Alla vigilia della Diada, 2.500 antifascisti hanno cercato di impedire ad Aliança Catalana di occupare simbolicamente il Fossar de les Moreres. La polizia catalana ha protetto l’accesso dell’estrema destra e caricato la contromanifestazione: tre arresti e sei indagati. Aggredito anche il fotogiornalista Jordi Borràs.
Il Fossar de les Moreres non è una piazza qualsiasi di Barcellona. È uno dei luoghi simbolici della memoria catalana, lo spazio dedicato ai combattenti morti durante l’assedio della città del 1714 e, proprio per questo, uno dei punti nei quali ogni anno si concentrano le iniziative politiche alla vigilia della Diada dell’11 settembre. È qui che nel pomeriggio di giovedì 10 settembre Aliança Catalana, la formazione dell’estrema destra indipendentista guidata da Sílvia Orriols, aveva deciso di tenere la propria iniziativa. Ed è qui che migliaia di antifascisti hanno provato a impedirle di appropriarsi di uno dei luoghi più carichi di significato della storia politica catalana.
La sproporzione numerica tra le due mobilitazioni aiuta a capire ciò che è accaduto. Secondo le stime della Guardia Urbana riportate dai media catalani, circa 500 persone hanno partecipato all’iniziativa di Aliança Catalana, mentre intorno al Fossar si sono raccolti circa 2.500 manifestanti della sinistra indipendentista e antifascista. La mobilitazione era stata promossa, tra gli altri, da Arran, Endavant, Alerta Solidària, Sindicat d’Estudiants dels Països Catalans e Coordinadora Obrera Sindical, con la partecipazione di numerose realtà sociali e politiche. Lo slogan scelto sintetizzava bene il terreno dello scontro: «Unitat antifeixista per una terra de tothom», unità antifascista per una terra di tutti.
Non si trattava semplicemente di contestare un comizio. I promotori avevano dichiarato esplicitamente di voler impedire che Aliança Catalana occupasse politicamente il Fossar e trasformasse la memoria del 1714 in uno scenario per la propria idea etnica della nazione catalana. «Non regaleremo l’indipendentismo a chi diffonde razzismo e odio», avevano spiegato i convocanti. Aliança Catalana aveva inoltre anticipato il proprio appuntamento rispetto agli orari degli anni precedenti, una decisione interpretata dagli antifascisti come il tentativo di anticipare la mobilitazione di protesta.
Prima ancora dell’inizio della manifestazione, però, i Mossos d’Esquadra avevano già perimetrato il Fossar e chiuso diversi accessi. La scelta operativa è stata molto concreta: consentire l’ingresso ai partecipanti all’iniziativa di Aliança Catalana e impedire alla manifestazione antifascista di raggiungere la piazza. Sílvia Orriols è arrivata scortata dagli agenti della BRIMO, il reparto antisommossa della polizia catalana, mentre i partecipanti all’atto dell’estrema destra potevano accedere attraverso il varco controllato dalla polizia davanti a Santa Maria del Mar.
La motivazione formale fornita dalle autorità è che Aliança Catalana aveva notificato la propria iniziativa, mentre la mobilitazione della sinistra indipendentista non era stata comunicata nelle forme previste. Per questo i Mossos hanno attribuito priorità alla prima convocazione. È un elemento che va riportato, ma che non cancella il risultato politico e materiale del dispositivo: un luogo simbolico dell’indipendentismo catalano è stato reso accessibile all’estrema destra attraverso un cordone di polizia, mentre migliaia di antifascisti venivano tenuti fuori.
Quando una parte dei manifestanti ha tentato di superare il cordone per raggiungere il Fossar, sono iniziate le cariche. Le immagini diffuse da RTVE, 3Cat, VilaWeb e altri media mostrano gli agenti antisommossa usare i manganelli contro la testa del corteo e respingere ripetutamente gli antifascisti. Gli episodi si sono ripetuti diverse volte nel corso del pomeriggio. Alcuni manifestanti sono riusciti comunque a penetrare nell’area e durante il discorso di Orriols è stata lanciata della vernice verso i partecipanti all’iniziativa dell’estrema destra. Il bilancio finale riportato da 3Cat è di tre persone arrestate e altre sei indagate per disordini pubblici.
Dentro il Fossar, nel frattempo, Orriols ha potuto pronunciare il proprio discorso. La leader di Aliança Catalana ha rivendicato una «Catalogna catalana», ha parlato della proprietà dei catalani sulla «nostra terra» e ha presentato il proprio partito come lo strumento necessario a salvare il paese. Un linguaggio nel quale indipendentismo, nativismo e costruzione dello straniero come minaccia vengono saldati dentro una concezione etnica dell’appartenenza nazionale. Persino El País ha descritto il suo intervento come caratterizzato da contenuti «etnico-suprematisti».
È precisamente su questo terreno che lo scontro dentro l’indipendentismo catalano assume un significato che va molto oltre gli incidenti del 10 settembre. Da una parte c’è il tentativo dell’estrema destra di impadronirsi dei simboli, della memoria e perfino del lessico dell’indipendentismo per sostituire alla tradizione di una Catalogna popolare e meticcia un’identità costruita sull’esclusione. Dall’altra c’è una parte consistente dell’indipendentismo sociale e di sinistra che considera questa operazione incompatibile con la propria storia e rivendica una Catalogna nella quale «nativa o straniera, è la stessa classe operaia», uno degli slogan risuonati durante la manifestazione. La cronaca di Directa parla di migliaia di persone raccolte intorno al Fossar e documenta slogan come «Països Catalans, terra de tothom».
In questo quadro assume un significato particolare anche quanto accaduto al fotogiornalista Jordi Borràs, da anni impegnato nella documentazione dell’estrema destra catalana. Borràs, che stava lavorando per l’Agència Catalana de Notícies, ha denunciato che durante le tensioni un agente antisommossa lo avrebbe affrontato facendolo cadere all’indietro. Secondo il suo racconto, mentre si trovava a terra sarebbe stato successivamente colpito da un gruppo di ultras. L’episodio è stato riportato da 3Cat ed è entrato il giorno successivo anche nel dibattito politico sulla gestione della piazza.
Il giorno della Diada, la polemica non si è infatti chiusa. Jéssica Albiach dei Comuns ha contestato apertamente la gestione dell’ordine pubblico, sostenendo che lo Stato di diritto dovrebbe servire a garantire i diritti e fermare l’estrema destra, non chi si mobilita contro di essa. Anche la CUP ha attaccato il dispositivo dei Mossos: la sua portavoce Su Moreno ha parlato di «connivenza» e accusato il governo catalano di avere sostanzialmente steso un tappeto rosso alle iniziative di Aliança Catalana.
La questione, dunque, non può essere liquidata con la formula rassicurante degli «scontri tra antifascisti ed estrema destra». Quella formula mette sullo stesso piano due mobilitazioni politicamente opposte e soprattutto cancella un dato essenziale della giornata: non sono stati due schieramenti lasciati a fronteggiarsi. Nel mezzo c’era un dispositivo statale che ha deciso chi potesse raggiungere il Fossar e chi dovesse esserne tenuto lontano, chi potesse svolgere il proprio atto e contro chi utilizzare i reparti antisommossa.
La giustificazione amministrativa esiste ed è nota: una manifestazione era stata formalmente notificata e l’altra no. Ma la neutralità burocratica non rende neutri gli effetti delle decisioni di ordine pubblico. Alla vigilia della festa nazionale catalana, mentre migliaia di persone cercavano di impedire all’estrema destra di appropriarsi di uno dei luoghi della memoria dell’indipendentismo, il Fossar è stato blindato affinché poche centinaia di militanti di Aliança Catalana potessero entrarvi e ascoltare Sílvia Orriols parlare di una «Catalogna catalana».
È questa l’immagine politica che rimane del 10 settembre: l’estrema destra dentro il Fossar sotto protezione, gli antifascisti fuori, separati dai manganelli della BRIMO. Non perché i Mossos abbiano necessariamente condiviso il progetto politico di Aliança Catalana, ma perché una determinata gestione dell’ordine pubblico ha prodotto esattamente quella scena. E quando l’estrema destra cresce in tutta Europa, stabilire chi viene considerato un problema di ordine pubblico e chi invece un soggetto il cui diritto di occupare lo spazio deve essere protetto non è mai una questione esclusivamente tecnica.
La vicenda di Barcellona parla perciò anche oltre la Catalogna. La normalizzazione dell’estrema destra non passa soltanto attraverso le urne o gli studi televisivi. Passa anche attraverso la possibilità di conquistare spazi, simboli e legittimità pubblica, mentre l’antifascismo viene progressivamente ricondotto alla categoria del problema di sicurezza. Al Fossar de les Moreres questa contraddizione è diventata visibile nella sua forma più materiale: da una parte un movimento antifascista numericamente maggioritario che rivendicava una terra di tutti, dall’altra un’estrema destra che proclamava una Catalogna definita dall’appartenenza etnica. Tra i due, il cordone e i manganelli della polizia.
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