Dodici giovani detenuti sono stati sottoposti a violenze, tre agenti sono stati interdetti per un anno e dieci risultano indagati. Dopo il Beccaria, un’altra inchiesta investe uno dei maggiori istituti minorili italiani. Antigone: non bastano i processi, va fermata la trasformazione repressiva della giustizia minorile.
Ragazzi ammanettati fino a diventare cianotici, minacciati con forbici e manganelli, colpiti con calci e pugni davanti agli altri detenuti. È il quadro che emerge dall’inchiesta della Procura di Roma sulle presunte violenze commesse all’interno dell’Istituto penale per minorenni di Casal del Marmo. Dopo oltre un anno di indagini e verifiche, il Gip di Roma ha disposto l’interdizione dal servizio per un anno nei confronti di tre agenti della polizia penitenziaria. Gli indagati sono complessivamente dieci e le presunte vittime dodici.
Le responsabilità penali dovranno naturalmente essere accertate nel processo, ma nell’ordinanza del giudice compare una parola che non può essere derubricata a dettaglio giudiziario: tortura. Quando questa parola entra nelle carte di un procedimento riguardante persone affidate alla custodia dello Stato, e per di più minorenni, il problema non riguarda più soltanto le eventuali responsabilità individuali degli agenti coinvolti. Investe il funzionamento dell’istituzione, i suoi sistemi di controllo e soprattutto il modello di pena che si sta imponendo nella giustizia minorile italiana.
L’inchiesta non nasce dal nulla. Alle segnalazioni raccolte dal Garante delle persone private della libertà personale di Roma si erano aggiunte quelle dell’associazione Antigone, che aveva ricevuto testimonianze anche da operatori dell’istituto e nel luglio 2025 aveva presentato un esposto alla Procura, informando inoltre il Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità. Oggi Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, parla di fatti di «gravità inaudita» e sottolinea come l’associazione avesse già portato all’attenzione delle autorità quanto stava emergendo all’interno di Casal del Marmo.
Il punto più inquietante riguarda però la possibile sistematicità delle condotte contestate. Non stiamo parlando di una singola aggressione, di un episodio isolato o di una situazione improvvisamente degenerata. L’inchiesta riguarda dodici giovani detenuti e coinvolge dieci agenti. Ed è impossibile osservare quanto accade a Roma senza ricordare ciò che è emerso al Beccaria di Milano, l’altro grande istituto penale minorile italiano, dove una maxi inchiesta ha coinvolto decine di persone per presunti maltrattamenti e abusi avvenuti tra il 2021 e il 2024.
Casal del Marmo e Beccaria non possono essere automaticamente sovrapposti e ogni responsabilità deve essere accertata individualmente. Ma due vicende di questa portata nei maggiori istituti minorili del Paese impongono almeno una domanda sulla struttura del sistema. Se le denunce di violenze riguardano più persone, si ripetono nel tempo e coinvolgono luoghi diversi, limitarsi alla ricerca della singola “mela marcia” diventa una spiegazione insufficiente. Bisogna interrogarsi sulle condizioni nelle quali lavorano gli operatori, sulla formazione, sull’efficacia dei controlli, sulla possibilità per i ragazzi di denunciare gli abusi senza temere conseguenze e sulla cultura istituzionale dentro la quale viene esercitato il potere su persone completamente affidate alla custodia dello Stato.
È precisamente questo il terreno indicato da Antigone. Secondo Gonnella, se un giudice arriva a parlare di ragazzi torturati, la risposta non può esaurirsi nell’interdizione cautelare di alcuni agenti e nell’attesa dell’esito processuale. Esiste una responsabilità politica e istituzionale che riguarda l’organizzazione degli IPM e, più in profondità, la trasformazione della giustizia minorile avvenuta negli ultimi anni. Una trasformazione che ha progressivamente spostato il baricentro dall’educazione alla punizione, dalla residualità della detenzione alla centralità del carcere, dalla presa in carico del minore alla costruzione securitaria del giovane deviante come problema di ordine pubblico.
È qui che le riforme introdotte dal governo Meloni assumono un significato che va oltre le singole norme. La giustizia minorile italiana era stata costruita attorno al principio secondo cui il carcere dovesse rappresentare l’extrema ratio, proprio perché la personalità di un adolescente è ancora in formazione e perché la risposta dello Stato dovrebbe avere come obiettivo prioritario quello di sottrarlo a un percorso di marginalizzazione e violenza. La svolta punitiva degli ultimi anni ha progressivamente eroso questo principio, aumentando il ricorso alla detenzione e trasferendo anche sui minorenni quella cultura carcerocentrica che domina ormai l’intero sistema penale.
Le conseguenze non riguardano soltanto i numeri delle presenze. Quando un istituto minorile viene sovraccaricato, quando aumentano tensioni e trasferimenti, quando gli operatori lavorano in condizioni sempre più difficili e la dimensione educativa viene compressa da quella custodiale, cambia inevitabilmente la natura stessa dell’istituzione. Il carcere minorile smette progressivamente di essere il luogo residuale di un sistema orientato al recupero e rischia di diventare la versione anticipata del carcere degli adulti. Ed è proprio in istituzioni chiuse, sottratte allo sguardo della società e caratterizzate da una fortissima asimmetria di potere, che sistemi indipendenti di controllo e prevenzione degli abusi diventano indispensabili.
Per questo Antigone ha annunciato l’intenzione di costituirsi parte civile nel procedimento e ha chiesto che la vicenda diventi oggetto di una discussione parlamentare sulla violenza e sulle condizioni di vita negli istituti penali per minorenni. L’associazione sollecita inoltre Governo, Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale e Sindaco di Roma a valutare la costituzione di parte civile, chiedendo contemporaneamente un intervento complessivo che restituisca centralità alla funzione educativa degli IPM e al superiore interesse del minorenne.
La coordinatrice nazionale di Antigone e responsabile dell’Osservatorio minori, Susanna Marietti, respinge non a caso la rappresentazione di quanto sta accadendo come una semplice emergenza. La crisi viene denunciata da tempo e ha portato Antigone, Defence for Children Italia e Libera a promuovere gli Stati Generali della Giustizia Minorile, ai quali hanno aderito circa cinquecento persone tra magistrati, avvocati, educatori, operatori, ricercatori e organizzazioni della società civile. Dai gruppi di lavoro è emersa una richiesta opposta alla direzione imboccata negli ultimi anni: rafforzare la dimensione educativa e ripensare complessivamente il sistema anziché renderlo ancora più punitivo.
Mentre emergono le carte di Casal del Marmo, dalle carceri degli adulti continuano intanto ad arrivare notizie di morte. A Biella un ragazzo di ventitré anni, che aveva già compiuto gesti autolesionistici, si è tolto la vita utilizzando le garze con cui era stato curato per costruire un cappio. A Ferrara un giovane di venticinque anni è morto dopo aver inalato il gas di una bomboletta utilizzata per cucinare. A Rebibbia una donna invalida, detenuta senza una condanna definitiva, è stata trovata morta nella propria cella. Le cause di quest’ultimo decesso devono ancora essere chiarite; qualora venisse accertato il suicidio, sarebbe il cinquantesimo dall’inizio dell’anno.
Sono vicende differenti e sarebbe sbagliato sovrapporle meccanicamente. Ma appartengono allo stesso sistema penitenziario e raccontano la profondità di una crisi che non può più essere affrontata attraverso il continuo irrigidimento della risposta punitiva. Il carcere concentra persone fragili, disagio psichico, marginalità sociale e dipendenze dentro strutture sovraffollate e con risorse insufficienti, mentre la politica continua ad ampliare il ricorso alla detenzione e a presentare l’inasprimento penale come risposta ai problemi della società.
Nel caso dei minorenni questa scelta è ancora più grave. Lo Stato esercita il proprio potere su persone la cui personalità è in formazione e nei confronti delle quali dovrebbe assumere una responsabilità educativa rafforzata. Se invece il rapporto con l’istituzione diventa esperienza di umiliazione, sopraffazione o violenza, viene distrutta alla radice qualsiasi possibilità di attribuire alla pena una funzione educativa.
L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. La Convenzione ONU contro la tortura e l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo pongono un limite ancora più radicale al potere dello Stato: nessuna persona può essere sottoposta a tortura o a trattamenti inumani e degradanti. Quel limite deve valere soprattutto quando una persona è rinchiusa, non può sottrarsi a chi esercita l’autorità e dipende dall’istituzione persino per i bisogni più elementari.
Per questo la parola “tortura” scritta dal Gip nell’ordinanza su Casal del Marmo pesa molto più delle responsabilità che saranno accertate nel singolo procedimento. Obbliga a guardare dentro un sistema minorile che sta cambiando rapidamente e nella direzione sbagliata. Continuare a renderlo più carcerario, più chiuso e più punitivo significa creare le condizioni perché la violenza istituzionale trovi spazi nei quali prosperare. La risposta non può essere altro carcere per i ragazzi, ma meno detenzione, più educazione, maggiori controlli indipendenti, formazione degli operatori e strumenti realmente accessibili per denunciare ogni abuso.
Se persino il luogo nel quale lo Stato sostiene di voler educare un ragazzo può diventare il luogo nel quale quel ragazzo denuncia di essere stato picchiato, minacciato e torturato, non è soltanto il comportamento di alcuni agenti a dover essere sottoposto a giudizio. È il modello punitivo che stiamo costruendo per i più giovani a dover essere radicalmente rimesso in discussione.
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