Cade il teorema del terrorismo: liberi i sette anarchici arrestati a giugno


Il Tribunale del Riesame smonta l’impianto accusatorio della Procura: nessuna organizzazione, nessuna finalità di terrorismo, nessun collegamento con azioni concrete. Intanto resta aperto il caso degli arresti per il possesso di opuscoli e materiali considerati “sospetti”.

Il castello accusatorio è crollato. Dopo quasi un mese di carcere, domiciliari e detenzione nei circuiti di alta sicurezza, i sette militanti anarchici arrestati il 16 giugno scorso con l’accusa di associazione a delinquere con finalità di terrorismo sono tornati in libertà.

Il Tribunale del Riesame ha disposto la loro scarcerazione, smentendo di fatto l’impianto costruito dalla Procura di Roma e dagli apparati dell’antiterrorismo. Una decisione che assume un significato politico e giuridico che va ben oltre la vicenda dei singoli indagati e che riporta al centro una questione ormai ricorrente: l’abuso dell’accusa di terrorismo nei confronti delle aree di conflitto sociale e politico.

«Mancava qualsiasi elemento idoneo a dimostrare sia la sussistenza di un’organizzazione, sia che la stessa avesse i requisiti del terrorismo», ha dichiarato l’avvocato Flavio Rossi Albertini, tra i difensori degli indagati.

Parole pesanti, che descrivono un’inchiesta fondata più su suggestioni e ipotesi investigative che su elementi concreti.

Il “teorema” costruito sulle conversazioni

L’indagine nasce dal monitoraggio di un casale abbandonato nei pressi di Sambuci, vicino Roma, ribattezzato «Improbabile squat». Il luogo era da tempo sotto osservazione delle forze di polizia, inizialmente alla ricerca dell’anarchico latitante conosciuto come “Ghespe”, poi arrestato in Spagna.

Anche dopo la sua cattura, però, telecamere e microfoni sono rimasti attivi. È così che un incontro tra alcuni militanti, avvenuto tra l’11 e il 13 luglio 2025, è finito sotto la lente dell’antiterrorismo.

Su alcune frasi pronunciate in quel contesto – discussioni sulla fase politica, ragionamenti sulle pratiche di sabotaggio, riferimenti all’esperienza di gruppi anarchici in altri paesi – è stata costruita l’ipotesi dell’esistenza di un’organizzazione terroristica.

Secondo la difesa, e ora anche secondo il Riesame, si trattava invece di conversazioni, analisi, ipotesi, prive di qualsiasi riscontro concreto.

«Nell’inchiesta non c’è nulla, a parte qualche chiacchierata tra amici», ha spiegato Rossi Albertini. «Gli inquirenti non sono stati in grado di individuare alcun collegamento con azioni concrete, né reati-fine, né dimostrazioni di una volontà collettiva alla base della presunta organizzazione».

Un’affermazione che colpisce il cuore stesso dell’accusa: senza organizzazione, senza programma operativo e senza azioni concretamente riconducibili agli indagati, il reato associativo con finalità di terrorismo semplicemente non esiste.

Terrorismo come categoria elastica

La vicenda ripropone un problema ormai strutturale nel nostro Paese: l’utilizzo sempre più estensivo del concetto di terrorismo.

Da anni le inchieste che riguardano il movimento anarchico si reggono spesso su un impianto indiziario debole, fondato su relazioni personali, frequentazioni, testi posseduti, conversazioni politiche, analisi teoriche.

In molti casi le accuse vengono ridimensionate o smontate dalla Cassazione dopo anni di processi e misure cautelari.

Nel frattempo, però, gli effetti delle operazioni di polizia sono già stati prodotti: mesi di carcere, alta sicurezza, isolamento, perquisizioni, distruzione di esperienze collettive e centri sociali.

Lo sgombero del Bencivenga

La maxi-operazione del 16 giugno non ha colpito soltanto gli indagati. Le forze dell’ordine hanno infatti sgomberato l’occupazione anarchica Bencivenga di Roma, una storica esperienza di mutualismo, controcultura e solidarietà sociale.

Formalmente si trattava di un’operazione finalizzata alla ricerca degli indagati e all’esecuzione delle perquisizioni. Nei fatti, l’inchiesta ha rappresentato l’occasione per cancellare uno spazio politico e sociale attivo da anni nel quartiere. Una conseguenza che nessuna sentenza del Riesame potrà ora cancellare.

Il caso di Toni e Pietro

Resta ancora aperta la vicenda di Toni e Pietro, coinvolti negli “effetti collaterali” dell’inchiesta. Durante le perquisizioni nelle loro abitazioni erano stati rinvenuti opuscoli e materiali relativi alla costruzione di ordigni, circostanza che ha portato gli inquirenti a contestare il nuovo reato di «detenzione di materiale con finalità di terrorismo», introdotto nel 2025 attraverso uno dei decreti sicurezza del governo Meloni.

Una norma già al centro delle critiche di molti giuristi, che hanno denunciato il rischio di criminalizzare il semplice possesso di libri, documenti o materiali teorici.

La stessa Cassazione, nel dicembre scorso, ha precisato che il reato non può configurarsi sulla sola base del possesso di un manuale. È necessario dimostrare una concreta finalità di terrorismo, cioè l’intenzione di utilizzare quei materiali per compiere azioni finalizzate a intimidire la popolazione o destabilizzare le istituzioni.

Nel caso di Toni, a casa del quale è stato trovato soltanto l’opuscolo Ad ognuno il suo – 1000 modi per sabotare questo mondo, nessuno di questi elementi risulta dimostrato. Il volume, acquistato oltre vent’anni fa e conservato in un archivio personale insieme a decine di libri, volantini e fanzine, viene oggi utilizzato come indizio di pericolosità. Venerdì sera anche Toni è stato liberato. Per Pietro si attende ancora la decisione dei giudici.

La repressione preventiva

L’intera vicenda lascia una domanda inquietante: quanto basta, oggi, per essere accusati di terrorismo? Frequentare ambienti anarchici? Discutere di politica? Conservare libri scomodi? Possedere un opuscolo di sabotaggio comprato vent’anni fa?

Il rischio è che il terrorismo diventi una categoria elastica, un contenitore dentro il quale far rientrare comportamenti, relazioni e idee politiche considerate pericolose o radicali. Le scarcerazioni decise dal Tribunale del Riesame rappresentano una pesante sconfitta per il teorema accusatorio costruito dalla Procura.

Ma rappresentano anche l’ennesima dimostrazione di come, in nome della sicurezza, si continui a ricorrere a strumenti eccezionali e a contestazioni gravissime che troppo spesso si rivelano prive di fondamento.

Nel frattempo, però, le persone finiscono in carcere, gli spazi sociali vengono sgomberati e la semplice appartenenza a un’area politica “scomoda” continua a essere trattata come un indizio di colpevolezza. È il volto della repressione preventiva: prima si colpisce, poi – forse – si scopre che il terrorismo non c’era.



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