Sondaggi sui docenti “di sinistra” e copertura politica: così si normalizza l’intimidazione
Non è stata una goliardata, né un’iniziativa isolata. La schedatura dei professori “di sinistra” lanciata nelle scuole attraverso un questionario promosso da Azione Studentesca è oggi apertamente rivendicata da Fratelli d’Italia. Dopo giorni di silenzio, è arrivata la difesa ufficiale del partito della presidente del Consiglio per voce del responsabile organizzativo Giovanni Donzelli: nessun errore, nessuna intimidazione, nessuna ragione per prendere le distanze. Anzi.
Secondo Donzelli, l’iniziativa non solo è legittima, ma rappresenta una risposta a una presunta «violenta censura» esercitata dalla sinistra nelle scuole. Il ribaltamento è completo: non chi schedula intimorisce, ma chi denuncia la schedatura sarebbe colpevole di voler «tappare la bocca» ai giovani militanti della destra. I “ragazzini”, come li definisce lo stesso Donzelli, vengono così incoraggiati a proseguire, rivendicando il diritto degli studenti a protestare contro docenti ritenuti “faziosi”.
Il punto politico, però, è un altro. Quel diritto viene riconosciuto solo in una direzione. Non agli studenti dei collettivi, non ai movimenti propalestinesi, non a chi contesta le politiche del governo. A loro, negli ultimi anni, sono state riservate denunce, interventi disciplinari, campagne mediatiche e richiami all’ordine pubblico. La libertà di protesta, nel racconto della maggioranza, sembra valere solo quando colpisce avversari ideologici.
Che Fratelli d’Italia fosse al corrente dell’iniziativa è fuori discussione. La campagna “La scuola è nostra”, che ha al centro il sondaggio sui professori che «fanno propaganda», è stata presentata pubblicamente alla festa nazionale del partito, Atreju. Sul palco, accanto ai dirigenti di Azione Studentesca, sedevano il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, la sottosegretaria Paola Frassinetti e altri esponenti dell’area culturale della destra. Il momento simbolicamente più chiaro è stato l’esposizione dello striscione della campagna, sorretto sul palco anche da una rappresentante del governo. Nessuna presa di distanza, nessuna cautela istituzionale.
Frassinetti, figura storica della militanza neofascista e post-missina, ha difeso l’iniziativa parlando di un «sondaggio anonimo», paragonandolo ad altre campagne studentesche. Un paragone che non regge. Qui non si denuncia un fenomeno generale, ma si costruisce un dispositivo di controllo politico: si chiede agli studenti se abbiano professori “di sinistra” che fanno propaganda. Non serve indicare il nome per evocare il meccanismo della lista, della segnalazione, del sospetto permanente.
Il precedente fiorentino del 2023, quando militanti di Azione Studentesca aggredirono studenti del liceo Michelangiolo, pesa come un macigno. Allora le reazioni istituzionali furono lente e timide, mentre il governo scelse di colpire la preside che aveva osato ricordare l’origine violenta del fascismo. Uno schema che oggi si ripete: tolleranza, se non copertura, verso le iniziative della destra radicale; severità verso chi prova a contrastarle.
Il silenzio del ministro Valditara sulla schedatura dei docenti è assordante. Le opposizioni chiedono da giorni un intervento, ma finora a parlare è stata solo la sottosegretaria, minimizzando. Intanto sindacati e insegnanti hanno reagito con ironia amara, lanciando campagne di “autodenuncia” collettiva: “Schedateci tutti”. Una risposta che mette a nudo l’assurdità — e la pericolosità — dell’operazione.
Azione Studentesca non è una realtà marginale. È l’ultima filiazione di una lunga storia di organizzazioni studentesche dell’estrema destra, oggi perfettamente integrate nell’ecosistema politico di Fratelli d’Italia. Agisce dove il partito di governo non può esporsi direttamente, portando avanti una battaglia identitaria che il livello istituzionale preferisce mascherare dietro parole come “merito” e “neutralità”.
La questione non è la faziosità, reale o presunta, dei docenti. La questione è il metodo. Schedare, segnalare, sorvegliare il pensiero critico nelle scuole significa introdurre un principio incompatibile con una democrazia liberale. Quando un partito di governo legittima questo meccanismo, il problema non è più studentesco: è politico, culturale, istituzionale.
E riguarda tutti. Perché ogni volta che l’intimidazione viene normalizzata, il confine tra dissenso e colpa si fa più sottile. E a rimetterci, alla fine, non è una parte politica, ma la libertà stessa dell’istruzione.
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