Annullate le ordinanze che confermavano il carcere per i palestinesi accusati di finanziare Hamas. Bocciate anche le richieste della procura. Sullo sfondo, prove inutilizzabili e una strategia che ha trasformato la solidarietà in sospetto.
La Corte di Cassazione interviene sul caso Hannoun e lo fa nel modo più netto possibile: annulla con rinvio le ordinanze che avevano confermato gli arresti di Mohammad Hannoun, presidente dei palestinesi in Italia, insieme a Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji, detenuti da fine dicembre con l’accusa di aver finanziato Hamas.
Non solo. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi della procura di Genova contro la scarcerazione di Raed Al Salahat e Khalil Abu Deiah, già liberati dal tribunale del Riesame. Un doppio colpo che ridimensiona pesantemente l’impianto accusatorio e costringe ora i giudici del Riesame a riesaminare tutto entro dieci giorni. È una decisione tecnica, ma dagli effetti politici evidenti.
Il punto centrale, già emerso nelle settimane precedenti, è stato confermato anche in sede di Cassazione: le prove provenienti dall’intelligence israeliana non sono utilizzabili. I procuratori generali lo avevano scritto nero su bianco parlando di “inutilizzabilità” delle cosiddette battlefield evidence, i documenti raccolti in contesto militare e trasmessi alla procura italiana. Tradotto: una parte fondamentale dell’accusa non regge sul piano giuridico.
Carte anonime, senza garanzie, senza tracciabilità, prodotte da apparati di sicurezza stranieri nel corso di operazioni militari — e poi riversate in un processo penale italiano. Un’impostazione che, se accolta, avrebbe significato legittimare l’ingresso diretto della logica di guerra dentro il diritto. La Cassazione ha tracciato un limite. Ma non ha chiuso il caso.
Il rinvio significa che il procedimento resta aperto. Le accuse non sono cadute. Ma il quadro è cambiato: l’impianto costruito attorno agli arresti perde il suo perno principale. Ed è qui che emerge il senso politico della vicenda.
Il caso Hannoun non nasce oggi. È una storia che si trascina da decenni, con indagini già archiviate nel 2006 e nel 2010 per mancanza di prove. Sempre lo stesso schema: sospetto, costruzione del caso, crollo in sede giudiziaria. Ma questa volta il contesto è diverso.
Dopo il 7 ottobre 2023, la linea si è irrigidita. Hamas è stata ridefinita come organizzazione terroristica nella sua totalità e, di conseguenza, Gaza è diventata un territorio giuridicamente “contaminato”. Non esiste più distinzione tra civile e militare. Tra assistenza e supporto. È su questo scarto che si regge l’inchiesta.
Non servono contatti con strutture armate, non servono ordini o piani operativi. Basta dimostrare che il denaro arriva nella Striscia. Il reato si sposta: non è nell’uso, ma nel contesto. È una torsione del diritto che trasforma l’aiuto in sospetto.
Una linea già denunciata nei mesi scorsi: processare la solidarietà, colpire le reti di sostegno alla Palestina, costruire un precedente. Un meccanismo che si inserisce dentro una dinamica più ampia di repressione politica e allineamento alle strategie israeliane e occidentali.
La decisione della Cassazione interviene esattamente su questo punto, anche se non lo dice esplicitamente. Escludendo le prove israeliane, mette in discussione la possibilità stessa di fondare un processo su materiale prodotto fuori da qualsiasi standard giuridico.
Resta però il nodo di fondo. Se il Riesame dovesse confermare gli arresti su basi diverse, il principio rimarrebbe intatto: aiutare Gaza può essere interpretato come finanziamento al terrorismo. Ed è questo il vero terreno dello scontro. Perché il rischio non riguarda solo gli imputati.
Se questa linea passa, chiunque operi in contesti di guerra, occupazione o crisi umanitaria potrebbe essere esposto a un’accusa simile. Il diritto penale diventerebbe uno strumento per regolare il dissenso e delimitare ciò che è politicamente accettabile.
Nel frattempo, fuori dalle aule giudiziarie, la mobilitazione continua. Presidi, campagne, appelli. Perché il caso Hannoun non è solo un procedimento: è un segnale di quanto sia sottile, oggi, il confine tra giustizia e repressione quando in gioco c’è la Palestina.
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