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Carcere: Gabanelli, un’inchiesta con tanti errori e accuse gratuite

Per la Gabanelli le violenze sarebbero legate alla sorveglianza dinamica, ma a Santa Maria Capua Vetere e in altre carceri era sospesa per il Covid. Per lei il sovraffollamento non c’entra, ma la Cedu consigliò celle aperte.

Milena Gabanelli, sulle pagine del Corriere della Sera ha scritto una inchiesta sulle violenze in carcere. Quella commesse dai detenuti. In sostanza, partendo dai dati delle violenze e dei gesti di autolesionismo in aumento, associa tali eventi critici all’introduzione della sorveglianza dinamica.

Parte dal fatto che nulla potrà mai giustificare la macelleria avvenuta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, ma una spiegazione va data. La colpa, secondo la Gabanelli, è dell’applicazione della sorveglianza dinamica. Si intravvede il primo grossolano errore. In quel periodo pandemico, tale sorveglianza era stata sospesa al carcere di Santa Maria Capua Vetere: quindi non c’entra nulla con il disagio tra detenuti e la reazione punitiva, a sangue freddo, da parte di un gruppo consistente di agenti.

La Gabanelli dice che è sbagliato additare tutte le criticità, come l’aumento delle violenze, al sovraffollamento. Altro errore. C’entra eccome.

Non è un caso che è stata la stessa Cedu nell’indicare l’apertura delle celle come elemento compensativo al sovraffollamento.

Infatti, la sorveglianza dinamica prevede l’apertura delle celle per almeno 8 ore al giorno e fino a un massimo di 14, dando la possibilità ai detenuti di muoversi all’interno della propria sezione e auspicabilmente all’infuori di essa e di usufruire di spazi più ampi per le attività.

Ciò produce anche un mutamento della modalità operativa in sezione della Polizia Penitenziaria: non è più chiamata ad attuare un controllo statico sulla popolazione detenuta, ma piuttosto un controllo incentrato sulla conoscenza e l’osservazione della persona detenuta. Un compito che non riduce la figura dell’agente penitenziario a mera custodia, ma diventa parte attiva del percorso trattamentale dei detenuti.

La Gabanelli accusa però l’ex capo del Dap Santi Consolo di avere esteso la sorveglianza dinamica a tutte le carceri, rendendola effettiva. Ebbene dice che i dati degli eventi critici ( violenze, minacce, mancati rientri) sono aumentati a dismisura dopo l’introduzione.

Non basta. Accusa Santi Consolo di non avergli dato peso.

A questo punto facciamo un po’ di ordine. Dopo la sentenza Torregiani ( Italia condannata per sovraffollamento che ha creato condizioni disumane e degradanti), nel 2013 è stato varato un decreto per assecondare i dettami della Corte Europea dei diritti dell’uomo. Tra questi, la centralità del discorso trattamentale e, appunto, compensare il sovraffollamento delle celle con la loro apertura.

Poi è arrivato il Dap di Consolo, predisponendo più precise specificazioni con la circolare n.

3663/ 6113 del 23 ottobre 2015, recante “Modalità di esecuzione della pena”. Questa viene emanata a distanza di circa due anni dalla prima, chiamando da un lato a una maggiore uniformità nell’organizzazione dei reparti detentivi nei diversi istituti, e dall’altro a una maggiore organizzazione di attività lavorative, di istruzione, ricreative, che favoriscano la permanenza dei detenuti e delle detenute fuori sezione. Una circolare doverosa, quindi.

Ma, come dice la Gabanelli, con la sorveglianza dinamica allargata per tutti gli istituti, si sono triplicate le violenze?

Non è esattamente così. Non tutte le carceri si sono adeguate. Le violenze e gesti autolesionistici, sicuramente aumentate con il tempo, non possono essere additate esclusivamente al discorso delle celle aperte.

Non si può omettere che i maggiori casi di escandescenze da parte dei detenuti, è da ricercarsi nelle criticità legate alla salute psichica che sono nettamente in aumento. Ci aiutano i sindacati di polizia penitenziari stessi, grazie ai loro comunicati. La maggioranza dei casi di aggressioni e gesti autolesionistici sono dovuti non dalla “sorveglianza dinamica”, ma dalla patologia psichiatrica in aumento.

E i suicidi? La Gabanelli inserisce anche questi dati. Ma è scorrettissimo il nesso con la “sorveglianza dinamica”. Anzi, è l’esatto contrario. Se il sovraffollamento si unisce con altri fattori, come il mancato rispetto della regola dei 3 metri quadrati per ogni soggetto, la chiusura totale delle celle ad esclusione delle ore d’aria e la mancanza pressoché totale di attività formative e lavorative, diventa il punto di partenza di una escalation di suicidi ( pensiamo a coloro che si impiccano in isolamento) e di gesti autolesionistici.

Detto questo, nessuno mette in dubbio che non basti tenere aperte le celle. Chiaro che in diversi casi si verificano situazione di sopraffazione tra detenuti. Uno dei problemi presentatesi alle varie amministrazioni con l’introduzione della sorveglianza dinamica è che, in assenza di spazi adeguati alle attività nonché in assenza delle attività stesse – che siano lavorative, di istruzione, ricreative – all’apertura delle celle abbia spesso corrisposto solo un permanere dei soggetti detenuti in sezione. Va certamente risolto. Ma se per reazione si dovesse ritornare indietro, a quel punto i suicidi e gesti di autolesionismo saranno incontenibili.

Damiano Aliprandi

da il dubbio

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