Dopo lo sgombero all’alba del 2 marzo, nuove cariche serali e altri fermi. Il comitato MuBasta rilancia il presidio: “Il parco è un bene comune”. Nel mirino la Giunta Lepore-Clancy
La giornata al Pilastro si è chiusa come era iniziata: con la polizia in assetto antisommossa. Lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche e tre nuovi fermi nella serata di ieri, che si aggiungono ai sei del mattino, dopo lo sgombero del presidio permanente a difesa del parco Mitilini Moneta Stefanini. Un quartiere militarizzato per difendere un cantiere. Un conflitto urbano trasformato in questione di ordine pubblico.
All’alba di lunedì 2 marzo le camionette avevano circondato l’area verde. Agenti in tenuta antisommossa avevano rimosso tende, trascinato via attiviste e attivisti, portato cinque persone in Questura – una ammanettata – e lasciato sul terreno un ferito, soccorso dall’ambulanza. Il presidio si era spostato davanti alla biblioteca del Pilastro e sotto la Questura di piazza Roosevelt. Ma la giornata non si è fermata lì.
Dopo il presidio sotto il Consiglio comunale, in serata attiviste e attivisti sono tornati al parco. La risposta è stata una nuova carica. Secondo quanto riportato dai presenti, i lacrimogeni sono stati lanciati ad altezza d’uomo. Tre persone sono state fermate. E nella mattinata successiva un nuovo presidio si è tenuto anche davanti al carcere della Dozza, dove sono state condotte tre delle persone arrestate al parco.
Il Pilastro, periferia storica di Bologna, è al centro di uno scontro che va oltre la vicenda del singolo cantiere. Il progetto “Futura”, il Museo delle bambine e dei bambini finanziato con fondi Pnrr, viene presentato dal Comune come un intervento di riqualificazione. Il comitato MuBasta, che da mesi anima la mobilitazione, lo considera invece una speculazione calata dall’alto, capace di snaturare uno spazio vissuto quotidianamente come bene comune.
“Rilanciamo il presidio al parco: da oggi, ancora una volta, sarà vissuto, attraversato e difeso perché noi un’idea di comunità l’abbiamo in mente. Un parco come bene comune, luogo di incontri tra generazioni e tra culture, spazio di socialità libera. Il Pilastro non si arresta”, si legge in un post pubblicato dal comitato sui social. Parole che raccontano una visione opposta a quella istituzionale: non un’area da “valorizzare” attraverso un’opera simbolica, ma uno spazio già vivo, già attraversato, già costruito come luogo di relazione.
Nei mesi di occupazione il parco è diventato teatro di assemblee, laboratori per bambini, attività sportive, momenti conviviali. Una pratica di riappropriazione dal basso che ha coinvolto residenti di diverse età e nazionalità. È questo, per il comitato, il cuore del conflitto: la difesa di un’idea di comunità contro una trasformazione decisa senza un reale confronto.
La Giunta, però, ha scelto la linea dura. “Non dialogheremo con chi impedisce a un cantiere pubblico di svilupparsi”, aveva dichiarato nei giorni scorsi l’assessore Daniele Ara. Dopo le cariche serali, Potere al Popolo punta il dito contro la Giunta Lepore-Clancy: “La responsabilità politica delle scene al Pilastro è di chi ha chiuso ogni possibilità di soluzione politica, consegnando la gestione di una legittima protesta sociale a polizia e carabinieri. Non è la prima volta che succede a Bologna, ma questa è la più pesante per come le cariche a freddo hanno colpito un’assemblea popolare con centinaia di persone, incluse famiglie e bambini”.
Il nodo politico è evidente: quando il confronto si interrompe e il conflitto sociale viene trattato come un problema di ordine pubblico, la repressione diventa il linguaggio principale. Il Pilastro è diventato un laboratorio di questa torsione. Un quartiere che chiede di partecipare alle scelte che lo riguardano si trova davanti schieramenti antisommossa e lacrimogeni.
La vicenda si inserisce in un clima nazionale in cui la gestione del dissenso assume sempre più i contorni della neutralizzazione preventiva. Dalle piazze studentesche ai presidi ambientali, dalle occupazioni abitative ai conflitti territoriali, la risposta istituzionale tende a privilegiare la forza rispetto alla mediazione. Il caso del Pilastro, però, colpisce per la sua dimensione simbolica: un parco di quartiere, famiglie, assemblee popolari, e una repressione che molti residenti definiscono sproporzionata.
All’alba successiva alle cariche, il presidio è ripartito. Segno che, almeno per ora, la mobilitazione non si arresta. “Fin da domani sarà necessario riprendere la mobilitazione per ripristinare la decenza a Bologna”, dichiarano gli attivisti. Parole che parlano di una frattura ormai aperta.
Resta una domanda sospesa: può un progetto presentato come educativo e dedicato all’infanzia nascere tra lacrimogeni e cariche? Può una “riqualificazione” essere tale se viene percepita come imposizione? Il Pilastro risponde con i presidi e con la promessa di continuare a vivere e difendere il parco. Le istituzioni, finora, rispondono con la forza.
Il conflitto è tutto qui: tra un’idea di città come spazio da amministrare dall’alto e un’idea di quartiere come comunità che rivendica voce. E quando le due visioni si scontrano, il rischio è che a perdere non sia soltanto un parco, ma la qualità stessa della democrazia urbana.
Le corrispondenze di Radio Onda d’Urto con Sergio del Comitato Mu.Basta di Bologna Ascolta o scarica e Laura del Comitato Mu.Basta che ci ricorda che domani mattina, mercoledi 4 marzo, ci sara’ il processo per direttissima dei tre attivisti ancora in carcere Ascolta o scarica
Di seguito il comunicato del Comitato Mu.basta
REPRESSIONE CONTRO IL PILASTRO CHE SI VUOLE AUTODETERMINARE. AMMINISTRAZIONE E GOVERNO NON FERMERANNO LA MOBILITAZIONE CONTRO IL MUBA
Nella serata di ieri abbiamo assistito a cariche a freddo contro un’assemblea di residenti, ragazzx e bambinx, lacrimogeni lanciati ad altezza uomo, accerchiamenti e rappresaglie protratti fino a tarda notte e altre tre persone portate in questura.
Questi sono stati gli ultimi tasselli di una giornata che ha visto la violenza istituzionale diventare protagonista. I segnali sono chiari: l’amministrazione di questa città, la giunta Lepore-Clancy, considera il rione Pilastro e i suoi spazi verdi come un’opportunità di speculazione, come l’ennesima vetrina per attrarre turismo internazionale. Le voci che si alzano dal quartiere e che rivendicano un ruolo reale nei processi decisionali vengono trattate come ostacoli, come imprevisti da rimuovere lungo un percorso già scritto di cementificazione.
È qui che interviene la mano della questura: nell’accordo politico tra l’amministrazione della città e il governo nazionale, nei nuovi decreti sicurezza di Piantedosi e nelle politiche securitarie introdotte negli ultimi anni, si costruisce il contesto in cui i progetti calano dall’alto e vanno avanti comunque, anche contro chi quei luoghi li vive ogni giorno.
Il Pilastro però non accetta la rassegnazione, la passività, né il ruolo di spettatore che il governo cittadino e quello nazionale vorrebbero imporgli. Oggi sono emerse con forza le necessità di chi abita davvero il rione, in contrapposizione al progetto di gentrificazione del MUBA.
Per questo rilanciamo il presidio nel parco. Da oggi ancora una volta il parco sarà vissuto, attraversato e difeso, perché noi un’ idea di comunità ce l’abbiamo in mente: un parco come bene comune, luogo di incontro tra generazioni e tra culture, spazio di socialità libera.
IL PILASTRO NON SI ARRESTA.
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