di Marco Sommariva*
Serve smettere di raccontare la salute mentale come una minaccia sociale anche perché, come diceva Basaglia, “visto da vicino nessuno è normale
Cominciamo da una breve e fredda cronaca dell’episodio accaduto nei giorni scorsi a Modena: venerdì 15 maggio, alle 16.30, in via Emilia Centro, una macchina a «velocità di autostrada» è improvvisamente piombata sui pedoni in transito causando otto feriti, di cui tre gravi, portati via dal 118 – una di loro ha perso le gambe a causa dell’impatto. La vettura si è poi schiantata circa cento metri dopo, contro un negozio d’abbigliamento frantumandone la vetrina e schiacciando un altro passante. A quel punto, l’autista dell’auto – un italiano di origini marocchine, laureato in economia – è sceso, ha tentato di accoltellare un pedone ed è stato bloccato da alcuni passanti, fra cui due egiziani.
Così come ha scritto su la Repubblica il Dottor Giuseppe Lavenia – psicologo e psicoterapeuta, presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te.” e docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche –, questo episodio sta evidenziando la tendenza sempre più diffusa a vedere i problemi di salute mentale come sinonimo di violenza, o perlomeno questo è quanto vivo nei commenti di tanti, ed è quello che pare stia accadendo sui social. Personalmente, ho avuto modo di ascoltare reazioni che vanno dalla pena capitale alla deportazione di tutti gli immigrati; insomma, come al solito, ci si appella a “scorciatoie” perché abbreviano i tempi di risoluzione di un problema ed evadono velocemente la pratica.
Anni fa ho frequentato un Corso di dieci lezioni che mi ha portato a ottenere un attestato col quale potrei fare del volontariato nei reparti psichiatrici. Durante questi incontri tenuti da dieci psichiatri diversi, ho imparato molte cose. Una fra queste è che a soffrire di un disturbo mentale è circa il 25% della popolazione, quindi, conti alla mano, se uno su quattro di noi ha un disturbo significa che questa persona potremmo averla in famiglia, in ufficio, come vicino di casa, accanto sul bus mentre andiamo a scuola o al lavoro, oppure… siamo noi. Ai più, questi numeri risultano incredibili perché tanti credono ancora che le persone che soffrono di un disturbo mentale siano dei violenti, in realtà non rappresentano un pericolo sociale, anche perché quasi sempre vivono questo loro “disagio” nel silenzio, nell’isolamento, nella vergogna di chiedere aiuto, per la paura di essere giudicati.
Immagino abbiate sentito anche voi invocare in questi giorni la riapertura dei manicomi. Chissà, forse il sentore comune vorrebbe tornare ai vecchi tempi, quando si depositavano lì i famigliari di cui ci si vergognava, che ci spaventavano, così come oggi ci fa paura la complessità dei problemi di queste persone e pensiamo di risolverli, appunto, crocefiggendo un colpevole, i suoi famigliari, i suoi connazionali. Non c’è niente da fare, è così, termini come immigrato, straniero e terrorismo fanno comodo perché hanno la capacità di spostare il problema lontano da noi, dalle nostre responsabilità.
Il Dottor Lavenia ci invita a riflettere sul fatto che lo straniero che ha aggredito è diventato immediatamente un simbolo negativo, mentre gli stranieri che l’hanno immobilizzato sono stati resi quasi invisibili, come fossimo interessati a quei pezzi della realtà che ci fanno comodo dimenticando sullo sfondo quelli scomodi: “La verità è che l’idea del terrorismo ci rassicura più dell’idea della sofferenza mentale. Il terrorismo ha un nemico esterno, identificabile, quasi cinematografico. La salute mentale invece ci obbliga a guardare dentro casa nostra, dentro un sistema che continua a trattarla come una priorità solo dopo una tragedia. Ci obbliga a vedere i servizi sovraccarichi, gli operatori esausti, le famiglie lasciate sole, le persone fragili che entrano ed escono dai percorsi di cura fino a sparire lentamente dai radar. E allora diventa molto più facile gridare alle origini dell’aggressore piuttosto che chiederci perché in Italia il disagio psichico continui a essere affrontato sempre troppo tardi. Parlare di salute mentale non significa giustificare”.
Mentre ascolto due persone che discutono inutilmente sulla velocità dell’auto che ha falciato i pedoni a Modena – uno dice faceva più dei 100 km/h, l’altro ribatte che faceva più dei 150 – aumentano le fragilità e diminuiscono gli strumenti per accoglierle: “[…] il nostro Paese investe nella salute mentale circa il 3% del Fondo Sanitario Nazionale, una delle percentuali più basse in Europa”.
Non solo, mancano psicologi, psicoterapeuti, educatori e psichiatri: provate a rivolgervi al più vicino Centro di Salute Mentale e ve ne accorgerete. Sempre che il CSM più vicino non disti sessanta chilometri da casa vostra e siate sprovvisti di patente.
Rispetto a vent’anni fa abbiamo fatto dei passi avanti, ma siamo ancora una società che giudica e tiene a distanza i fragili che, a loro volta, sono costretti a tacere ogni loro malessere per non trovarsi sul banco degli imputati.
Secondo le ricerche dell’associazione “Di.Te.” sette adolescenti su dieci chiedono agli adulti più ascolto e meno giudizio e – tenetevi forte – “sempre più ragazzi raccontano di sentirsi compresi più da un’intelligenza artificiale che da una persona reale”.
Il caso di Modena mostra una società che s’accorge della sofferenza solo quando diventa tragedia, come quando vediamo sfracellarsi al suolo i nostri ragazzi e solo allora scopriamo che fra le pareti del nostro stesso condominio qualcuno soffriva in silenzio, e insieme a questo qualcuno l’intera sua famiglia, spesso abbandonata (anche dai parenti più prossimi) o male assistita perché, sia chiaro, specie fra le “vecchie” generazioni di dottori, s’annidano ancora camici bianchi che neppure sanno esattamente cos’è l’ADHD [Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività] e si relazionano coi ragazzi impersonando gli zii simpatici ai quali confessare se hanno la fidanzata o il fidanzato e se si sono fatti una canna ultimamente.
A questo governo che parla tanto di sicurezza sfugge il fatto che la salute mentale non è separata dalla sicurezza, e che se arriva a usare le origini di un uomo per spiegare un problema di tale portata, probabilmente è mosso da un bel po’ di malafede. Anzi, mi auguro ci sia molta malafede in questo atteggiamento perché, ogni tanto, mi sorge il dubbio che non sia così e che lo spessore di chi ci governa – opposizione compresa – sia proprio questo, poca cosa, giusto al livello di chi è convinto che con un’accurata remigrazione vivremmo tutti felici e contenti.
Se scegliamo di vedere soltanto ciò che conferma le nostre paure, non capiremo mai i problemi che dovremmo combattere.
Scriveva John Steinbeckne La valle dell’Eden: “Credo che tutti al mondo, più o meno, abbiano provato il senso d’essere ripudiati. E a questo segue l’ira, e all’ira una forma di delitto come vendetta, e al delitto la colpa: ecco la storia dell’umanità. Se la ripulsa potesse essere amputata credo che l’uomo non sarebbe quello che è. Forse ci sarebbero meno pazzi. E sono sicuro, dentro di me, che non ci sarebbero tante prigioni. È tutto qui: il principio, la partenza”.
Ecco, appunto, il principio, la partenza. E allora iniziamo con lo smettere di raccontare la salute mentale come una minaccia sociale anche perché, come diceva Basaglia, “visto da vicino nessuno è normale”.
*scrittore e collaboratore dell’Osservatorio Repressione sul sito www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni
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