Nordio e il fallimento di Sollicciano. Sette sezioni sequestrate e centinaia di detenuti da trasferire. Dietro il degrado del carcere fiorentino c’è il collasso di un sistema costruito su repressione e abbandono.
Per anni hanno detto che andava tutto bene. Per anni i detenuti hanno denunciato celle invase da scarafaggi, cimici e infiltrazioni d’acqua. Per anni garanti, avvocati, associazioni e persino sindacati della polizia penitenziaria hanno descritto il degrado del carcere di Sollicciano. Per anni il ministero della Giustizia ha minimizzato, rinviato, promesso.
Adesso è arrivata una decisione destinata a segnare una svolta. Sette sezioni del carcere di Sollicciano sono state sequestrate su disposizione del giudice per le indagini preliminari di Firenze, su richiesta della Procura guidata da Rosa Volpe. È un provvedimento senza precedenti nella storia recente italiana. Lo Stato, attraverso la magistratura, ha certificato che una parte significativa di una delle principali carceri del Paese non rispetta nemmeno le condizioni minime di igiene, abitabilità e sicurezza previste dalla legge.
In altre parole: se quelle sezioni fossero un qualsiasi luogo di lavoro, sarebbero state chiuse da tempo.
Le contestazioni sono gravissime. Violazione delle norme sulla pulizia dei locali, sull’abitabilità dei dormitori, sugli impianti elettrici. Non si parla di dettagli burocratici. Si parla di persone costrette a vivere in ambienti che la magistratura considera incompatibili con gli standard minimi previsti dall’ordinamento.
E così circa 200-250 detenuti dovranno essere trasferiti altrove. La domanda però è semplice: dove?
Le carceri toscane viaggiano già attorno al 130% di sovraffollamento. A livello nazionale il sistema ha superato quota 64.000 detenuti a fronte di poco più di 46.000 posti realmente disponibili. Il rischio concreto è che il problema venga semplicemente spostato da un istituto all’altro, senza affrontarne le cause strutturali.
La vicenda di Sollicciano, infatti, non è un incidente. È il simbolo di una crisi nazionale. Nel carcere fiorentino sono rinchiuse quasi 600 persone a fronte di una capienza di poco superiore ai 360 posti. Da anni si denunciano infiltrazioni, muffa, infestazioni di insetti e roditori, assenza di acqua calda, impianti fatiscenti e spazi incompatibili con la dignità umana.
Tanto che il Tribunale di Sorveglianza di Firenze ha già investito la Corte Costituzionale di una questione destinata a fare giurisprudenza. Il prossimo settembre la Consulta dovrà valutare il caso di un detenuto che ha chiesto di scontare la pena fuori dal carcere proprio perché costretto a vivere in condizioni degradanti.
Ma ciò che colpisce è che si sia dovuti arrivare a un sequestro penale per ottenere ciò che avrebbe dovuto essere garantito ordinariamente.
Lo Stato è intervenuto contro se stesso. Perché Sollicciano non è una struttura clandestina. È una prigione amministrata dal Ministero della Giustizia. Ogni infiltrazione, ogni infestazione, ogni impianto fuori norma, ogni cella indegna esisteva sotto la responsabilità diretta dell’amministrazione penitenziaria e del governo.
Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha provato a difendersi sostenendo di avere già programmato lavori di ristrutturazione per nove milioni di euro. Ma la giustificazione arriva troppo tardi. Se una Procura dispone il sequestro di intere sezioni significa che la situazione è stata ritenuta incompatibile con le minime condizioni di agibilità. Ed è proprio questo il punto politico.
Mentre il governo Meloni continua a introdurre nuovi reati, aggravanti e aumenti di pena, il sistema penitenziario cade a pezzi. Mentre si invoca la certezza della pena, non si garantisce nemmeno la certezza dei diritti fondamentali. Mentre si parla di sicurezza, si costringono esseri umani a vivere in condizioni che la magistratura considera incompatibili persino con le norme previste per un dormitorio o un luogo di lavoro.
Il caso Sollicciano smaschera una gigantesca ipocrisia. La politica penale italiana continua a produrre più carcere senza essere in grado di garantire un carcere costituzionale. Si costruiscono nuove fattispecie di reato ma non si riesce a garantire acqua calda, igiene, spazio vitale e sicurezza. Si riempiono le celle mentre si svuotano i diritti.
Per questo il sequestro di Sollicciano va ben oltre Firenze. È un atto d’accusa contro un intero modello. Un modello che considera il carcere una discarica sociale dove rinchiudere povertà, marginalità, dipendenze e disagio. Un modello che continua a ignorare l’articolo 27 della Costituzione, secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità.
La vera domanda oggi non è cosa accadrà ai detenuti trasferiti. La vera domanda è cosa farà adesso il ministro Carlo Nordio. Perché quando una magistrata sequestra metà di una prigione italiana per condizioni indegne, non è il carcere a essere sotto processo. È lo Stato.
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