Cisgiordania, la pulizia etnica avanza con i coloni e l’esercito


Famiglie palestinesi assediate, acqua ed elettricità tagliate, case evacuate mentre gli aggressori restano sul posto. La vicenda di Qusra mostra il meccanismo con cui la colonizzazione della Cisgiordania procede ogni giorno: violenza dei coloni, protezione militare e sfollamento forzato

Li hanno armati, finanziati e trasformati in avanguardia della colonizzazione. Hanno accelerato la costruzione di nuovi insediamenti e l’espansione di quelli esistenti, hanno consegnato loro fucili, veicoli, droni e sistemi di sorveglianza. Ministri e dirigenti politici israeliani li hanno celebrati come pionieri ed «eroi». Ora, davanti all’assedio imposto dai coloni alle famiglie palestinesi di Qusra, il governo israeliano finge di non riuscire a controllarli.

Come racconta Eliana Riva su il manifesto, da giorni alcune abitazioni palestinesi del villaggio di Qusra, a sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata, sono circondate da uomini armati provenienti dagli avamposti coloniali. Hanno montato tende a pochi metri dalle finestre, costruito barricate, bloccato le strade, rubato bestiame, sradicato alberi. Acqua ed elettricità sono state tagliate. Entrare e uscire dalle abitazioni è diventato quasi impossibile.

Non è un’esplosione improvvisa di violenza e non è neppure, come viene spesso raccontato, uno dei tanti “scontri” tra israeliani e palestinesi. È una tecnica di espulsione. Si assedia una famiglia, la si priva delle condizioni elementari per vivere, si rende impossibile raggiungere il lavoro, acquistare cibo, accompagnare un bambino dal medico. Poi si aspetta. L’obiettivo è costringere gli abitanti ad andarsene e impossessarsi della terra.

A Qusra il paradosso ha assunto persino una forma grottesca. Di fronte alle violenze dei coloni, l’esercito israeliano ha emesso ordini di evacuazione. Ma non contro gli aggressori. A lasciare le proprie abitazioni dovevano essere quindici famiglie palestinesi. Alcune hanno avuto appena mezz’ora per raccogliere ciò che potevano e andarsene. La misura è stata presentata come una forma di “protezione” dagli incidenti in corso. In altre parole: per proteggere gli aggrediti, si cacciano gli aggrediti e si lasciano sul terreno gli aggressori.

Le famiglie hanno compreso perfettamente cosa significa. Andarsene, anche solo temporaneamente, può voler dire non tornare mai più.

Aisha Hassan, prigioniera di fatto nella propria abitazione, lo ha detto chiaramente: «Siamo circondati dai coloni, però resistiamo». Nonostante il taglio dell’acqua e dell’elettricità, la sua famiglia non vuole lasciare la casa. «Nonostante i loro ripetuti attacchi resteremo nelle nostre case, anche se ci uccideranno».

La paura non nasce dal nulla. Poco distante, a Jalud, la stessa tecnica ha già funzionato. I coloni provenienti dall’avamposto di Jabal Ein Eina hanno assediato la famiglia Tubasi fino a costringerla ad abbandonare la propria abitazione. Prima l’acqua, poi l’elettricità, quindi l’isolamento e le aggressioni. A Qusra stanno ripetendo lo stesso schema. Yuli Novak, direttrice esecutiva dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, lo definisce parte di un processo ben più vasto: le milizie dei coloni, sostenute dall’esercito, occupano terre, attaccano abitazioni e spingono le famiglie palestinesi alla fuga. «La pulizia etnica della Cisgiordania sta accelerando e si sta espandendo sotto gli occhi di tutti».

È questo il punto politico della vicenda di Qusra. Parlare genericamente di “violenza dei coloni” rischia ormai di essere persino fuorviante, perché suggerisce l’esistenza di gruppi estremisti che agirebbero ai margini dello Stato israeliano. La realtà raccontata sul terreno è diversa. La colonizzazione non procede nonostante lo Stato: procede attraverso lo Stato.

Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha definito gli uomini delle fattorie e degli insediamenti «il muro di protezione dello Stato di Israele». È lo stesso Smotrich che ha parlato apertamente della necessità di “incoraggiare l’emigrazione” palestinese. Non occorre molta immaginazione per comprendere cosa significhi questa formula quando viene tradotta nella vita quotidiana: rendere un territorio progressivamente invivibile fino a convincere, o costringere, chi lo abita ad abbandonarlo.

Lo dimostra anche la condotta dell’esercito. Un intero battaglione di fanteria e decine di agenti della polizia di frontiera sono stati inviati a Qusra con l’annunciato obiettivo di smantellare l’avamposto improvvisato. L’operazione si è conclusa praticamente nel nulla. Sono state rimosse alcune strutture, i coloni hanno lanciato pietre e bloccato le strade, ma nessuno è stato arrestato. Alla fine i militari si sono ritirati. Neppure l’arrivo del comandante della regione centrale Avi Bluth ha modificato la situazione.

Provate a immaginare la stessa scena a parti invertite: decine di palestinesi armati che occupano illegalmente un territorio, assediano abitazioni israeliane, tagliano acqua ed elettricità, lanciano pietre contro un battaglione dell’esercito e impediscono ai militari di eseguire un ordine. È difficile credere che l’operazione terminerebbe con qualche granata stordente e il ritiro dei soldati.

La sproporzione racconta meglio di qualsiasi dichiarazione la natura del sistema.

In cinque giorni di assedio, le forze israeliane hanno riferito di aver fermato un solo israeliano, senza nemmeno chiarire se sia stato successivamente arrestato. Nello stesso territorio, secondo la Società dei prigionieri palestinesi, nel solo mese di luglio l’esercito ha fermato o arrestato 630 palestinesi.

Non è incapacità dello Stato di imporre la propria autorità. È selettività nell’esercizio dell’autorità.

Quando si tratta di invadere un campo profughi, arrestare centinaia di palestinesi, demolire una casa o chiudere una strada, l’apparato militare israeliano dimostra un’efficienza impressionante. Quando invece poche decine di coloni assediano famiglie palestinesi, improvvisamente lo stesso apparato diventa esitante, confuso, impotente.

Questa impunità produce risultati concreti. Secondo i dati riportati, la maggior parte dei 6.200 palestinesi cacciati dai coloni tra il 2023 e il 2026 sono stati espulsi dalle proprie comunità senza che le loro storie raggiungessero la stampa internazionale; più di tremila erano bambini.

Altri dati descrivono la stessa dinamica da una prospettiva ancora più ampia. Secondo la Commissione palestinese per la resistenza al Muro e agli Insediamenti, nel solo luglio soldati e coloni avrebbero compiuto 2.256 attacchi contro palestinesi, terre e proprietà: 1.458 attribuiti alle forze militari e 798 ai coloni. Dal 2023, 64 comunità palestinesi sarebbero state completamente sfollate e altre quindici parzialmente, per oltre 4.800 persone, più di 2.300 delle quali minori. Nel solo mese di luglio sarebbero state inoltre realizzate ottanta operazioni di demolizione.

Parallelamente avanzano gli insediamenti. Dall’insediamento dell’attuale governo israeliano, il gabinetto di sicurezza ha approvato diciannove nuovi insediamenti e, secondo i dati diffusi dallo stesso Smotrich, sono stati autorizzati 104 nuovi insediamenti e promossi 160 avamposti. A Gerusalemme Est avanzano progetti per oltre 3.400 nuove unità abitative.

E mentre Qusra viene assediata, a est di Jenin Israele sta ricostruendo Ganim, insediamento evacuato nel 2005. Sono già comparse una ventina di case prefabbricate. A celebrarne il ritorno sono arrivati il ministro della Difesa Israel Katz e Smotrich. «Qui resteremo per sempre», ha dichiarato Katz. Prima del loro arrivo l’esercito aveva demolito negozi palestinesi e sbarrato alcune strade che collegavano le comunità della zona.

La fotografia è completa. Da una parte si costruisce, dall’altra si demolisce. Da una parte si proteggono gli avamposti, dall’altra si espellono gli abitanti. Da una parte si distribuiscono armi, dall’altra si effettuano arresti di massa. La violenza dei coloni apre la strada, l’esercito consolida sul terreno ciò che quella violenza produce e il governo trasforma progressivamente i fatti compiuti in progetto politico.

È questa la colonizzazione della Cisgiordania nel 2026.

Ecco perché Qusra non è una storia locale e non è un incidente. È il laboratorio quotidiano di una strategia molto più vasta: frammentare il territorio palestinese, espandere gli insediamenti, rendere impossibile la vita nelle comunità più vulnerabili e spingere progressivamente gli abitanti ad andarsene.

Anche la reazione internazionale segue uno schema ormai conosciuto. Questa volta persino l’ambasciatore statunitense Mike Huckabee ha definito i coloni coinvolti «terroristi» e le loro azioni «disgustose». Ma gli stessi palestinesi con cittadinanza statunitense ricordano come le richieste di protezione rivolte all’ambasciata siano rimaste ripetutamente senza risposta. E Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha revocato le sanzioni che l’amministrazione Biden aveva imposto contro alcuni coloni.

Le parole, ancora una volta, arrivano quando i fatti sono già stati prodotti. E soprattutto non modificano il rapporto materiale di forza che consente la colonizzazione.

Il diritto internazionale assegna alla potenza occupante il dovere di proteggere la popolazione civile del territorio occupato. In Cisgiordania accade l’opposto: l’esercito della potenza occupante protegge troppo spesso coloro che sottraggono la terra alla popolazione occupata.

Qusra rende visibile questo meccanismo con una chiarezza quasi brutale. I coloni assediano le case palestinesi. L’esercito arriva. E alla fine sono i palestinesi a ricevere l’ordine di andarsene.

Non è un paradosso. È esattamente così che funziona la pulizia etnica quando non viene realizzata in un solo giorno, ma un villaggio, una strada, una casa alla volta.