Bolivia, la rivolta contro l’austerità e il ritorno dei militari nelle strade


Dopo la fine del ciclo del Mas, il governo conservatore di Rodrigo Paz risponde alla crisi sociale con tagli, stato d’emergenza e repressione. Ma dietro i blocchi c’è un paese popolare che rifiuta di pagare il prezzo della restaurazione neoliberale.

La Bolivia è di nuovo attraversata da una crisi profonda. Da settimane migliaia di lavoratori, contadini, minatori, autisti, autotrasportatori e comunità indigene bloccano strade, paralizzano città, occupano lo spazio pubblico. La protesta, iniziata all’inizio di maggio contro il taglio dei sussidi al carburante, l’aumento del costo della vita e la proposta di riforma agraria del governo di Rodrigo Paz, si è trasformata rapidamente in una contestazione generale al nuovo corso politico del paese.

Paz è al potere da appena sei mesi. La sua elezione, alla fine del 2025, aveva segnato la chiusura del lungo ciclo del Movement for Socialism, il movimento che con Evo Morales aveva cambiato la storia politica della Bolivia, portando al centro dello Stato i settori indigeni e popolari per secoli esclusi. Oggi, però, il nuovo governo si trova già assediato da una mobilitazione sociale che non chiede solo correzioni economiche, ma le dimissioni del presidente.

La capitale La Paz è diventata il cuore della crisi. Scioperi dei trasporti, carenza di benzina, lunghe code alle stazioni della funivia, blocchi nei quartieri e nelle arterie principali hanno reso difficilissima la mobilità. Secondo la polizia boliviana, nel paese sono stati attivi oltre 150 punti di blocco. Le proteste hanno coinvolto anche El Alto, storica città operaia e indigena, da cui sono partite alcune delle mobilitazioni più imponenti verso il centro politico-amministrativo della capitale.

Il governo presenta i tagli come inevitabili: bisogna ridurre il deficit, stabilizzare i conti, rassicurare mercati e organismi internazionali. Ma per chi vive di salario, trasporto, agricoltura, economia informale, il taglio dei sussidi al carburante significa immediatamente aumento dei prezzi, impoverimento, perdita di reddito. È la solita grammatica dell’austerità: la crisi viene prodotta dall’alto, ma il conto viene presentato in basso.

Il passaggio più grave, però, è politico. Di fronte alla paralisi del paese, il governo ha scelto la strada dell’eccezione. Il Senato e poi la Camera hanno approvato l’abrogazione della Legge 1341, che dal 2020 limitava i poteri presidenziali nella dichiarazione dello stato di emergenza. Con la nuova legge, promulgata da Paz, si apre la possibilità di un intervento più diretto delle Forze armate nei conflitti interni. In altre parole: davanti a una protesta sociale, il governo prepara il ritorno dei militari nelle strade.

È qui che la crisi boliviana smette di essere solo economica e diventa una questione democratica. Perché quando un governo nato da pochi mesi risponde al conflitto sociale non con il negoziato ma con la rimozione dei vincoli allo stato d’eccezione, il messaggio è chiaro: la protesta non viene trattata come domanda politica, ma come problema di ordine pubblico.

Il cosiddetto “corridoio umanitario”, organizzato per rompere i blocchi e far passare rifornimenti, ha già mostrato quale può essere l’esito di questa linea. L’operazione congiunta di polizia e militari sulla strada tra La Paz e Oruro si è conclusa con feriti, arresti e la morte di Víctor Cruz Quispe, giovane membro di una comunità colpito da arma da fuoco. Prima il governo ha negato, poi i documenti medici e la procura hanno smentito la versione ufficiale. È un copione conosciuto: prima si militarizza, poi si nega, poi si parla di necessità.

Naturalmente la Bolivia non è un paese pacificato. Le proteste sono dure, i blocchi producono conseguenze pesanti anche sulla popolazione, la crisi economica è reale. Ma ridurre tutto a una manovra di Evo Morales o a un tentativo di destabilizzazione significa cancellare la sostanza sociale del conflitto. Dietro i blocchi ci sono settori popolari che si sentono traditi: comunità indigene, lavoratori, minatori, autisti, quartieri urbani impoveriti. Non chiedono privilegi. Rifiutano che la “normalizzazione” post-Mas significhi ritorno dell’austerità, del potere agrario, della subordinazione ai mercati e della repressione.

La Bolivia di oggi mostra una lezione che riguarda tutta l’America Latina: quando la destra torna al governo promettendo ordine, efficienza e stabilità, spesso il primo atto concreto è colpire i sussidi, privatizzare il costo della crisi e restringere lo spazio democratico. Prima si parla di responsabilità fiscale, poi arrivano i blindati.

Il punto non è idealizzare il ciclo precedente, né rimuovere le contraddizioni del Mas, le sue fratture interne, gli errori di Morales e dei suoi successori. Il punto è capire che la fine di quel ciclo non autorizza una restaurazione sociale. La Bolivia popolare, indigena, operaia, contadina, quella che ha fatto irruzione nella storia negli ultimi vent’anni, non accetta di tornare invisibile.

Per questo ciò che accade a La Paz ed El Alto non è una semplice crisi di governo. È uno scontro sul significato stesso della democrazia: se essa debba restare il terreno del conflitto sociale e della partecipazione popolare, oppure ridursi a una procedura elettorale che, una volta chiuse le urne, consegna ai governi il potere di imporre austerità e stato d’eccezione.

La Bolivia è di nuovo a un bivio. E il bivio è netto: ascoltare il paese reale o militarizzarlo. Dialogare con chi protesta o trasformarlo in nemico interno. Riconoscere la crisi sociale o reprimerla in nome dell’ordine. Ma se l’unica risposta alla povertà è l’esercito, allora non siamo davanti a una politica di stabilizzazione. Siamo davanti alla vecchia ricetta neoliberale: tagliare i diritti, proteggere i profitti, chiamare sicurezza la paura.

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