I ricordi di chi, in questi anni, ha conosciuto e amato Awdah Hathaleen, giovane attivista palestinese di Umm al-Kheir, ucciso lunedì da un colono israeliano
Awdah Hathaleen aveva appena 31 anni, tutti trascorsi sotto occupazione militare, in quel pezzo di terra che è Masafer Yatta, il sud della Cisgiordania occupata. Aveva tre figli e viveva ad Umm al-Kheir, una delle comunità palestinesi più prese di mira da coloni ed esercito israeliano. Lunedì, il colono Yinon Levy, già sanzionato da diversi paesi, ha invaso il villaggio con altri sodali armati e ha aperto il fuoco contro i suoi abitanti. Ha ucciso Awdah a sangue freddo. Levi è tornato già libero, mentre il corpo di Hathaleen resta prigioniero: non è mai stato riconsegnato alla famiglia.
A seguire pubblichiamo i ricordi di chi, in Italia, ha conosciuto Awdah, attivista fin da ragazzino, impegnato nella resistenza non violenta della sua comunità.
È dall’inverno del 1999 che vado a Masafer Yatta. È stata B’Tselem, organizzazione per i diritti umani israeliana, a farmi scoprire l’esistenza dei pastori e dei villaggi che compongono l’area. Dal 1980, Ariel Sharon, allora ministro dell’agricoltura, aveva dichiarato quelle zone aree di addestramento militare, «zone di tiro 918», che nei fatti servivano per costruire colonie e appropriarsi delle terre. Circa 700 palestinesi vennero espulsi dall’area, caricati sui camion e demolite le case.
B’Tselem fece una petizione alla corte suprema israeliana che decise per il ritorno dei pastori ai loro villaggi. Insieme a B’Tselem, ho iniziato a contribuire alla distribuzione di macchine fotografiche per documentare fin da allora le azioni dei coloni e dei soldati.
Nel 1999, Sami Huraini, parte della nuova generazione di leader di Youth of Sumud di At-Tuwani, aveva credo all’incirca due anni, e lo ricordo mentre si aggrappava alle gambe di suo padre; Basil Adra, uno dei registi di No Other Land aveva tre anni e Nidal Younis, il sindaco di Masafer Yatta che abbiamo recentemente ospitato in Italia, era un giovane di 23 anni. In tutti questi anni ho visto morire e crescere nuove generazioni. Ho assistito ai sacrifici, alla determinazione e all’amore per la terra passare da generazione a generazione.
Fatima di At-Tuwani è stata un esempio straordinario che ha insegnato ai figli, ai nipoti, che la loro resistenza era non farsi cacciare da quella terra, e amarla. Lei ci ha lasciati ma le nuove generazioni resistono, malgrado vengano arrestati, feriti, uccisi, come pochi giorni fa Awdah Hathaleen di Umm al-Kheir, timido ma determinato leader della resistenza popolare. Ucciso da un colono con un colpo di pistola, la repressione da parte di polizia ed esercito è scattata contro i palestinesi. 13 abitanti di Umm al-Kheir sono ancora in stato di arresto, così come Ali Awad di Tuba, arrestato con incursione nella sua casa la scorsa notte, mentre il colono fanatico messianico e criminale è agli arresti domiciliari e fra pochi giorni, come accade sempre, verrà liberato.
Quando ho conosciuto Awdah o Odeh, come lo chiamano a Masafer Yatta, era giovanissimo, era la Seconda Intifada palestinese e ad At-Tuwani manifestavamo e onoravamo quattro internazionali che avevano pagato con la vita la loro solidarietà con la Palestina: Angelo Frammartino e Vittorio Arrigoni, italiani uccisi da palestinesi, Thomas Hurndall, inglese, e Rachel Corrie, statunitense, uccisi da soldati israeliani a Gaza.
Quando ho incontrato Awdah lo scorso febbraio, malgrado la durezza della situazione continuava ad amare quella terra e a difenderla. Continueremo anche noi, non so se ce la faremo, vista la complicità con genocidio, pulizia etnica e colonizzazione israeliana dei nostri governi come di quelli dei paesi arabi, ma so che val la pena continuare a lottare per la libertà e autodeterminazione del popolo palestinese, e per la nostra dignità. Dal fiume al mare, tutti e tutte liberi e uguali.
Luisa Morgantini AssoPacePalestina
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La prima casa sotto ordine di demolizione militare in cui ho dormito è stata quella di Awdahh Hathaleen. Era il 2018. Sono arrivata nel villaggio di Um al‑Kheir grazie ad alcuni attivisti di Jewish Voice for Peace e All That’s Left. Avevo poco più di venti anni, e un ossessivo e sfrontato bisogno di vedere e capire. In questi sette anni ho trascorso miriadi di notti in quella casa, coricata su vecchi materassi, tra fragili pareti di cartongesso, esposta al caldo torrido di estate e al freddo pungente di inverno. Impossibile ricordarle tutte, quelle notti; per lo più insonni, infuse di una sensazione permanente tra terrore e gioia, e di nuovo gioia e terrore.
Le nostre risate ancora rimbombano nella mia mente. Così come l’odore del tè bollente, l’aroma del caffè speziato, la melodia della preghiera notturna musulmana che ogni volta mi ricorda i canti esiliati della mia famiglia, ebrei profughi scampati dalla Libia. In questi sette anni ho visto bulldozer demolire scuole, sradicare ulivi millenari, radere al suolo campi agricoli e sorgenti d’acqua, divellere strade.
Spesso le ho protette con il mio corpo. Spesso Awdah, con il suo corpo, ha protetto il mio. In questi sette anni ci siamo stretti nel pianto, assaporato attimi di gioia perfetta, creduto di toccare assieme il mare di Yafa e le colline di Gerusalemme, intrecciato promesse che poi abbiamo infranto; ma soprattutto, abbiamo coltivato la capacità di non odiare, piuttosto di immaginare un futuro in libertà, dignità, eguaglianza e giustizia.
«Non abbiamo nessun’altra terra», era solito ripetermi Awdah; lo faceva con voce soffusa, ma i suoi occhi nocciola erano rumore, chiasso, frastuono; raramente li distoglieva dai miei, e mai per errore. Di No Other Land, Awdah è stato cuore e testa, anima e corpo, parte attiva e integrante. Ma un premio Oscar non è bastato per fermare l’orrore. L’oppressione non si arresta.
Di questo, e di altro, si tormentava Awdah, durante il mio ultimo soggiorno in Palestina, mentre sedevamo fra le macerie di una casa fresca di demolizione, con il sole arido che ci batteva sul viso. Il mio rapporto con Awdah è stato pieno. È stato lotta, fiducia, fratellanza, ma anche bufera e tempesta. Awdah, era conosciuto per il suo carattere permaloso, era capace di non parlarmi per giorni per non essere rimasta la notte, per non essere stata lì abbastanza, per non aver goduto adeguatamente della sua ospitalità o per non riuscire a sopportare i quintali di zucchero nel tè che preparava.
Awdah, era conosciuto per il suo amore passionario per il calcio e i bambini, per la sua umanità radicale e dialogante, per la sua speranza infaticabile, a tratti esasperante, per alcuni certamente impossibile da comprendere, ma non per me. In questi sette anni, l’unica cosa che le ruspe non sono riuscite a spazzare via è stata la speranza che il mio amico Awdah Hathaleen ha incarnato con la sua stessa esistenza. O meglio, incarna, coniugato al tempo presente, un’ultima volta. Perché io posso ancora sentire la sua voce.
In questi sette anni, ogni giorno ho tentato di tenere saldo quel filo sottile di speranza, senza il quale una qualsiasi società non potrebbe mai darsi. Oggi è come se le pareti interiori del mio corpo fossero state raschiate di ogni residuo. Il mio amico Awdah è stato ucciso, a sangue freddo, da tre pallottole, nello stesso punto in cui, nel 2019, si è unito in matrimonio; nello stesso punto in cui quel giorno di fine agosto, abbiamo danzato fino alle prime luci dell’alba.
Awdah, il mio, il nostro amico Awdah, se n’è andato, lasciando la moglie, tre figli e una comunità immensa con un vuoto incolmabile nel cuore. Che forma ha la giustizia quando la riparazione è impossibile?
Micol Meghnagi
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Amore per la terra. Coraggio della lotta. Capacità di sognare. Awdah non è mai stato disposto a retrocedere di un centimetro. A perdere la lamiera di una casa, un filo di un recinto per le pecore, un ulivo. Da padre, attivista, insegnante e leader della sua comunità non ha mai permesso che l’occupazione spezzasse il suo amore per la vita. Ci aggiornava quotidianamente sulle angherie e le ingiustizie che subiva la sua famiglia di Umm al-Khair. Chiedeva sostegno, chiedeva di essere visto.
Praticava la non violenza come strategia per combattere l’occupazione sionista. Lo hanno ammazzato perché sceglieva di rimanere. Ciao Awdah, il tuo ricordo ci tormenterà perché abbiamo fatto troppo poco. Come singoli e come comunità umana.
Mosé Vernetti
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Di tutti i ricordi che serberò di Awdah, quello che rimarrà per sempre indelebile sarà la sua voce, come la voce di Masafer Yatta. La sua è stata la prima voce, la prima testimonianza che abbia mai sentito e ascoltato di Masafer Yatta, la prima volta che ho fatto visita nell’area, a Umm al-Khair, per l’appunto. “Listen up!” aveva tuonato nel mezzo del vociare degli altri futuri attivisti e visitatori, per lo più ebrei di ogni provenienza, che, come me, si erano recati lì per sentire in prima persona quelle voci.
Era impossibile non ascoltare la sua voce: decisa e determinata, assertiva e propositiva. Gioiosa o rabbiosa, ma sempre energica e di grande ispirazione. Era impossibile non esserne rapiti e non diventarle amica. Era impossibile non sentirsi spinti a seguirla, a darle seguito coi fatti. Awdah, per alzare al meglio la sua voce guida, aveva studiato l’inglese, ma la sua era una vocazione un po’ innata, un po’ cresciuta sulle orme dello zio, anche lui strappato in maniera violenta dall’occupazione, mentre si opponeva pacificamente all’ingiustizia, difendendo il suo popolo, la sua famiglia, il suo villaggio, lottando per liberare la Palestina.
Ecco, Awdah è stato una guida inestimabile e un esempio intramontabile. Un leader nella resistenza non violenta, nella lotta per la liberazione della Palestina, in Cisgiordania, a Masafer Yatta. Per questo era un riferimento per tanti di noi, e molti di noi hanno avuto l’onore di essere da lui chiamati amici. Sono sempre stata in posti diversi in Palestina, ma Umm al-Khair era sempre il luogo a cui facevo ritorno, e Awdah il primo a cui davo il mio saluto. La dimora le cui porte erano sempre aperte, per chiunque.
Gli avevo promesso di ricambiare, e lui mi scriveva sempre entusiasta ogni volta che gli garantivano un lasciapassare per visitare l’Italia, nelle sue instancabili campagne di sensibilizzazione e advocacy. Gli avevo promesso di mostrargli Venezia, e fargli fare un giro in barca. Scherzavamo sempre su quanta poca acqua avessero loro, e quanta troppa ne avessi io in laguna: dovremmo fare scambio, dicevamo. Ogni volta che facevo visita e mi ospitava, era come tornare a casa. Sedevamo attorno alla cena con la naturalezza e la familiarità di chi ha condiviso innumerevoli cene insieme e infinite ne condividerà. Non importava se erano giornate impegnative, giornate di lavoro intenso, o giornate in cui, fortunatamente, non succedeva nulla: stare insieme era l’unica cosa che avesse significato fare, di fronte all’impotenza percepita davanti alla violenza dell’occupazione.
Nei pasti che preparavamo e consumavamo assieme, nei lavori al villaggio e nelle infinite chiacchierate, sembrava per un attimo che la Palestina fosse libera. Awdah nutriva questa impressione. Aveva un magnetismo, una capacità di coinvolgere che pochi pareggiano, tra i giovani che praticano sumud nelle colline a sud di Hebron. In molti intravedi un’ombra di rassegnazione; in lui, la fiamma non si spegneva mai. Che fosse rabbia o gioia, era instancabile.
Cercavo sempre di lasciare un contributo per il villaggio e questo, spesso, non importa quanto insistessi per il contrario, veniva usato per fare un giro a Yatta a comprare dolci, che poi condividevamo. Di Awdah ricorderò sempre anche suo figlio Watan: la straordinaria perspicacia, sagacia, e un’intelligenza estremamente precoce, spiegabile proprio per la vicinanza stimolante e inesauribile del padre e della madre.
Umm Watan, la madre di Watan, amata compagna di Awdah. È a lei che penso intensamente ogni giorno da quando ho saputo della sua uccisione. Lei, che come diceva al megafono Awdah, per essere sicuro che lo si sentisse da Hebron a Be’er Sheva quando ancora la stava corteggiando prima di sposarla, è la più bella. La persona che scegli per la vita dice molto di te. Umm Watan, letteralmente la madre della patria, è stata, è e continuerà ad essere una parte fondamentale della lotta che Awdah ha portato avanti e guidato fino ad oggi e che continuerà a ispirare.
La forza e il coraggio che Awdah ispirava negli altri erano nutrite dalla pazienza e dal lavoro instancabile di sua moglie, come di tutte le altre donne del villaggio, il cui lavoro di resistenza, seppur meno visibile, è assolutamente imprescindibile e fondamentale. Dalla sua piccola cucina umida di lacrime e sudore, il mio cuore si spezza al pensiero della sua sumud silenziosa, già pesantemente carica della sofferenza della ongoing Nakba, da oggi in poi segnata per sempre dall’assenza della propria metà.
Ma la sua assenza non smetterà di essere presente. So che quando tornerò a Umm al Khair rivedrò Awdah nello sguardo dei giovani che continueranno a lottare dopo di lui, lo riabbraccerò in suo figlio, lo sentirò nelle voci delle donne e degli uomini che continueranno a resistere, quotidianamente, assieme ai loro alleati, finché non realizzeranno la loro, la nostra vittoria: una Palestina libera, quella per cui Awdah ha dato la vita.
Miriam Z.
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Ieri mi avevi scritto di nuovo, come tutti i giorni, per denunciare alla comunità internazionale le violenze dei coloni e dell’esercito israeliano contro la tua comunità. Ieri per la prima volta ti avevo risposto che si, ero riuscita finalmente a farmi approvare un pezzo su cosa stava accadendo a Umm Al Kheir. L’ultimo messaggio in cui ci saremmo dovuti mettere d’accordo per l’intervista non riceverà mai una risposta.
Ci lasci dentro un baratro di sensi di colpa, perché non abbiamo fatto abbastanza, perché non abbiamo dato voce alle tue urla quando avremmo dovuto farlo, perché c’era sempre qualcosa di più urgente. Il tuo sangue tormenterà le nostre notti ma ti promettiamo che non sarà vano e che continuerai a camminare in ogni nostro passo, sulle gambe dei tuoi figli e di tutti i compagni che hanno avuto il privilegio di incontrarti nella propria vita. Rest in Power Awdah.
Lidia Giuffrida Ginestra
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Awdah era il capo villaggio, aveva carisma; noi “internazionali” eravamo venuti grazie al Centre for Jewish Non Violence. Awdah ci diceva quali zone presidiare in quali orari; di notte, durante la guardia, l’assenza di luci in un’area lontana verso est mi faceva immaginare i confini del Mar Morto. Lui era spesso sveglio e talvolta mi aveva detto che potevo smontare anzitempo.
La sua famiglia era stata cacciata negli anni ‘50 dalla zona in cui poi sarebbe stata costituita la città di Arad, si erano trasferiti nell’area dove ancora adesso vivono nelle colline a sud di Hebron che allora era Giordania. Negli anni ’80 si era insediata la colonia di Carmel e gli aveva rubato diverse aree di pascolo. Periodicamente esercito e coloni vengono a demolire le loro costruzioni che reputano illegali.
Awdah ci aveva raccontato di una volta che avevano lanciato i fuochi d’artificio, erano arrivati i coloni, li avevano fatti sdraiare a terra e gli avevano intimato di non farlo più. Dale, dello stato di Washington, psicologa, ci aveva detto dei traumi di un bambino che aveva visto umiliare il proprio padre. Lo zio di Awdah, Eid Suleiman, era stato uno dei primi a credere nella lotta non violenta. Una volta, oppostosi al furto di automezzi, era stato travolto e ucciso da un bulldozer. Un murales nel centro comunitario del villaggio ritrae Eid. Spero che le persone di Umm al-Kheir trovino le forze per andare avanti anche adesso, senza più il loro leader Awdah.
Giorgio Canarutto
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Ricordo Awdah quando ci ha ospitati nel suo villaggio di Umm Al-Kheir. Ricordo la passione nelle sue parole quando ci spiegava il suo impegno da attivista, la gioia quando ci presentava i membri della sua comunità e l’orgoglio che mostrava facendoci vedere il campetto per far giocare i bambini, la serra per sfamare i compaesani e le pecore che pascolavano. Ricordo la gratitudine che ha dimostrato con tanti piccoli gesti quando ci ha accolti a casa sua e ha condiviso cibo, storie, tempo, sorrisi e risate, nonostante tutto, nonostante la colonia là a pochi metri di distanza, incombente.
Ricordo che Awdah non ha mai rivolto una sola parola di odio verso i coloni israeliani minacciosi a pochi metri dal villaggio, neanche quando ci ha fatto capire cosa significa essere palestinesi e vivere sotto occupazione. Ricordo che ci ha raccontato la sua storia con semplicità, trasporto e umiltà. Una vita di resilienza e attivismo tanto semplice quanto potente. La storia di un ragazzo che si è reso conto di come la forma più giusta di resistenza era raccontare al mondo in quali condizioni i coloni israeliani costringono i palestinesi a vivere.
Una consapevolezza che lo ha spinto a lavorare come lavapiatti per pagarsi gli studi in lingue all’università di Hebron e a dormire meno di quattro ore a notte, perché ci teneva a tornare ogni giorno al villaggio per aiutare a pascolare le pecore e coltivare l’orto. Poi la laurea e un’ottima offerta di lavoro in città rifiutata per poter realizzare il suo sogno: aprire nel suo villaggio un centro di accoglienza per attivisti internazionali. Ricordo la storia incredibile di come, dopo un’attesa lunga anni, mille ansie e altrettante peripezie, Awdah è riuscito a realizzare un piccolo grande desiderio che coltivava fin da quando era bambino: vedere il mare, farsi il bagno in quell’acqua così vicina e così irraggiungibile a causa dell’occupazione israeliana.
Ricordo che quella notte mi sono addormentato sotto un magnifico cielo stellato con le storie di Awdah che mi rimbombavano in testa e un magone in petto pieno di tristezza ma anche, non so perché, di speranza. Un magone che è rimasto lì fino a quando non si è sciolto dolorosamente quando mi è arrivata la notizia che Awdah è stato ammazzato da un colono israeliano.
Andrea Ciccolini
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In un mondo giusto, Awdah e molti altri sarebbero ancora vivi. Il nostro compito, come esseri umani, non può che essere quello di sradicare il sistema criminale e oppressivo che continua a ucciderli.
Karim Fares
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Il breve tragitto per raggiungere il villaggio di Umm al‑Kheir è stato l’ennesimo promemoria che l’occupazione controlla tutto, tranne l’anima di chi resiste. Hussein Hureini, volto storico della resistenza non violenta nella regione, ha dovuto imboccare strade secondarie per evitare i coloni; quando è finalmente arrivato nel villaggio di Al‑Fawwar, dove lo attendevo, ha cambiato di nuovo rotta perché l’esercito stava conducendo un’operazione nel campo profughi limitrofo. In macchina regnava il silenzio del lutto. Sentivo la speranza agonizzare.
Oggi, a Umm al‑Kheir, anziani e giovani sedevano in cerchio, attorno al punto in cui il sangue di Awdah è ancora visibile sul suolo. Gli unici a non percepire il peso e l’odore della morte erano i suoi studenti, i bambini tra i sei e i dodici anni. Forse non hanno compreso che il loro maestro non tornerà mai più a insegnare loro l’inglese e a farli ridere.
Carolina Pedrazzi
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Awdah era un uomo minuto, con un volto segnato dal dolore prima che da ogni altra cosa. Lo incontrai per la prima volta, molti anni fa, durante una delegazione di solidarietà ebraica in West Bank e ci aveva raccontato la sua vita e la sua lotta. Ci parlò dei destini incrociati dei due popoli, dei soprusi subiti e di un futuro comune ancora tutto da costruire. Discutemmo dell’importanza della solidarietà internazionale e del lavoro da fare nelle nostre comunità. Ricordo i molti bambini che lo ascoltavano e i tanti riferimenti nei suoi discorsi all’importanza dell’educazione della sua comunità. Quel giorno uscì dalla stanza prima di noi, per salutarci uno alla volta prima che andassimo via.
Awdah era un uomo giovane, di una determinazione ostinata, disperata e inossidabile. Awdah era un uomo minuto, ma proiettava una grande ombra.
E.
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Avevi 31 anni; quando scoprii che eravamo coetanei rimasi stupito. Mi sembravi più grande, più maturo, più saggio. Grazie alle tue parole e ai tuoi racconti di cosa volesse dire essere un palestinese sotto occupazione, capii da dove proveniva quella maturità. Nato e cresciuto nel villaggio di Umm al-Kheir, con la colonia di Carmel a una decina di metri dalle case, mi avevi sempre trasmesso una tranquillità che non capivo come fosse possibile tu avessi. Ma era così, mi spiegasti: i palestinesi vivono senza sapere cosa ne sarà di loro alla fine della giornata, «siamo abituati».
Ricordo la tua grande attenzione verso i bambini della comunità, di cui eri una colonna portante. Padre di due bambini e una bambina, la tua grande preoccupazione era capire come spiegare ai più piccoli la situazione in cui si trovavano. Soffrivi nel vedere la paura sui volti dei tuoi figli, ma non facesti mai un passo indietro: li accompagnavi sempre, cercando di limitare al massimo i loro traumi.
L’ultima volta che venni a Umm al-Kheir, tu e tuo fratello Khalil mi diceste che mi fermavo sempre per troppo poco tempo al villaggio, e io vi risposi che sarei tornato per rimanere di più. Non sono riuscito a tornare prima che tu te ne andassi, e questo mi fa malissimo. Ma ti prometto che tornerò ad abbracciare Khalil e tutta la tua famiglia, e a godere ancora una volta delle splendide stelle che si vedono dal centro comunitario del villaggio di cui andavi tanto fiero, dove tutto era pensato per i bambini: un’oasi di giochi per fuggire la violenza che li circonda.
Filippo Zingone
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L’assassinio di Awdah per mano di un colono israeliano è il risultato diretto del clima di totale impunità in cui agiscono le forze di Occupazione in Palestina. Il villaggio di Awdah, Umm al Khair, come i tanti villaggi in cui siamo presenti in Masafer Yatta, vivono un’opera di pulizia etnica quotidiana e sistemica che si perpetra non solo attraverso gli atti dei coloni violenti, ma anche attraverso sgomberi, demolizioni e arresti arbitrari. Dal nostro primo rapporto semestrale sulle violenze contro la popolazione civile in Masafer Yatta, abbiamo registrato 836 violazioni dei diritti umani in appena 129 giorni.
Il villaggio di Umm al Khair è tra i villaggi più colpiti dalle violenze dei coloni e dell’esercito israeliano, come hanno potuto certificare i nostri attivisti presenti nella regione dall’inizio dell’anno.
Awdah era il punto di riferimento per la sua comunità, era un instancabile attivista e coordinava la presenza di noi attivisti internazionali che sosteniamo la comunità palestinese nella pratica del Sumud, la resistenza nonviolenta, attuata rimanendo sulla propria terra, coltivandola e amandola nonostante le difficoltà e minacce quotidiane. Awdah era padre di tre bambini ai quali tutta Masafer Yatta ricorderà il suo impegno e il suo e nostro sogno: la fine dell’occupazione.
Mediterranea Saving Humans
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Awdah è morto. Awdah è stato ucciso. Awdah al-Hathaleen è stato assassinato dal colono Yinon Levi. Ho conosciuto Awdah nella primavera del 2020. Vivevo a Gerusalemme con altri attivisti ed eravamo bloccati in casa durante il primo lockdown del Covid-19; da occidentali, era la prima volta che ci trovavamo in una situazione di restrizione del movimento e ricordo che ne soffrivamo, per esempio sognando di poter andare al mare, così vicino ma in quel momento irraggiungibile. Abbiamo incontrato Awdah su Zoom, in uno dei tanti incontri a cui lui partecipava, instancabile, per raccontare la sua storia di palestinese di un villaggio sotto costante minaccia di pulizia etnica nell’area C della Cisgiordania.
Tra i tanti racconti uno mi aveva colpito particolarmente: ogni tipo di movimento è difficile per i palestinesi sotto occupazione, e Awdah sognava di vedere il mare, e aveva provato a chiedere permessi per entrare dentro Israele, ma gli erano stati tutti negati. Alla fine è riuscito ad entrare illegalmente grazie all’aiuto di attivisti ebrei, e la prima cosa che ha fatto è stata visitare il mare, che non aveva mai visto prima, e ne era rimasto incantato. Vorrei ricordare le sue parole esatte ma purtroppo posso solo parafrasare, credo che abbia detto qualcosa come “sogno un mondo in cui tutti e tutte possono godersi il mare”.
È quasi imbarazzante raccontarlo ma ricordo di aver capito qualcosa quel giorno che forse non sarei riuscita a capire davvero se anch’io, nella mia piccola vita privilegiata, non avessi in qualche modo provato l’esperienza di desiderare qualcosa e non poterlo raggiungere – per me era una situazione momentanea, per Awdah era tutta la vita.
Negli anni ho incontrato Awdah altre volte, di persona, e ho avuto la fortuna di passare del tempo nel suo villaggio, Umm al-Kheir, anche partecipando ad azioni di presenza protettiva. Awdah era gentile, generoso, forte, pieno di speranza; aveva un sorriso per ogni persona e non si stancava mai di raccontare le sue storie e le storie della Palestina. Awdah aveva tre figli meravigliosi con cui ho provato la gioia di giocare e che ora sono orfani, era uno dei pilastri della sua comunità.
Awdah è stato assassinato, aveva 31 anni, la mia stessa età, e ora è morto. Come il racconto di Awdah e del mare, purtroppo le storie diventano più vere quando in qualche modo le si vive in prima persona, almeno per me è così, anche se me ne vergogno: tante persone vengono uccise in Palestina, continuamente, ma Awdah era un amico e io volevo credere che gli amici non potessero morire. Non so come concludere questo testo, ho perso le parole. Awdah non ha mai perso la speranza, e quindi non la possiamo perdere nemmeno noi.
Giovanna Martinez
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Non conoscevo bene Awdah, quindi le mie parole non possono rendere giustizia alla portata della perdita che la sua famiglia, i suoi amici, la sua comunità e il mondo hanno subito, quando gli è stata strappata la vita con violenza. Eppure, sento il bisogno di dire come la sua vita abbia toccato la mia, nei brevi incontri che abbiamo avuto: una volta a Roma e due in Palestina. Una sera, nella casa della sua famiglia, circondata dai coloni su tutti i lati, ma sempre aperta e ospitale verso chiunque la visitasse. Un’altra sera, a Hebron, abbiamo condiviso un pasto caldo con Basil, Micol e Paola.
Ricordo che Awdah ci disse: “Grazie per essere venuti qui, per stare con noi, al nostro fianco; questo significa molto”. Mi sembrarono parole fin troppo generose, dette da una persona costretta a vivere sotto apartheid a qualcuno come me, che in quelle terre era visitatore. Subito dopo, Awdah cominciò a scherzare, sorridere, ridere, raccontare della sua vita e chiedere della nostra.
Sarebbe potuto rimanere in silenzio, cosa, a dire il vero, piuttosto difficile per l’Awdah che ho conosciuto. Quando eri in sua presenza, non servivano parole per sentire quanto fosse gentile e sincero. Nonostante l’oppressione, nessun bulldozer poteva demolire la sua incrollabile dedizione alla giustizia e alla non violenza, nessun proiettile poteva penetrare il suo cuore gentile e la sua mente curiosa. Forse, dopo tanti anni di confronti, anche loro lo sapevano. E proprio per questo gli hanno tolto la vita.
Nessuna terra ha valore senza le persone per cui quella terra significa tutto; che su di essa costruiscono la loro vita, nel lavoro, nelle parole, nel gioco e nella cura reciproca. Awdah insegnava inglese ai bambini della sua comunità, bambini che dovevano essere scortati in sicurezza da lui e da altri come lui fino a scuola, per poter imparare e giocare. La perdita di Awdah, come quella di tanti altri di cui non posso conoscere il nome, i cui volti non ho visto, è una perdita irreparabile per le famiglie, gli amici, le comunità e per il nostro mondo, molto più vicino di quanto molti credano, che si rinnova a ogni istante in cui la Nakba è lasciata continuare.
L’Awdah che ricordo non avrebbe accettato un “grazie” in cambio ma tutti noi, in modi diversi, gli restiamo debitori per la sua presenza e per le lezioni che ci ha lasciato: come persona, come insegnante, come padre e come attivista; che si trattasse di gentilezza, di inglese, o di come vivere una vita piena di senso, per quanto impossibile, di fronte a un male assoluto. Questo resterà.
Amir Saifullin
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A Roma pioveva forte l’altro giorno. Era pioggia estiva, come quella che ci aveva colpito nella pineta lo scorso anno. Tutti erano corsi sotto le tettoie, a cercare riparo. Non tu. Ci hai trascinato allo scoperto per sentire sulla pelle la benedizione dell’acqua. Gli occhi che brillavano mentre guardavamo il cielo piangere sulle nostre teste. Nella pineta, con le ciabatte a nuotare tra le pozzanghere, siamo stati felici. A Roma pioveva forte l’altro giorno, mentre il tuo sangue bagnava la terra amata di Umm Al Kheir.
Il sionismo strappa un altro cuore alla vita, un mondo cancellato nello sparo impunito di un sistema intero. Ora sarai tu l’eroe di chi è rimasto su questa terra, tra i tuoi ulivi e le stelle. Per Tareq e tutti i ragazzi in carcere. Racconteremo la tua storia, custodiremo gelosamente il tuo sorriso. Ciao Awdah, amico mio.
Iacopo Smeriglio
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Nonostante l’occupazione, nonostante tutto, nel villaggio di Awdah io mi sono sentita a casa e questo basta per descrivere la persona, gentile e positiva che era questo giovane insegnante, attivista e padre.
Clementina Aliberti
(da il manifesto)
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