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Il caso di Julian Assange riguarda tutti noi

Intervista a Stella Assange, avvocata e dal 2022 moglie di Julian che dal 2019 è rinchiuso in un carcere di massima sicurezza a Londra con l’accusa di aver divulgato segreti militari statunitensi. In caso di estradizione rischia fino a 175 anni di carcere. “È molto provato ma incoraggiato dal fatto che l’Alta Corte di Londra abbia accettato di ascoltare il suo appello oltreché dal sostegno diffuso tra le persone”

di Anna Maria Selini  da Altreconomia

Quando sale sul palco del Wired next fest, a Milano, a metà giugno, sembra minuta, ma appena prende la parola diventa una gigante: “Il caso di mio marito Julian Assange non riguarda solo lui, ma tutti noi. È il più pericoloso attacco alla libertà di informazione nell’era di internet e un messaggio per il resto della stampa: la raccolta e la divulgazione di informazioni sono considerate un’attività criminale”.

Stella Assange, 40 anni, nata Stella Gonzales Devant, è stata prima l’avvocata e dal 2022 è la moglie di Julian Assange, il giornalista australiano accusato dagli Stati Uniti di aver divulgato segreti militari e diplomatici attraverso il sito Wikileaks, di cui è il co-fondatore. Rischia fino a 175 anni di carcere. Dopo aver ricevuto asilo per quasi sette anni nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dal 2019 Assange è rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, la “Guantanamo inglese”.

Trascorre 22 ore su 24 in una cella di sei metri quadrati -racconta la moglie- non può usare internet e ha un accesso limitato al telefono: può chiamare solo me e una serie di persone approvate dal carcere. Tutte le nostre conversazioni sono registrate. Può uscire dalla sua cella cinque minuti, per andare a prendere le sue medicine e recarsi nel cortile di cemento, dove naturalmente può interagire solo con gli altri detenuti. Sta subendo un deterioramento fisico incredibile e preoccupante”.

A fine maggio l’Alta Corte di Londra ha concesso ad Assange di potere fare ricorso contro l’ordine di estradizione negli Stati Uniti, perché il governo statunitense non fornirebbe sufficienti garanzie per un giusto processo, né l’applicazione del primo emendamento della Costituzione americana -che garantisce, tra gli altri, la libertà di parola e di stampa- in quanto cittadino australiano. “Mio marito viene trattato come se fosse il peggior criminale del Regno Unito, anche se non è stato condannato per nessun reato -dice la Assange dal palco del Castello Sforzesco-. Il 9 e 10 luglio ci sarà un’udienza in cui finalmente potrà presentare le sue ragioni. La battaglia per liberarlo è difficile, ma politicamente abbiamo raccolto un grande sostegno, partito dal basso, in tutto il mondo. Gli attivisti italiani sono straordinari. Credo che siano un esempio per il resto dell’Europa”. Scesa dal palco, l’abbiamo intervistata.

Stella Assange, innanzitutto, come sta suo marito? È stanco o combatte ancora?
Julian combatte sempre ma è anche umano; quindi ci sono giorni in cui è più difficile farlo rispetto ad altri. Vive sotto un’enorme pressione e stress ma è incoraggiato dal fatto che l’Alta Corte di Londra ha effettivamente accettato di ascoltare il suo appello. Ed è incoraggiato da tutto il sostegno che c’è attorno a lui. Ma ovviamente deve sopportare il fardello di sopravvivere all’interno di una prigione di massima sicurezza, il che è estremamente difficile. E io sono molto preoccupata. 

È ancora preoccupata per la sua vita?
Lo sono ogni giorno. Sono preoccupata che non sia in grado di resistere e continuare a combattere, ma è per questo che è così importante mantenere vivo il caso di Julian Assange, affinché le persone ne siano consapevoli. E credo che sempre più persone siano indignate e chiedano la sua libertà. Quindi è essenziale per Julian continuare a combattere. 

Quando tutto questo finirà, dove vorreste vivere?
Mi fanno spesso questa domanda. Julian ha bisogno di stare al sicuro. Non è tanto una questione di dove sceglieremo di stare, la cosa ideale è che saremo in grado di viaggiare anche in tutti quei posti meravigliosi che hanno mostrato sostegno a Julian, inclusa l’Italia. C’è così tanto supporto qui. Potremo viaggiare e goderci un po’ di tempo insieme, durante il quale lui potrà vedere il mondo esterno e prendersela con calma. Non so come sarà davvero una volta libero, ma io penso che sarà liberato. Entrambi abbiamo parlato di viaggi e ci siamo detti che vogliamo vedere in particolare tutti i posti che lo hanno sostenuto così tanto. 

Che cosa racconta ai suoi figli di cinque e sette anni? Che cosa sanno di suo padre e di quello che ha fatto?
Gli racconto che il loro padre è un eroe, che ha combattuto per la verità contro l’ingiustizia e che è per questo che così tante persone lo amano e vogliono che sia libero, perché ha aiutato tanta gente in tutto il mondo. Ovviamente sanno che è in prigione, perché vanno a trovarlo ogni settimana. E sanno che cos’è una prigione più della maggior parte delle persone, perché una volta che ci entri, è come se anche tu diventassi uno di loro, un prigioniero. Nel senso che devi seguire le regole, ne hai di ogni genere e, se non lo fai, se non ascolti, sei fuori. Sei in un ambiente opprimente diverso e loro conoscono molto bene questo ambiente e sanno anche che il loro padre non dovrebbe stare lì dentro. A volte li porto a manifestare, così vedono l’enorme sostegno che c’è attorno a Julian: voglio che abbiano dei punti di riferimento del loro padre anche al di fuori del contesto della prigione. In modo che vedano che ci sono dei supporti e che sappiano che c’è un Julian anche fuori dal carcere. Non solo quello che hanno sperimentato, cioè il Julian in prigione. 

Quanto sa Julian di quello che succede fuori dalla prigione? Penso, per esempio, all’Ucraina e a Gaza.
Ha molte limitazioni. Molte persone gli inviano ritagli di giornale e cose del genere, via posta, ma lui non può accedere a internet, quindi non può cercare le informazioni da solo. Ottiene alcune notizie dalla stampa mainstream, ma ovviamente è molto più limitato di quanto sarebbe se potesse avere accesso e fare ricerche online. Naturalmente è inorridito da quello che succede nel mondo: Julian ha lottato tutta la vita per la pace, si schiera sempre dalla parte delle vittime, odia vedere la sofferenza umana ed è molto, molto turbato da ciò che sta accadendo. 

Che cosa pensa del tentativo israeliano di censurare e attaccare i giornalisti palestinesi? Anche questo è un problema di libertà di stampa.
Sì, lo è. E in effetti questa è una delle poche cose che Julian è riuscito a comunicare dal carcere. Il segretario generale della Federazione internazionale dei giornalisti, Anthony Bellanger, è andato a trovarlo in prigione, proprio durante la prima settimana dell’incursione a Gaza. E il messaggio che gli ha chiesto di trasmettere era quanto fosse estremamente preoccupato per i giornalisti a Gaza, per gli attacchi contro i giornalisti di Gaza. Per quello che mi riguarda, la mia prospettiva è che l’attacco ai giornalisti in un conflitto è parte di una storia più grande: è la stessa cosa che viene fatta a Julian in definitiva, per impedire che le informazioni raggiungano il pubblico, perché tali notizie possono coinvolgere e incriminare i responsabili dinanzi ai tribunali internazionali. Penso che questo sia lo scopo ultimo, quando si prendono di mira i giornalisti in silenzio: è cercare di nascondere le responsabilità di coloro che sono coinvolti nel perpetrare il crimine. Quindi questo è il quadro più ampio. 

È preoccupata per i risultati delle prossime elezioni americane e per la futura amministrazione, per quello che potrebbe fare nei confronti di Julian?
Ovviamente sono preoccupata, in parte perché sotto l’amministrazione Trump ci sono stati segnali più aggressivi nei confronti di Julian: Mike Pompeo, che era a capo della Cia, aveva ordinato di pianificare il rapimento o addirittura l’assassinio di Julian all’interno dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra. E Mike Pompeo potrebbe far parte della nuova amministrazione, in qualche ruolo di alto livello nella sicurezza nazionale. Quindi, ovviamente, sono estremamente turbata da questa prospettiva, ma la realtà è che l’amministrazione Biden ha mantenuto Julian in prigione per tutto questo tempo e che la sua vita continua a essere a rischio. In questo carcere di massima sicurezza potrebbe non sopravvivere e non è che un’amministrazione sia buona e l’altra cattiva. Entrambe sono dannose per Julian, perché lo hanno imprigionato arbitrariamente, in un attacco fatto per vendicarsi contro un giornalista. 

 

 

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