Bombardata Caracas, sequestrato Maduro: gli Stati Uniti passano dalla pressione alla guerra aperta
Gli Stati Uniti d’America sono infine passati all’azione. Dopo mesi di provocazioni, operazioni militari “a bassa intensità” e aggressioni mascherate da lotta al narcotraffico, Washington ha bombardato il Venezuela, colpendo duramente la sua capitale, Caracas. Con questo attacco cade definitivamente la favola secondo cui l’aggredito ha sempre ragione e l’aggressore ha sempre torto. Una narrazione che vale solo quando a bombardare non sono le “democrazie occidentali”.
Perché, evidentemente, quando le bombe portano la firma statunitense – e dei suoi alleati – diventano automaticamente bombe buone, democratiche, persino umanitarie. Chi prova a resistere, chi difende la propria sovranità, chi rifiuta il saccheggio delle proprie risorse viene immediatamente dipinto come il male assoluto, come un ostacolo da rimuovere con ogni mezzo.
Dalla guerra economica alla guerra aperta
Nelle prime ore di sabato 3 gennaio 2026, raid aerei statunitensi hanno squarciato il cielo di Caracas e di altre regioni del Paese caraibico. Un’escalation annunciata e preparata da tempo, almeno dall’estate del 2025, quando l’amministrazione di Donald Trump aveva intensificato la presenza militare nei mari antistanti il Venezuela, con continui attacchi che hanno causato decine di vittime, liquidate dalla Casa Bianca come presunti “narcotrafficanti”.
Oggi quella guerra strisciante si è trasformata in aggressione diretta sul territorio venezuelano. Gli attacchi hanno colpito infrastrutture militari nell’area di Caracas, ma anche luoghi dal fortissimo valore simbolico e politico, privi di qualsiasi rilevanza militare: il Parlamento e il Mausoleo dove riposano le spoglie di Hugo Chávez. Non obiettivi strategici, ma bersagli simbolici, colpiti per umiliare, intimidire e cancellare un progetto politico.
Complicità occidentale e demolizione del diritto internazionale
Questo attacco è anche – e soprattutto – il prodotto della complicità occidentale. Nessun tentativo reale di fermare l’azione statunitense, nessun argine politico o diplomatico a una strategia che da mesi ha fatto carta straccia del diritto internazionale: dallo spostamento massiccio di uomini e mezzi della marina militare nel Caribe, alle esecuzioni extragiudiziali lungo le coste venezuelane e colombiane, fino agli atti di pirateria contro le navi che trasportano greggio venezuelano.
Il conferimento del Premio Nobel per la Pace a María Corina Machado, figura che ha apertamente invocato l’aggressione militare contro il proprio Paese, è stato il suggello simbolico di questa politica neo-coloniale, sostenuta e applaudita anche da governi europei che predicano diritti umani mentre avallano bombardamenti e sequestri.
In una nota ufficiale, il presidente Nicolás Maduro ha parlato di “gravissima aggressione militare Usa” contro “siti civili e militari nella città di Caracas e negli stati di Miranda, Aragua e La Guaira”. Secondo quanto riportato da Tele Sur, l’obiettivo reale dell’operazione sarebbe l’appropriazione delle risorse strategiche del Venezuela.
Nonostante la retorica occidentale sulla “minaccia venezuelana”, non vi è stata alcuna risposta armata immediata da parte di Caracas. Di fronte ai raid condotti anche con aerei a bassa quota, il governo venezuelano non ha reagito militarmente, smentendo nei fatti la narrazione di un Paese pronto a scatenare una guerra regionale.
Trump rivendica il sequestro di Maduro
A poche ore dai bombardamenti è arrivata la rivendicazione ufficiale dell’operazione da parte di Trump, che ha confermato senza ambiguità il salto definitivo nella barbarie delle relazioni internazionali:
“Gli Stati Uniti d’America hanno condotto con successo un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo leader, il presidente Nicolás Maduro, che è stato catturato e portato fuori dal Paese insieme alla moglie. L’operazione è stata condotta in collaborazione con le forze dell’ordine statunitensi.”
Parole che non lasciano spazio a interpretazioni: non un’azione difensiva, non una missione antiterrorismo, ma un atto di guerra e un rapimento di Stato, rivendicato con arroganza imperiale. Il presidente di un Paese sovrano viene sequestrato e deportato come un trofeo, mentre l’apparato mediatico occidentale prepara l’ennesima narrazione tossica per giustificare l’ingiustificabile.
Il riferimento alla collaborazione con le “forze dell’ordine statunitensi” suona come una beffa grottesca: la polizia globale dell’impero che agisce fuori da ogni mandato internazionale, senza ONU, senza legalità, senza alcun rispetto per la sovranità di uno Stato membro delle Nazioni Unite.
Con questa dichiarazione, Trump non solo conferma l’aggressione militare, ma la trasforma apertamente in un colpo di Stato transnazionale, segnando uno dei punti più bassi della storia recente. Non siamo di fronte a un’operazione militare: siamo di fronte a un atto di pirateria politica, che smaschera definitivamente il volto reale dell’ordine mondiale imposto da Washington.
Caracas oggi è sotto le bombe. Domani potrebbe toccare a chiunque osi dire di no.
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