Sovraffollamento al 140%, istituti oltre il 200%, giovani abbandonati, suicidi e condanne della Corte europea. Le visite dell’Alleanza per l’Articolo 27 e il caso Raddi raccontano un sistema penitenziario sempre più lontano dalla Costituzione
C’è un’Italia che continua a essere nascosta dietro le mura delle prigioni. Un’Italia fatta di celle sovraffollate, caldo soffocante, degrado strutturale, sofferenza psichica e diritti negati. Un’Italia che la politica preferisce non vedere e che riemerge solo quando una sentenza, un suicidio o una tragedia costringono a riaprire il dibattito.
Il sequestro di parte del carcere di Sollicciano, confermato dal Tribunale del Riesame, ha mostrato al Paese ciò che da anni associazioni, garanti e detenuti denunciano: infiltrazioni, muffa, cimici, zecche, scabbia, vetri rotti, impianti pericolosi e condizioni incompatibili con la dignità umana.
Ma Sollicciano non è un’eccezione. È il simbolo di un sistema penitenziario al collasso.
I numeri sono impietosi. Le carceri italiane ospitano oggi quasi 65 mila persone a fronte di poco più di 46 mila posti realmente disponibili, con un tasso di affollamento nazionale del 140%. Circa 18 mila detenuti sono in più rispetto alla capienza regolamentare.
In alcuni istituti si raggiungono livelli che possono essere definiti soltanto disumani.
A Lucca il tasso di sovraffollamento supera il 250%. Foggia è oltre il 225%. Milano San Vittore, Brescia Canton Mombello, Udine e Latina hanno superato il 200%.
In molte carceri manca l’acqua calda. In altre l’acqua viene erogata a singhiozzo. Ci sono celle senza tavoli, senza arredi, con finestre rotte e bagni a vista. Reparti infermeria degradati, sezioni di isolamento in condizioni peggiori di quelle ordinarie e detenuti costretti a vivere in spazi incompatibili con qualsiasi standard di civiltà.
Eppure, nonostante tutto questo, la politica continua a rispondere con la stessa ricetta: più carcere, più reati, più pene.
Secondo i dati di Antigone, dall’insediamento del governo Meloni sono stati introdotti 55 nuovi reati, 60 aggravanti e 65 aumenti di pena, per un totale di oltre 400 anni di carcere aggiuntivi previsti dall’ordinamento.
La conseguenza è evidente: le prigioni si riempiono, i diritti si comprimono e il sistema implode.
Per questo il 14 luglio oltre 330 persone tra rappresentanti delle istituzioni, del mondo della cultura, dell’università e della società civile hanno visitato contemporaneamente 34 istituti penitenziari in 29 città italiane nell’ambito dell’iniziativa promossa dall’Alleanza per l’articolo 27.
L’obiettivo era semplice: riportare l’attenzione pubblica sulle condizioni delle carceri e riaffermare il principio costituzionale secondo cui la pena deve rispettare la dignità della persona e avere una finalità di reinserimento sociale.
Le testimonianze raccolte sono sconvolgenti.
A Regina Coeli, la senatrice Ilaria Cucchi è uscita «senza fiato» dopo aver visto «detenuti ammassati uno sull’altro» e celle in cui sei persone vivono in spazi pensati per tre. L’attore Pietro Sermonti ha raccontato di essere rimasto colpito da un ragazzo poco più che diciottenne lasciato tutto il giorno senza fare nulla. A Bologna, Alessandro Bergonzoni ha dichiarato di essere uscito dal carcere con «una grande vergogna addosso», dopo aver visto «esseri umani come animali in gabbia». A Rebibbia femminile è stata trovata una donna anziana con la bombola dell’ossigeno, molte detenute tossicodipendenti e una bambina che giocava da sola nel nido.
Le carceri italiane sono sempre più un contenitore di marginalità sociale, povertà, dipendenze e disagio psichico.
Il caso dei giovani detenuti è particolarmente drammatico. Al Beccaria di Milano il sovraffollamento cresce, aumentano i trasferimenti verso le carceri per adulti e si consolida una logica apertamente punitiva che abbandona qualsiasi prospettiva educativa. Di fronte a questa situazione, l’Alleanza per l’Articolo 27 chiede un provvedimento di clemenza, il numero chiuso nelle carceri, più misure alternative, celle aperte, frigoriferi e ventilatori per tutti i detenuti, il rafforzamento dei contatti con le famiglie e la chiusura dei reparti non abitabili.
Ma c’è un’altra notizia che in questi giorni racconta meglio di ogni altra il fallimento del sistema.
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha nuovamente condannato l’Italia per trattamenti inumani e degradanti, questa volta per la morte di Antonio Raddi, un giovane di ventotto anni deceduto nel carcere di Torino nel dicembre 2019 dopo aver perso venticinque chili in pochi mesi. La Corte di Strasburgo ha riconosciuto anche la violazione del diritto alla vita, smentendo le conclusioni della magistratura italiana che aveva escluso responsabilità dell’amministrazione penitenziaria.
È una sentenza pesantissima. Perché afferma, ancora una volta, che il problema non è l’eccezione ma il sistema. Un sistema incapace di prendersi cura delle persone che ha in custodia. Un sistema che produce sofferenza, isolamento, malattia e morte.
L’Articolo 27 della Costituzione italiana stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Eppure le immagini che arrivano dalle carceri italiane raccontano esattamente il contrario.
Per comprendere davvero il funzionamento della giustizia, diceva Piero Calamandrei, bisogna vedere il carcere. Oggi guardare il carcere significa guardare una delle più profonde crisi democratiche del Paese. E significa ammettere che il problema non è soltanto il sovraffollamento.
Il problema è un modello penitenziario che ha smesso da tempo di rieducare e ha finito per trasformarsi in un luogo di abbandono e di sofferenza istituzionalizzata.
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