Bolivia in rivolta, Paz risponde con lo stato d’eccezione


Proteste di massa, ministri dimissionari e scioperi della fame mentre il governo amplia i poteri straordinari e prepara la stretta contro il dissenso.

La crisi boliviana entra in una fase ancora più delicata. Mentre da oltre cinque settimane il paese è attraversato da proteste, blocchi stradali, scioperi e mobilitazioni contro le politiche economiche del governo, il presidente Rodrigo Paz ha promulgato la Legge 1740 sugli stati di eccezione, una norma che conferisce all’esecutivo poteri straordinari per affrontare situazioni considerate di emergenza e che potrebbe essere utilizzata proprio contro le mobilitazioni che stanno scuotendo il paese.

La legge consente al governo di adottare misure eccezionali per un periodo di novanta giorni, prorogabile, qualora ritenga minacciati l’ordine pubblico, la sicurezza interna, la sovranità nazionale o il normale funzionamento delle istituzioni. Formalmente si tratta di uno strumento previsto dall’ordinamento boliviano. Politicamente, però, la sua approvazione avviene nel momento peggiore possibile: mentre migliaia di lavoratori, contadini, autotrasportatori, organizzazioni sociali e comunità indigene chiedono apertamente le dimissioni del presidente e denunciano l’aumento del costo della vita, la scarsità di carburante e il fallimento delle misure economiche adottate dal nuovo governo conservatore.

La decisione dell’esecutivo ha immediatamente riacceso il ricordo delle pagine più oscure della recente storia boliviana. A El Alto, uno dei principali bastioni popolari del paese, le organizzazioni sociali hanno confermato la prosecuzione delle mobilitazioni e hanno denunciato il rischio che il governo utilizzi la nuova normativa per militarizzare il conflitto sociale.

I timori non sono infondati. Negli ultimi giorni l’esecutivo ha già ampliato le possibilità di intervento delle Forze Armate nei conflitti interni e diverse fonti giornalistiche riferiscono che il governo starebbe valutando misure straordinarie per sgomberare i blocchi stradali che paralizzano ampie zone del paese. Attualmente sono oltre cento i punti di blocco attivi tra i vari dipartimenti, con conseguenze pesanti sull’approvvigionamento di alimenti, medicinali e combustibili, soprattutto nelle aree urbane di La Paz ed El Alto.

La tensione sociale cresce parallelamente al deterioramento politico dell’esecutivo. Proprio mentre Paz promulgava la legge sugli stati di eccezione, il suo governo subiva una pesante emorragia interna. Tre ministri hanno infatti rimesso il proprio mandato nelle mani del presidente: il ministro della Difesa Marcelo Salinas, la ministra dell’Educazione Beatriz García e il ministro del Lavoro Edgar Morales. Dimissioni che arrivano dopo settimane di proteste, tentativi falliti di dialogo e continui rimpasti governativi.

L’immagine che emerge è quella di un governo sempre più isolato, incapace di costruire consenso attorno alle proprie politiche e sempre più tentato dalla strada dell’eccezione e dell’ordine pubblico. Nemmeno l’annuncio di una riduzione degli stipendi presidenziali e ministeriali è riuscito a fermare il malcontento. Le mobilitazioni si sono anzi estese, trasformandosi in una contestazione generale contro l’intera amministrazione.

La crisi ha ormai raggiunto anche le istituzioni. All’interno dell’Assemblea Legislativa Plurinazionale sette parlamentari del Partito Democratico Cristiano hanno iniziato uno sciopero della fame per chiedere l’apertura immediata di un tavolo negoziale e garanzie pubbliche che il governo non ricorra allo stato di emergenza. Una protesta insolita che evidenzia quanto sia profonda la preoccupazione per una possibile sospensione delle garanzie democratiche.

Contemporaneamente, un altro sciopero della fame è stato avviato presso gli uffici della Difensoria del Popolo. I partecipanti chiedono l’abrogazione delle norme che facilitano l’intervento militare nelle questioni di ordine interno e denunciano il rischio di un ritorno alle pratiche repressive che segnarono il governo di fatto di Jeanine Áñez. I nomi di Senkata, Sacaba e Huayllani tornano così al centro del dibattito pubblico come monito contro una possibile gestione militare del conflitto sociale.

Dietro la crisi politica si intravede una frattura più profonda. L’elezione di Rodrigo Paz, avvenuta appena sette mesi fa, aveva segnato la fine del lungo ciclo politico aperto dal Movimento al Socialismo e da Evo Morales. La nuova amministrazione aveva promesso stabilità economica, rilancio degli investimenti e superamento delle divisioni del passato. Oggi si trova invece ad affrontare una delle più gravi crisi sociali degli ultimi anni.

Le organizzazioni popolari denunciano che il governo stia cercando di scaricare sui settori popolari il costo della crisi economica attraverso tagli, liberalizzazioni e misure di austerità. Il governo replica parlando di necessità di ristabilire l’equilibrio dei conti pubblici e garantire il funzionamento dello Stato. Ma la distanza tra le due posizioni appare ogni giorno più ampia.

La Bolivia sembra così trovarsi davanti a un bivio. Da una parte la strada del dialogo e della mediazione politica, invocata da una parte crescente della società civile, da parlamentari e organizzazioni sociali. Dall’altra la tentazione di utilizzare strumenti straordinari e una crescente presenza militare per ristabilire l’ordine.

La promulgazione della Legge 1740, le dimissioni di pezzi importanti del governo e la prosecuzione delle mobilitazioni indicano che la crisi è tutt’altro che vicina a una soluzione. Al contrario, il rischio è che il ricorso allo stato di eccezione finisca per approfondire ulteriormente lo scontro sociale e politico, trasformando una crisi economica e istituzionale in una vera e propria crisi democratica.

A sette mesi dal suo insediamento, Rodrigo Paz si trova davanti alla prova più difficile della sua presidenza. E la Bolivia davanti a una domanda che attraversa tutta la sua storia recente: se il conflitto sociale debba essere affrontato attraverso il confronto democratico oppure attraverso la sospensione delle garanzie e l’espansione del potere coercitivo dello Stato.


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