Carceri: il caldo diventa una condanna nella condanna


Celle a oltre quaranta gradi, sovraffollamento record, detenuti anziani e malati a rischio, frigoriferi rimossi e misure promesse mai arrivate. L’estate conferma le prigioni italiane in luoghi incompatibili con la dignità umana.

Nelle carceri italiane l’estate non è soltanto una stagione. È una prova di sopravvivenza. Celle roventi, muri di cemento e acciaio che trattengono il calore, aria irrespirabile, acqua insufficiente, ventilatori che mancano e frigoriferi tolti dalle celle. A tutto questo si aggiunge il sovraffollamento cronico che continua a spingere il sistema penitenziario verso il collasso.

Il risultato è un inferno.

Non è una definizione giornalistica. È l’immagine utilizzata dagli stessi garanti dei detenuti e dai sindacati della polizia penitenziaria, che parlano di istituti trasformati in «forni crematori». «Questa estate rovente sta diventando una seconda pena per le persone nelle carceri italiane», denuncia il portavoce della Conferenza nazionale dei garanti territoriali delle persone private della libertà, Samuele Ciambriello. Migliaia di detenuti hanno più di settant’anni, molti soffrono di patologie cardiache, altri sono tossicodipendenti o presentano gravi problemi di salute. Con il caldo estremo aumentano i rischi di infarti, aggravamenti delle patologie, autolesionismo, suicidi e rivolte. I numeri raccontano la dimensione del disastro. Al 15 giugno nelle carceri italiane erano presenti 64.850 detenuti a fronte di poco più di 46.300 posti realmente disponibili. Il tasso medio di sovraffollamento sfiora il 140%, con istituti che arrivano addirittura al 280%.

In queste condizioni il caldo non è un disagio: è un moltiplicatore di sofferenza.

Le ore d’aria, in molti istituti, vengono ancora svolte tra le 13 e le 15, le ore più torride della giornata. In alcune carceri i detenuti escono nei cortili quasi nudi per cercare di resistere alle temperature estreme. I punti d’acqua, le zone d’ombra e gli impianti di nebulizzazione promessi dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sono, in gran parte, ancora sulla carta.

E come se non bastasse, ad aprile il Dap ha disposto la rimozione dei frigoriferi dalle celle, relegandoli in spazi comuni e ad uso limitato. Una decisione definita «incomprensibile e pericolosa» dai garanti.

Togliere ai detenuti la possibilità di conservare acqua e cibo in piena emergenza climatica non ha nulla a che vedere con la sicurezza. È una scelta che aumenta il disagio, le tensioni e i rischi sanitari.

Il paradosso è che molti di quei frigoriferi e ventilatori sono stati acquistati dagli stessi detenuti o dalle loro famiglie, pagando persino un contributo all’amministrazione per il consumo energetico.

La situazione è talmente grave da coinvolgere anche il personale penitenziario. Gli agenti lavorano in strutture costruite negli anni Ottanta con criteri che oggi si rivelano disastrosi: enormi masse di cemento e acciaio, pochissimo verde, ricambio d’aria insufficiente. Anche per loro il carcere diventa un ambiente ostile e insostenibile.

Sul fondo di tutto resta la vera emergenza: il sovraffollamento.

Da anni il governo annuncia piani straordinari, rivoluzioni copernicane, misure per svuotare le carceri. Da anni le promesse si rivelano un fallimento.

Prima la task force per le misure alternative, poi le strutture di reinserimento, quindi i progetti per i detenuti tossicodipendenti. Annunci in pompa magna che non hanno inciso minimamente sulla realtà quotidiana delle prigioni italiane.

I numeri lo dimostrano: i detenuti tossicodipendenti rappresentano ormai oltre il 32% della popolazione carceraria e le persone entrate in carcere nel 2025 con problemi di dipendenza sono state più di 17mila. Eppure continuano a rimanere dietro le sbarre, nonostante lo stesso ministro della Giustizia, Carlo Nordio, li definisca «più malati da curare che detenuti da punire».

Il caso di Sollicciano, con il sequestro di sette sezioni per condizioni incompatibili con la dignità umana, dimostra che il problema non riguarda singoli istituti ma l’intero sistema penitenziario italiano.

Ogni estate l’attenzione sulle carceri si riaccende per qualche settimana. Poi il silenzio torna a coprire tutto: il caldo, le celle invivibili, i suicidi, le morti, le sofferenze.

Ma un Paese civile non può accettare che la pena si trasformi in una tortura climatica.

L’Articolo 27 della Costituzione italiana stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Eppure oggi, nelle carceri italiane, migliaia di persone sono costrette a vivere in condizioni che nessuno accetterebbe per sé.

Il caldo torrido dietro le sbarre non è una fatalità meteorologica. È il prodotto di scelte politiche, di ritardi, di promesse mancate e di un sistema penitenziario lasciato marcire.

Ma il caldo infernale di queste settimane dice anche qualcosa di più profondo. Mostra ancora una volta l’inutilità del carcere. Un’istituzione che non rieduca, non reinserisce, non cura le dipendenze, non affronta il disagio psichico, non riduce la recidiva e non produce maggiore sicurezza. Produce invece sofferenza, malattia, isolamento, violenza e morte. Ogni estate le prigioni italiane si trasformano in luoghi di sopravvivenza e ogni estate si torna a parlare di emergenza, come se fosse un evento eccezionale e non la conseguenza inevitabile di un sistema fallito. La vera risposta non è costruire nuove celle o aggiungere qualche ventilatore. È avere il coraggio di ridurre drasticamente il ricorso alla detenzione, investire nelle misure alternative, nella giustizia di comunità, nella cura e nell’inclusione sociale. Perché il problema non è soltanto che le carceri italiane sono troppo calde. È che il carcere, per come lo conosciamo, è diventato un’istituzione incapace di dare risposte e sempre più incompatibile con la dignità umana e con la stessa idea di una società democratica.


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