A Reggio Emilia sgomberato il presidio che da agosto difende l’area verde destinata al nuovo Superstore Conad. La città promette neutralità climatica e stop al consumo di suolo, ma un progetto nato quasi vent’anni fa continua ad avere la precedenza sugli alberi
All’alba sono arrivate le camionette, gli agenti in assetto antisommossa e le ruspe. Poi sono cominciati gli abbattimenti. Mercoledì 30 settembre, a Reggio Emilia, il lungo conflitto intorno al Bosco Ospizio è entrato nella sua fase più dura: le forze dell’ordine hanno bloccato gli accessi all’area e rimosso il presidio permanente che dal 3 agosto ostacolava l’apertura del cantiere, mentre i mezzi hanno iniziato a lavorare all’interno dei circa 45 mila metri quadrati destinati al progetto di Conad Centro Nord. Secondo le prime cronache della mattinata, una decina di persone presenti all’alba ha opposto resistenza passiva; il presidio è stato spostato sul marciapiede di via Emilia Ospizio e nell’area del Campo di Marte, mentre altre persone hanno progressivamente raggiunto la zona. Non risultavano, nelle prime ore, disordini.
È un’immagine che contiene quasi tutta la contraddizione delle politiche ambientali contemporanee. Da una parte piani climatici, neutralità carbonica, adattamento, biodiversità, forestazione urbana, riduzione del consumo di suolo. Dall’altra una ruspa che abbatte alberi sotto la protezione dei reparti mobili per permettere la realizzazione di un nuovo grande spazio commerciale. Non siamo davanti a una remota infrastruttura strategica né a un’opera indispensabile per rispondere a un’emergenza abitativa. Al centro del progetto c’è anche un nuovo Superstore Conad, accompagnato da servizi pubblici – Casa della Comunità, biblioteca e polo sociale – utilizzati dall’amministrazione per rivendicare il carattere complessivo della riqualificazione.
La storia è importante perché il progetto non nasce oggi. L’iter del Programma di riqualificazione urbana di Ospizio affonda le proprie radici nel 2006-2007, quando la crisi climatica occupava uno spazio ben diverso nelle politiche urbane. Nel frattempo sono trascorsi quasi vent’anni. È cambiata la conoscenza scientifica, sono cambiate le temperature delle città, è cresciuta la consapevolezza sugli effetti delle isole di calore e sulla necessità di preservare il suolo permeabile. Ed è cambiato persino il Piano urbanistico di Reggio Emilia, che oggi mette nero su bianco un principio inequivocabile: «Sì alla rigenerazione urbana, no al consumo di suolo».
Il PUG comunale definisce la neutralità climatica come la sua «prima sfida» e riconosce che Reggio Emilia, con circa il 21 per cento del territorio già urbanizzato, si colloca insieme alle altre città medie della Pianura Padana tra i territori con la maggiore percentuale di suolo urbanizzato. Per questo l’amministrazione dichiara di voler perseguire una «drastica riduzione del consumo di suolo», aumentare la biodiversità e contribuire a ridurre del 55 per cento le emissioni di CO2 entro il 2030, fino alla neutralità climatica nel 2050.
Poi c’è Bosco Ospizio. Qui, secondo i dati riportati dall’ANSA, l’intervento comporta circa 30 mila metri quadrati di consumo di suolo e l’abbattimento di un centinaio di alberi. Il Comune sottolinea che il progetto è stato modificato rispetto alle versioni precedenti: gli abbattimenti previsti sarebbero scesi da 154 a 98, gli alberi conservati aumentati da 204 a 224 e quelli di nuovo impianto nel comparto da 288 a 371, con ulteriori compensazioni esterne. Sono numeri che l’amministrazione presenta come prova del miglioramento ambientale dell’intervento.
Ed è precisamente qui che emerge il problema. Un albero adulto non è intercambiabile con una piantina appena messa a dimora; un ecosistema sviluppatosi spontaneamente nel corso di decenni non viene ricreato sommando il numero delle compensazioni previste sulla carta. Gli studiosi di Unimore intervenuti nel dibattito hanno sottolineato che un’area rinaturalizzata di queste dimensioni, dentro una pianura fortemente urbanizzata, può costituire un rifugio per numerose specie. Hanno inoltre segnalato la presenza di un’area umida utile alla riproduzione degli anfibi e osservazioni nelle vicinanze del rospo smeraldino, oltre a flora tutelata.
Esiste però anche una valutazione tecnica di segno opposto, che non va omessa. Una consulente forestale incaricata dalla Procura di Reggio Emilia, dopo un sopralluogo effettuato nel febbraio scorso, ha concluso che l’area non possiede le caratteristiche normative per essere classificata come bosco, descrivendola come un sito antropizzato degradato, con presenza di detriti e vegetazione in parte compromessa. Non risultano, secondo quella consulenza, vincoli forestali o paesaggistici tali da impedirne la trasformazione. Altri studiosi contestano però una lettura che riduca il valore ecologico dell’area alla presenza di alberi formalmente “di pregio”: ciò che ritengono importante è proprio il processo di rinaturalizzazione spontanea avvenuto nel corso degli anni.
Il conflitto, dunque, non può essere risolto con una battaglia nominalistica sulla parola “bosco”. Anche qualora l’area non rientrasse nella definizione giuridico-forestale, rimarrebbero 45 mila metri quadrati di terreno rinaturalizzato all’interno di una città della Pianura Padana, con centinaia di alberi e arbusti, suolo permeabile e habitat sviluppatisi durante un lungo periodo di abbandono. La domanda politica è se nel 2026 tutto questo debba pesare meno di diritti edificatori formatisi dentro una pianificazione nata quasi vent’anni prima.
La natura vale finché non incontra un diritto edificatorio
È qui che la vicenda di Ospizio smette di essere soltanto una controversia locale. Perché il Comune non nega l’emergenza climatica. Al contrario, la assume integralmente nel proprio linguaggio istituzionale. Parla di neutralità climatica, adattamento, biodiversità, sostenibilità e riduzione del consumo di suolo. Dopo l’incontro tra Conad e l’Assemblea Bosco Ospizio del 28 agosto, il sindaco Marco Massari dichiarava persino la disponibilità dell’amministrazione a «potenziare le azioni di sostenibilità e adattamento climatico con la partecipazione attiva delle forze ambientaliste e sociali della città».
Un mese dopo, quelle forze ambientaliste e sociali vengono tenute fuori dall’area dalla polizia mentre iniziano gli abbattimenti.
Non significa che il Comune abbia semplicemente deciso dall’oggi al domani di sacrificare il verde per costruire un supermercato. La vicenda amministrativa è più complessa. Palazzo civico sostiene di essersi trovato davanti a diritti edificatori consolidati e richiama anche una precedente pronuncia del Consiglio di Stato che avrebbe ridotto gli spazi per cancellarli unilateralmente. La convenzione con Conad prevede inoltre opere pubbliche: la Casa della Comunità Reggio Est, una nuova biblioteca e un polo sociale e territoriale. È questa la ragione per cui l’amministrazione continua a presentare l’intervento come «riqualificazione» e non come semplice operazione commerciale.
Ma proprio questa complessità rende evidente una gerarchia. Quando gli obiettivi climatici incontrano diritti edificatori e investimenti già consolidati, sono i primi a diventare negoziabili. Gli alberi possono essere compensati, il verde trasferito, la biodiversità ricostruita altrove, il consumo di suolo mitigato. Il progetto economico, invece, rimane il punto fermo intorno al quale adattare tutto il resto.
È la forma contemporanea dell’ambientalismo istituzionale: non negare più il cambiamento climatico, ma incorporarlo senza mettere realmente in discussione il modello di sviluppo che continua a produrlo. La sostenibilità diventa così una qualità da aggiungere all’intervento, non un limite capace di impedirlo.
Il supermercato resta, il bosco si compensa
Lo stesso confronto con Conad lo ha mostrato chiaramente. Il 28 agosto, mentre circa trecento persone manifestavano in piazza Prampolini, una delegazione dell’Assemblea Bosco Ospizio incontrava in Municipio i rappresentanti della cooperativa. Gli attivisti chiedevano di conservare integralmente l’area trasformandola in un bosco urbano di comunità. Conad ha confermato invece l’intenzione di realizzare il Superstore, prospettando ulteriori interventi ambientali e compensazioni; secondo ANSA, tra queste anche una riforestazione in un’altra area della città.
Il paradigma è esemplare: l’investimento rimane, la natura viene compensata.
È un meccanismo ormai familiare nelle grandi trasformazioni urbane. Si consuma suolo qui e si promette di rinaturalizzare altrove; si abbattono alberi maturi e si conteggiano quelli che saranno piantati; si impermeabilizza una superficie e si inseriscono nel progetto aiuole, filari, tetti verdi o nuove piantumazioni. Alla fine il bilancio può perfino apparire positivo dentro una tabella, mentre ciò che esiste materialmente viene distrutto.
A Bosco Ospizio questa contraddizione assume una forza particolare perché la natura aveva già fatto gratuitamente ciò che le politiche pubbliche dicono di voler realizzare spendendo risorse: aveva restituito vegetazione e biodiversità a uno spazio precedentemente costruito. Dove sorgeva una grande struttura assistenziale demolita, in circa vent’anni si era sviluppata spontaneamente un’area verde. La cosiddetta rigenerazione urbana interviene ora per rigenerare nuovamente ciò che nel frattempo si era rigenerato da sé, riportandovi edifici, parcheggi, viabilità e superfici commerciali.
Un altro supermercato
C’è infine una domanda ancora più elementare. Quanto bisogno esiste di un nuovo grande supermercato?
È uno degli argomenti utilizzati dagli oppositori. Il consigliere comunale Dario De Lucia ha sostenuto che, con il nuovo insediamento, nell’arco di circa un chilometro si arriverebbe a cinque strutture della grande distribuzione. È una dichiarazione politica e il dato va quindi attribuito alla sua fonte, ma pone una questione che l’intera retorica della riqualificazione tende a lasciare sullo sfondo: non soltanto come costruire, ma se sia ancora necessario costruire.
La crisi climatica dovrebbe aver cambiato precisamente questa domanda. Per decenni l’urbanistica ha considerato il suolo libero come uno spazio in attesa di valorizzazione economica. Alberi, sterpaglie, arbusti e terreni non edificati apparivano come vuoti. Oggi sappiamo che quel “vuoto” assorbe acqua, mitiga il calore, immagazzina carbonio, offre habitat alle specie e rende più vivibili città destinate a confrontarsi con temperature sempre più alte.
Eppure la grammatica economica continua spesso a funzionare come prima. Un terreno acquista valore quando produce rendita; un’area commerciale è un investimento; un bosco spontaneo resta facilmente classificabile come degrado. Non è casuale che il Comune, nel comunicato successivo all’incontro di agosto, abbia definito Bosco Ospizio un’«area privata attualmente degradata e inaccessibile, su cui è cresciuta vegetazione spontanea».
Quelle parole raccontano molto. La vegetazione spontanea non modifica la destinazione economica del terreno: rimane qualcosa cresciuto sopra un’area che continua a essere letta attraverso il diritto edificatorio precedente.
Quando arriva la polizia
Poi arriva il momento nel quale il conflitto urbanistico diventa questione di ordine pubblico.
Il 3 agosto, al primo tentativo di avviare il cantiere, cittadini e attivisti avevano bloccato i mezzi sedendosi davanti agli accessi. Da quel giorno il presidio era rimasto attivo senza interruzioni. A Ferragosto circa trecento persone avevano raggiunto l’area; professori universitari, ricercatori, associazioni ambientaliste e migliaia di cittadini avevano sostenuto la richiesta di fermare il progetto. La petizione aveva superato le 42 mila firme.
Il 30 settembre lo stallo è stato risolto materialmente. Non attraverso un nuovo compromesso sul progetto, ma garantendo con le forze dell’ordine l’accesso delle ruspe. Digos e reparti in assetto antisommossa hanno impedito l’ingresso nell’area mentre iniziavano gli abbattimenti. Gli attivisti presenti hanno praticato resistenza passiva; all’esterno si è formato un nuovo presidio.
La polizia non decide naturalmente il piano urbanistico né stabilisce dove debba sorgere un supermercato. Interviene per consentire l’esecuzione di decisioni amministrative e diritti che l’ordinamento considera legittimi. Ma proprio questa distinzione permette di vedere il problema politico nella sua interezza: prima vengono prodotti i diritti edificatori, poi vengono approvati i progetti, poi arrivano le autorizzazioni e infine, quando una parte della cittadinanza tenta materialmente di impedire la trasformazione, il conflitto viene consegnato all’ordine pubblico.
La ruspa può allora avanzare perché dietro di essa non c’è soltanto una macchina. C’è un’intera catena di decisioni economiche, urbanistiche, amministrative e infine coercitive.
La grande ipocrisia climatica
Bosco Ospizio racconta perciò qualcosa che supera Reggio Emilia e persino Conad. Racconta la distanza crescente tra la consapevolezza della crisi climatica e la capacità di trarne conseguenze quando queste entrano in conflitto con interessi economici già costituiti.
Ormai nessuna amministrazione importante può permettersi di ignorare il cambiamento climatico. Le città approvano piani di adattamento, promettono forestazione, parlano di città dei quindici minuti, suolo permeabile, corridoi ecologici, neutralità carbonica. Le imprese pubblicano bilanci di sostenibilità. La grande distribuzione parla di riduzione delle emissioni e biodiversità. Tutto cambia nel linguaggio.
Molto meno cambia nella gerarchia delle decisioni. A Reggio Emilia il Piano urbanistico afferma che bisogna ridurre drasticamente il consumo di suolo. A Ospizio se ne consumano decine di migliaia di metri quadrati. Si dichiara di voler incrementare la biodiversità mentre viene trasformata un’area che la biodiversità aveva riconquistato spontaneamente. Si promettono nuove piantumazioni mentre si abbattono alberi già cresciuti. Si parla di partecipazione delle forze ambientaliste mentre, quando la loro opposizione diventa materialmente incompatibile con l’apertura del cantiere, tra loro e le ruspe si schierano gli agenti in antisommossa.
È questa, più che una generica incoerenza, la questione posta da Bosco Ospizio. La crisi climatica viene riconosciuta finché non modifica realmente la distribuzione del potere economico e il valore della rendita. Quando conservare un’area verde significa rinunciare a un investimento già programmato, rimettere in discussione diritti edificatori o subordinare il profitto alla tutela di un ecosistema urbano, la transizione ecologica incontra improvvisamente i propri limiti.
Il 30 settembre quei limiti hanno assunto una forma estremamente concreta: da una parte alberi, cittadini e un presidio durato cinquantanove giorni; dall’altra ruspe, un progetto commerciale e uno schieramento di polizia incaricato di garantirne l’avvio.
Forse è proprio questa l’immagine più nitida dell’ambientalismo nell’epoca della crisi climatica: possiamo piantare nuovi alberi, promettere compensazioni, scrivere piani per la neutralità carbonica e dichiarare guerra al consumo di suolo. Ma quando un bosco spontaneo occupa il terreno sul quale deve sorgere un Superstore, a essere considerato fuori posto continua a essere il bosco.
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