di Vincenzo Scalia*
Spostando il sociale sul penale, si rischia di creare una crime academy. Come la crescente traslazione del disagio giovanile dal terreno sociale a quello penale rischia di produrre nuove forme di devianza invece di contrastarle
Da oltre un lustro, la scena pubblica italiana, pullula di baby gangs: giovani violenti, criminali, minaccerebbero la quiete e l’ordine della società italiana. Una parabola iniziata durante la pandemia, con la serie TV Mare Fuori a raccontare una realtà del tutto inesistente in merito alla criminalità minorile e della giustizia penale che si occupa della fascia d’età compresa tra i 14 e i 18 anni. Una rappresentazione che attingeva a piene mani da una paura, quella del Covid, che privava di un’altra paura, ovvero quella di tipo securitario, dal momento che si era costretti a rimanere a casa. I giovani, finalmente sotto gli occhi degli adulti 24 ore su 24, sono diventati di colpo visibili con le loro fragilità, le loro contraddizioni, le loro incertezze, le dipendenze dal mondo virtuale.
Passata la pandemia, i mass media hanno cominciato a pompare sulle baby gangs, Dagli atti di vandalismo, i riflettori si sono spostati sugli scontri e gli atti di violenza che coinvolgono i giovani compresi nella fascia di età tra i 14 e i 18 anni, indicati come membri di baby gangs. Una coppia terminologica che evoca timori reconditi, dal momento che all’appartenenza a un gruppo visto come il nucleo di un’organizzazione criminale si affianca la precocità, accendendo l’allarme rosso su di una pericolosità percepita come una perversione. Per questo motivo, la parabola, ha raggiunto il suo culmine ascendente nel settembre 2023, col varo del cosiddetto “decreto Caivano”, che abolisce la messa alla prova per i reati più gravi (proprio per i casi per cui era stata pensata), introduce il DASPO e l’ammonimento per i minori dai 12 anni in poi, stabilendo una predizione di carriera criminale.
Di seguito si proverà a ragionare su alcuni aspetti della questione minorile. Senza volere negare l’esistenza di devianza e criminalità tra i minori, si proverà a decostruire alcuni luoghi comuni: la definizione di baby gangs, la questione criminale, il ruolo della sfera virtuale, le politiche penali.
Quanto al primo aspetto, si ritiene necessario sgomberare il campo da equivoci, anche a rischio di apparire drastici. Le baby gangs non esistono, e vi sono ragioni fondate per sostenerlo. Innanzitutto, dal momento che si tratta di giovani, stiamo parlando della fascia d’età compresa tra i 14 e i 18 anni, quindi non si tratta di baby, semmai di teenager gangs. Il problema, però, è che non esistono nemmeno queste ultime, e non è nemmeno difficile dimostrarlo. Il termine gang venne reso celebre dal sociologo statunitense Frederick Thrasher, il quale, nel 1927, realizzò uno studio poderoso, che meriterebbe essere letto, per analizzare i gruppi di criminalità giovanile presenti a Chicago. L’autore suddivideva i gruppi adottando due criteri distinti: il primo, l’articolazione territoriale della loro presenza, il secondo, quello della loro appartenenza etnica. I quartieri erano quelli operai, mentre l’appartenenza etnica riguardava quasi sempre italiani, irlandesi, polacchi ed ebrei. Il presidio del territorio, la comune etnia, si sommavano ad analoghi stili di vita e identitari. Quindi, se vogliamo usare le categorie di Thrasher, le baby gangs non esistono. I territori sono quelli delle periferie urbane, ma non c’è un’organizzazione, un nome, un modo comune di vestirsi, se non quello analogo ad altri giovani, come già ci aveva spiegato Pasolini quando parlava di omologazione. Esistono gruppi fluidi, composti da italiani e migranti, o figli di migranti. Che si trovano per scopi precipui e specifici. Sotto questo aspetto, tutti, durante l’adolescenza, siamo stati membri di una baby gangs. Se poi qualcuno vuole dare sfogo al suo complottismo parlando delle baby gangs come anticamera della criminalità, si accomodi pure. A patto che lo faccia come esercizio letterario, e non sociologico o politico.
Quanto alla violenza e alla criminalità, ci troviamo di fronte ad un fenomeno complesso, multiforme. Emilio Quadrelli parlava di nuovi barbari: giovani che non sono né adolescenti né adulti, che vivono contesti caratterizzati dall’alternanza scuola/lavoro, dalla precarietà, dall’assunzione di responsabilità adulte all’interno della famiglia, caratterizzati da uno status ibrido, dal momento che alcuni di loro, pur nati e cresciuti in Italia, per colpa di una legge barbara, fuori dal tempo, non possono accedere alla cittadinanza. Inoltre, appartengono a un gruppo sociale marginale, dal momento che l’Italia è un paese in cui gli over 65 sono di più degli under 14, anche perché i bambini e i giovani di queste fasce d’età, spesso, in quanto stranieri, non vengono contabilizzati nelle statistiche.
Si comprende perciò come il panico morale sia una risultante del securitarismo che affligge una popolazione sempre più anziana e preoccupata di difendere quel poco che ha conquistato, frequentemente in pericolo, presso la quale l’autodifesa e la sopravvivenza individuale diventa più importante dell’integrare fasce di popolazione. Soprattutto, non si comprende perché i giovani, in quanto parte di questa società liquida, precaria, che antepone la proprietà alla sacralità dell’esistenza, debbano essere meno violenti e più socievoli. Assistiamo all’imprenditrice che investe il ladro che voleva rubarle la borsetta e passa sopra il cadavere col proprio SUV, all’ex assessore che spara a sangue freddo a un senzatetto in pubblico. Puntare il dito sui giovani, ancorché ipocrita, è assolutamente fuori luogo.
L’aspetto virtuale, all’interno di queste dinamiche, assume un ruolo sempre più centrale. La percezione della realtà viene filtrata in misura crescente dall’industria mediatica, apparire e comunicare attraverso i media diventa centrale nelle dinamiche relazionali. Una tendenza contorta, da cui i giovani non sono certo immuni. Si pensi a quei ragazzi che hanno bloccato un tram, a Firenze, per il solo scopo di postare un video. O degli stupri filmati e condivisi sui social. Ma anche in questo caso non ci troviamo di fronte ad una specificità giovanile. Siamo nel paese dove l’unità nazionale l’ha fatta la televisione, dove le nonne vanno a fare le veline in TV, e gli arresti vengono trasmessi in diretta nei programmi strappalacrime. Anche in questo caso, vale la domanda di cui sopra: perché i giovani dovrebbero essere diversi? Anzi, la loro fluidità e indefinitezza, li rende maggiormente esposti al quarto d’ora di celebrità warholiano trasposto sui social.Last but not least, bisogna ripensare a 360 gradi la questione penale, in particolare nella misura in cui si ritiene, come fanno alcuni colleghi, che le misure repressive rappresentino la soluzione alla questione minorile. Qui la decostruzione, a fare un parallelo con gli adulti, riesce perfino troppo facile. Da oltre trent’anni si è scelto di governare le contraddizioni sociali a mezzo della penalità. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: lo sfruttamento, la precarietà, la marginalità, sono aumentati a dismsura. Il carcere si connota sempre più come una discarica sociale che attinge a questo bacino di sofferenza, con le conseguenze del sovraffollamento e dei suicidi. Gli IPM (carceri minorili), dal decreto Caivano in poi, hanno aumentato la loro utenza del 60%, registrando un aumento di rivolte, di violenze, di autolesionismi, ma senza risolvere in alcun modo il problema. Anzi, spostando il sociale sul penale, si rischia di creare una crime academy che segna il percorso esistenziale dei giovani precocemente immessi nel circuito penale, a discapito degli interventi nel sociale. Cittadinanza, scuole, integrazione culturale, ricostruzione dei tessuti aggregativi urbani, unità di strada, riduzione del danno. Queste sono le ricette da attuare. Soprattutto perché le altre hanno fallito. E sarebbe ora di ammetterlo. Invece di giocare sulla pelle dei giovani, che sono, che piaccia o no, il nostro futuro.
*da thedotcultura
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