di Fabrizio Baggi, Alberto Deambrogio
Sovraffollamento record, suicidi, autolesionismo, minori rinchiusi e istituti trasformati in luoghi di sofferenza e abbandono. Il fallimento delle politiche penitenziarie e la necessità di una riforma radicale del sistema carcerario.
C’è un’urgenza che continua a consumarsi lontano dai riflettori, dietro le sbarre, nell’indifferenza della politica e di una parte dell’opinione pubblica. È l’emergenza delle carceri italiane, un sistema ormai al collasso, dove la privazione della libertà si trasforma troppo spesso in sofferenza aggiuntiva, degrado e, nei casi più estremi, in morte.
L’ondata di caldo che sta investendo il Paese in queste settimane rende ancora più drammatica una situazione già insostenibile. Celle roventi, sovraffollate e spesso fatiscenti diventano luoghi incompatibili con la dignità umana. Lo dimostra il caso emblematico del carcere di Sollicciano a Firenze, dove metà dell’istituto è stata sequestrata dalla magistratura per condizioni igienico-sanitarie degradanti: infiltrazioni d’acqua, muffa, intonaci cadenti, infestazioni di insetti e ambienti incompatibili persino con le minime norme di sicurezza.
Ma Sollicciano non è un’eccezione. È il simbolo di un sistema in crisi strutturale. I numeri parlano da soli. Oggi nelle carceri italiane ci sono oltre 13.500 persone in più rispetto alla capienza regolamentare, con un tasso di sovraffollamento che sfiora il 140%. In molti istituti si superano percentuali del 150%, mentre in alcune strutture si oltrepassa addirittura il 200%.
Dentro queste prigioni, il disagio si trasforma sempre più spesso in disperazione. Nel solo 2025 si sono registrati 82 suicidi tra le persone detenute. Nei primi mesi del 2026 se ne contano già 24, ai quali si aggiungono anche due suicidi tra gli agenti di polizia penitenziaria. In poco meno di un anno e mezzo il totale delle vittime ha raggiunto quota 106.
Ancora più impressionanti sono i dati sull’autolesionismo: oltre duemila episodi ogni diecimila detenuti. Significa che un detenuto su cinque compie regolarmente gesti contro sé stesso.
Sono numeri che descrivono una sofferenza collettiva e un fallimento istituzionale. La correlazione tra suicidi, autolesionismo e sovraffollamento è ormai evidente. Tre quarti dei suicidi avvenuti nel 2025 si sono verificati in sezioni a custodia chiusa e quasi tutti gli istituti colpiti da eventi drammatici presentano livelli di affollamento critici.
A tutto questo si aggiunge la drammatica carenza di personale qualificato: educatori, psicologi, mediatori culturali, operatori sociali. Figure fondamentali per accompagnare le persone detenute in percorsi di recupero e reinserimento e che, invece, risultano largamente insufficienti.
La realtà è che nella stragrande maggioranza delle carceri italiane non esiste un vero progetto trattamentale. Il lavoro, l’istruzione, la formazione professionale e le attività sociali rimangono esperienze marginali, quando non del tutto assenti.
La situazione appare ancora più grave negli Istituti Penali per i Minorenni. Negli ultimi anni le presenze sono aumentate di oltre il 30%. Oggi i minori e i giovani adulti detenuti sono 572 e gran parte delle strutture è ormai sovraffollata.
Secondo Antigone, la responsabilità di questa esplosione è riconducibile soprattutto al Decreto Caivano, che ha abbassato le soglie per la custodia cautelare e ampliato il ricorso alla detenzione dei giovanissimi.
Il dato più inquietante è che oltre l’83% dei minorenni detenuti si trova in carcere senza una condanna definitiva. Quasi il 40% attende ancora il primo giudizio.
Il carcere, che dovrebbe essere l’ultima risorsa, è diventato la prima risposta.
Parallelamente sono esplosi il ricorso agli psicofarmaci, gli episodi di autolesionismo e i tentativi di suicidio. I trasferimenti continui da un istituto all’altro – aumentati di quasi il 150% – interrompono i percorsi educativi e distruggono ogni possibilità di costruire relazioni stabili con educatori e psicologi.
È il fallimento di un modello che continua a investire sulla repressione e quasi nulla sulla cura, sull’educazione e sull’inclusione. Morire nelle mani dello Stato o vivere in condizioni che compromettono la salute fisica e mentale rappresenta una sconfitta per l’intera società.
L’Articolo 27 della Costituzione italiana afferma che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Eppure le carceri italiane sono sempre più lontane da questo principio.
Servirebbero misure alternative alla detenzione, investimenti nelle strutture, più lavoro e istruzione, il rafforzamento del supporto psicologico e l’assunzione di personale specializzato. Servirebbe, soprattutto, il coraggio di ridurre il ricorso al carcere e di immaginare modelli di giustizia fondati sul reinserimento e non sulla mera segregazione.
Invece il governo continua a muoversi nella direzione opposta. Il cosiddetto decreto sicurezza, l’espansione del diritto penale e la criminalizzazione del dissenso rischiano di aggravare ulteriormente un sistema già al limite del collasso.
L’urlo che arriva dalle carceri non riguarda soltanto chi è detenuto. Riguarda la qualità della nostra democrazia e il grado di civiltà del Paese. Perché una società si giudica anche da come tratta i suoi ultimi. E oggi, dietro le sbarre, l’Italia sta fallendo questa prova.
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