittadinanza diventa premio per obbedienti e la sicurezza pretesto per escludere, il confine non separa più italiani e stranieri. Separa chi è conforme da chi osa pensare diversamente.

Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.

Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000

News, aggiornamenti e approfondimenti

sul canale telegram e canale WhatsApp