di Luca Gringeri*
Oggi udienza decisiva per l’attivista queer tedesca detenuta illegittimamente da un anno
In un silenzio generalizzato, a Budapest si sta consumando uno dei processi più controversi d’Europa. Maja T., ventiquattrenne antifascista tedesca che si identifica come non binary, vittima di un’estradizione dichiarata illegittima e da mesi di isolamento in carcere, sta per affrontare quelle che potrebbero essere le udienze decisive, oggi e mercoledì della settimana prossima, che decideranno se dovrà scontare 24 anni di reclusione per un processo che, agli occhi di molti, pare essere politicamente motivato.
Tutto comincia l’11 febbraio 2023, quando nella capitale ungherese si svolge il cosiddetto Becsület Napja, il Giorno dell’onore. Migliaia di militanti di estrema destra provenienti da tutta Europa si radunano per commemorare le truppe ungheresi e le Waffen-SS che nel 1945 tentarono di sfuggire all’assedio sovietico, fallendo. Secondo la procura di Budapest, nel 2023 un gruppo di antifascisti avrebbe organizzato diversi attacchi contro presunti partecipanti o simpatizzanti del raduno. Le accuse parlano di lesioni aggravate e appartenenza a un’associazione a delinquere, malgrado le persone ferite durante gli incidenti abbiano riportato un numero modesto di giorni di prognosi. Le difese, infatti, contestano l’insussistenza delle prove e la sproporzione dell’impianto accusatorio. Fra gli accusati, la più nota alle cronache italiane è Ilaria Salis, rimasta in un degradante stato di detenzione nelle carceri ungheresi per 15 mesi, fino alla sua elezione come europarlamentare.
Maja invece viene arrestata a Berlino alla fine del 2023 in esecuzione di un mandato d’arresto europeo. Il 29 giugno 2024 la Germania ne autorizza la consegna a Budapest, con un trasferimento avvenuto nel cuore della notte nonostante fosse pendente un ricorso costituzionale. A febbraio 2025, la Corte costituzionale federale tedesca stabilisce che l’estradizione era illegittima. Ma la decisione arriva quando lei è già dietro le sbarre ungheresi, a conferma di come la cooperazione giudiziaria possa calpestare i diritti fondamentali. Dal carcere di Gyorskocsi utca, Maja racconta con le sue lettere le condizioni punitive della carcerazione di isolamento, di celle senza luce, di cibo insufficiente, di visite familiari ridotte e dietro un plexiglas. «È una detenzione preventiva – scrive Maja in una lettera – in cui non mi è permesso studiare, non mi è permesso lavorare, non mi sono stati dati abbastanza libri, non mi sono stati dati gli integratori vitaminici necessari o le visite mediche tempestive, non c’è luce sufficiente e cibo sano. Sono stat* consegnaté a un carcere che impone misure di sicurezza umilianti e degradanti per le quali non c’è ancora alcuna giustificazione o spiegazione». In questo testo, letto durante l’udienza del 21 febbraio in cui ha ufficialmente rifiutato il patteggiamento che le avrebbe fatto scontare, al posto di 24, «solo» 14 anni, racconta anche continue perquisizioni corporali e deprivazione sistematica del sonno. Un regime carcerario non dissimile dal nostrano 41bis. Durante le udienze, Maja viene condotta in aula in catene, scortata da agenti mascherati, le stesse scene viste durante il processo a Salis.
Il 5 giugno 2025 decide quindi di intraprendere uno sciopero della fame a oltranza, per protestare contro le condizioni detentive e contro l’estradizione illegale. Dopo un calo di 14 kg e l’abbassamento preoccupante dei parametri vitali, il primo luglio viene tradotta in un ospedale militare a 250 km da Budapest. Qui, il 14 luglio, decide di interrompere lo sciopero della fame. Va sottolineato che solo le condizioni critiche cui versava hanno smosso il governo tedesco, il cui ministero degli Esteri ha intrapreso solo allora contatti con Budapest per ottenere miglioramenti nelle condizioni detentive e garanzie per il diritto alla salute dell’imputata. Il 23 settembre, dopo un colloquio con i parenti, l’attivista racconta di aver rifiutato di sottoporsi all’ennesima perquisizione corporale. Le guardie carcerarie, quindi, l’avrebbero ammanettata, denudata e avrebbero proceduto a una perquisizione forzata che è durata tre ore. A questa brutalizzazione, sarebbe seguito un provvedimento disciplinare contro Maja.
Nel frattempo, il processo va avanti, malgrado le condizioni psicofisiche di Maja non siano tornate a parametri di sicurezza, tanto che fino a poche settimane fa era stata riportata per accertamenti in ospedale. Il caso di Maja si inserisce in un quadro politico ben preciso. Dal 2010 Viktor Orbán governa con la maggioranza assoluta di Fidesz, il suo partito, e ha progressivamente trasformato l’Ungheria in una «democrazia illiberale». Il suo esecutivo ha promosso una retorica apertamente ostile verso le persone Lgbtqi+. In questo clima, l’identità non binaria di Maja è diventata un ulteriore fattore di discriminazione e isolamento dietro le sbarre.
*da il manifesto
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