Dalle case incendiate ai raid contro le famiglie migranti. Le violenze xenofobe nei quartieri lealisti di Belfast mostrano come la guerra contro i migranti sia diventata il nuovo terreno di mobilitazione dell’estrema destra europea.
Le immagini arrivate da Belfast nelle notti del 9 e 10 giugno riportano alla memoria alcune delle pagine più oscure della storia nordirlandese. Case incendiate, famiglie costrette a fuggire, negozi devastati, autobus dati alle fiamme, ronde di uomini incappucciati che cercano abitazioni abitate da persone straniere per colpirle e terrorizzarle. Non semplici disordini urbani, ma qualcosa di più vicino a un pogrom.
Il pretesto utilizzato dall’estrema destra unionista è stato il grave accoltellamento di un uomo scozzese di quarant’anni, Stephen Ogilvie, aggredito da un cittadino sudanese di trent’anni poi arrestato e accusato di tentato omicidio. Un fatto criminale gravissimo, che tuttavia è stato immediatamente trasformato in una campagna collettiva contro l’intera popolazione migrante. Nel giro di poche ore sui social network hanno iniziato a circolare slogan come “Enough is Enough”, accompagnati da appelli a scendere in strada per «cacciare gli stranieri».
La sera successiva centinaia di persone hanno risposto alla chiamata. Nei quartieri a maggioranza unionista e lealista della città si sono formati gruppi che hanno attaccato abitazioni, negozi e strutture riconducibili a persone migranti. Diverse case sono state incendiate. In alcuni casi intere famiglie, compresi bambini piccoli, sono state evacuate pochi istanti prima che le fiamme avvolgessero gli edifici. Un supermercato gestito da immigrati è stato saccheggiato e dato alle fiamme. Gli episodi di violenza si sono rapidamente estesi anche ad altre città dell’Irlanda del Nord.
Ciò che colpisce è la geografia politica della rivolta. Le violenze si sono concentrate nelle storiche roccaforti del lealismo protestante. Nei quartieri nazionalisti e repubblicani, invece, non si sono registrati episodi analoghi. Anzi, organizzazioni e attivisti legati alla tradizione repubblicana hanno espresso solidarietà alle vittime degli attacchi e disponibilità a difendere le famiglie minacciate.
Non è un dettaglio secondario. Per decenni l’Irlanda del Nord è stata raccontata attraverso la contrapposizione tra unionisti e nazionalisti, tra protestanti e cattolici, tra lealisti e repubblicani. Oggi quella frattura continua a esistere, ma si intreccia con una nuova linea di conflitto: quella costruita attorno alla questione migratoria.
La destra radicale ha trovato nel migrante il nuovo nemico interno. Un nemico utile per incanalare rabbia sociale, impoverimento e insicurezza verso il basso anziché verso l’alto. È una dinamica che non riguarda soltanto Belfast. La ritroviamo nelle rivolte anti-migranti di Dublino, nelle campagne della destra britannica, nell’ascesa dell’AfD in Germania, nelle politiche di deportazione e remigrazione promosse da una parte crescente dell’estrema destra europea.
In Irlanda del Nord questa propaganda trova però un terreno particolarmente fertile. Qui l’odio contro i migranti si innesta su strutture organizzative che affondano le proprie radici nel conflitto nordirlandese. Ex militanti e simpatizzanti delle storiche organizzazioni lealiste come UDA e UVF continuano a esercitare influenza in alcuni quartieri popolari. È dentro questo humus che la xenofobia contemporanea si salda con vecchie culture settarie e paramilitari, aumentando la capacità organizzativa e la violenza degli attacchi.
Ma sarebbe un errore interpretare quanto accaduto esclusivamente come un problema irlandese. Belfast rappresenta uno specchio dell’Europa contemporanea.
Da anni le classi dirigenti europee utilizzano il tema delle migrazioni come asse centrale della propria agenda politica. Frontiere militarizzate, respingimenti, deportazioni, centri di detenzione, criminalizzazione della solidarietà, stato di emergenza permanente. Il migrante viene trasformato in problema pubblico e in minaccia esistenziale. La destra radicale radicalizza questo discorso, ma non lo inventa. Lo eredita e lo porta alle estreme conseguenze.
Il risultato è una guerra tra poveri che maschera le vere responsabilità della crisi sociale. Invece di discutere di salari bassi, precarietà, smantellamento del welfare, privatizzazioni e disuguaglianze crescenti, il dibattito pubblico viene spostato contro gli ultimi. Così il migrante diventa il bersaglio di una rabbia che dovrebbe rivolgersi altrove.
Le immagini delle famiglie costrette a fuggire dalle proprie case in fiamme ricordano che il razzismo non nasce spontaneamente. È il prodotto di una costruzione politica, culturale e mediatica. Quando per anni si racconta che i migranti sono un problema, che rappresentano un pericolo, che costituiscono una minaccia per l’identità nazionale, prima o poi qualcuno decide di passare dalle parole ai fatti.
Per questo Belfast non è una parentesi. È un segnale d’allarme.
Gaza, il Libano, l’Ucraina e l’Iran rappresentano i fronti esterni di una crisi globale segnata da guerra, militarizzazione e competizione geopolitica. Belfast mostra invece il fronte interno: quello in cui la gestione autoritaria della crisi assume la forma della caccia al migrante, del pogrom e della divisione sociale.
Pensare che basti una condanna morale della violenza non sarà sufficiente. La sfida è politica e sociale. Significa costruire solidarietà tra lavoratori, migranti e settori popolari; rompere la guerra tra poveri; ricostruire forme di organizzazione collettiva capaci di contrastare la propaganda dell’odio.
Perché quando le case bruciano a Belfast non sta bruciando soltanto una città. Sta bruciando un pezzo dell’Europa che abbiamo davanti.
Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.
Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000
News, aggiornamenti e approfondimenti
sul canale telegram e canale WhatsApp


