Nel Cpr di Bari le persone trattenute hanno protestato per le condizioni detentive, è la seconda volta in poche settimane. Nel cpr di Gradisca si sospetta un’epidemia di scabbia. Deportare venti migranti in Albania è costato 114mila euro al giorno
di Michele Gabirasi e Giansandro Merli da il manifesto
Si sono momentaneamente placate, dopo alcuni giorni, le rivolte nel Cpr di Bari. Sono scattate a inizio settimana per via delle condizioni detentive: nella notte tra domenica e lunedì alcune persone trattenute all’interno del modulo 7 del centro hanno dato fuoco a mobili e suppellettili. La notte successiva, riferiscono gli attivisti della rete contro i Cpr, è stato il turno dei moduli 2, 3 e 6. Ancora nel pomeriggio di martedì sono stati accesi altri incendi. Ogni volta i detenuti sono saliti sul tetto della struttura, per evitare di respirare il fumo.
IERI la prefettura di Bari ha diramato un comunicato per smentire una notizia che era emersa negli scorsi giorni, ovvero che un detenuto feritosi nel corso delle proteste, riportando fratture agli arti, non fosse stato assistito: «È stato immediatamente soccorso e trasportato presso il locale pronto soccorso, dove ha ricevuto tutte le cure mediche necessarie», sostiene la prefettura. Nonostante ciò all’interno del Cpr, riferiscono gli attivisti e una persona che frequenta abitualmente il centro, non è consentito portare stampelle e sedie a rotelle, fatto che renderebbe in ogni caso la permanenza molto difficoltosa. Inoltre nel corso delle proteste, per sedare le quali sono intervenute le forze dell’ordine, una persona sarebbe stata portata in isolamento mentre un altro detenuto di origine tunisina sarebbe stato arrestato a causa della rivolta. La seconda in poche settimane. Anche all’inizio di luglio per alcuni giorni i detenuti avevano protestato, per le stesse motivazioni avanzate nei giorni scorsi: cibo avariato, temperature elevate, mancanza di cure e soprattutto i lunghi tempi di trattenimento, cui spesso non segue nemmeno un rimpatrio.
CONTEMPORANEAMENTE nel Cpr di Gradisca d’Isonzo, in Friuli, da settimane la rete «Mai più lager – No ai Cpr» denuncia la diffusione di scabbia tra i detenuti. Le prime segnalazioni erano arrivate all’inizio di giugno, con fotografie di persone detenute che riportavano bolle pruriginose sugli arti e sul tronco, sintomatologia riconducibile alla scabbia. Inizialmente la prefettura, con una nota del 19 giugno, ha smentito la presenza di casi, riferendo che il trattenuto ritratto nelle foto pubblicate era risultato, a seguito di alcune visite, affetto da un’allergia che aveva prodotto le bolle. Poi il 14 luglio una persona è stata liberata perché non idonea al trattamento. A seguito di una visita medica la Asl scriveva «si effettua segnalazione scabbia». Infine, due giorni fa, il 23 luglio, la prefettura ha risposto a un’altra segnalazione scrivendo che dopo che «alcuni ospiti hanno lamentato sintomi riconducibili a scabbia» e «una volta rilevata la presenza di lesioni compatibili» è stato attivato il protocollo previsto per il caso, consistente nella disinfezione degli ambienti e «misure preventive per contenere il contagio». Contatta dal manifesto la prefettura ha smentito l’ipotesi di un’epidemia, riferendo che nel centro sono presenti 71 persone e che quelle con sintomi riconducibili alla scabbia sarebbero soltanto alcune.
«IL MODO in cui viene gestito il problema sembra solo quello di nascondere la scabbia», dice Nicola Cocco, infettivologo esperto di medicina detentiva, che aveva inviato già a giugno una segnalazione al Cpr. «È quantomeno strano dire che ci sono dei casi isolati, che si verificano assieme, magari a contatto con una persona positiva. Perché la scabbia si trasmette molto rapidamente, soprattutto in ambienti ristretti e in luoghi con condizioni igienico-sanitarie degradate – prosegue Cocco – Ai sensi della direttiva Lamorgese avrebbero dovuto dichiarare inidonee al trattenimento tutte le persone affette da scabbia o sospette tali, in quanto malattia infettiva contagiosa per la comunità».
Centoquattordicimila euro spesi ogni giorno per detenere venti persone tra metà ottobre e fine dicembre 2024. È il bilancio economico della prima fase del progetto Albania, quella sui richiedenti asilo provenienti da «paesi sicuri», tracciato ieri da ActionAid e università di Bari. Che scrivono: «L’operazione Albania è il più costoso, inumano e inutile strumento nella storia delle politiche migratorie italiane». A conti fatti per la detenzione di quei migranti l’ente gestore, Medihospes, ha ricevuto 570mila euro. Vitto e alloggio del personale di polizia sono costati 528mila euro. Cinque i giorni di attività delle strutture.
TUTTI I RICHIEDENTI ASILO, infatti, sono rimasti dietro le sbarre albanesi per poche ore, liberati dai giudici che hanno ritenuto i trattenimenti in contrasto con le norme europee. Le sentenze e poi il rinvio alla Corte di giustizie Ue (la sentenza arriverà il primo agosto) hanno spinto il governo ad avviare la fase successiva: le deportazioni di “irregolari” dal territorio italiano.
Nel frattempo a Gjader i posti solo saliti a 400. «L’allestimento di un posto effettivamente disponibile in Albania è costato oltre 153mila euro», scrivono ActionAid e UniBari. Sette volte in più che in Italia. La detenzione extraterritoriale appare «del tutto irrazionale e illogica», secondo l’esperto di migrazioni per ActionAid Fabrizio Coresi, anche perché a fine 2024 su 1.164 posti effettivamente disponibili nei Cpr italiani ben 263 erano vuoti.
I NUMERI SULLA SPESA hanno fatto ripartire alla carica le opposizioni che nell’ultimo periodo si erano un po’ distratte dal progetto Albania, soprattutto quando i richiedenti asilo sono stati sostituiti dagli “irregolari” (fa eccezione la deputata dem Rachele Scarpa, che ha mantenuto un monitoraggio costante e ha all’attivo il record di ispezioni oltre Adriatico).
Il ministero dell’interno ritiene questo sperpero di denaro pubblico un «investimento fondamentale» per un modello apprezzato da più parti in Europa, «una risposta concreta, strutturata ed efficace che consentirà una volta a regime di ridurre drasticamente i costi di accoglienza e velocizzare i rimpatri, allineandosi con le nuove normative europee che entreranno in vigore il prossimo anno».
UN ALTRO ELEMENTO interessante del rapporto è quello che riguarda il numero dei rimpatri. Quelli realizzati lo scorso anno dai Cpr hanno toccato il minimo storico dal 2014. La media annuale tendeva ad assestarsi intorno al 50% delle persone complessivamente trattenute, ma nel 2024 è scesa al 41,8% (2.576 miranti sul totale di 6.164). Questo mentre uno dei provvedimenti bandiera del governo ha moltiplicato il periodo massimo di detenzione amministrativa: da tre a diciotto mesi. E nonostante lo scorso anno il costo del sistema detentivo sia andato «fuori controllo»: quasi 96 milioni di euro per le 11 strutture attive, più del totale speso nei sei anni precedenti quando non aveva raggiunto i 93 milioni.
Altro fattore preoccupante è il cambio di funzione di questa particolare privazione della libertà personale, che avviene senza che la persona abbia commesso reati. Nei Cpr aumentano i richiedenti asilo: l’anno scorso sono stati il 45% di tutti i trattenuti. «L’utilizzo della detenzione come strumento della politica d’asilo segna un cambio di paradigma epocale, che pone gravi interrogativi circa gli obiettivi di uno strumento così impattante sui diritti fondamentali delle persone», afferma il ricercatore di UniBari Giuseppe Campesi.
INTANTO IL 15 LUGLIO il massimario della Cassazione, l’ufficio vituperato dal governo per le relazioni critiche sul decreto sicurezza e la legge Albania, ha pubblicato un parere sulla recente sentenza della Consulta relativa ai Cpr. Quella che «accerta ma non dichiara» l’incostituzionalità dei centri. Facendo riferimento alle decisioni delle Corti d’appello di Cagliari, Roma e Genova che avevano richiamato per inciso la pronuncia, pur liberando tre richiedenti asilo per altre ragioni, l’ufficio tecnico degli ermellini afferma che le norme sulla detenzione amministrativa restano nell’ordinamento, anche se è stata riconosciuta la mancanza di una legge che regola i «modi» del trattenimento.
Non possono dunque essere disapplicate. Anche perché la sentenza si rivolge al legislatore, non ai giudici. A questi resta la strada di sollevare nuove questioni di legittimità costituzionale, segnalando l’inerzia del parlamento.
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