Un bonus da 615 euro ai legali che accompagnano i migranti al “rimpatrio volontario”, mentre si taglia il gratuito patrocinio contro le espulsioni: il governo trasforma la difesa in strumento politico e colpisce al cuore lo Stato di diritto
Con il decreto sicurezza il governo compie un salto di qualità che va ben oltre l’ennesima stretta propagandistica sull’immigrazione. Non si limita a irrigidire le politiche di frontiera o a moltiplicare strumenti repressivi, ma tenta di piegare direttamente una funzione essenziale dello Stato di diritto agli obiettivi dell’esecutivo. L’articolo 30 bis del testo approvato al Senato introduce infatti un incentivo economico di 615 euro per avvocate e avvocati che assistano cittadini stranieri nella richiesta di partecipazione ai programmi di “rimpatrio volontario assistito”. Il compenso scatterebbe soltanto dopo la partenza della persona migrante. È questo il punto politico decisivo: il difensore non viene remunerato per la tutela dei diritti, ma premiato per il risultato perseguito dal governo.
Si tratta di una torsione gravissima del ruolo dell’avvocatura. In una democrazia costituzionale l’avvocato opera esclusivamente nell’interesse del proprio assistito, in piena autonomia rispetto al potere politico e amministrativo. Qui, invece, si introduce un meccanismo che lega il compenso economico all’esito voluto dallo Stato, cioè all’allontanamento della persona straniera dal territorio nazionale. Il rapporto fiduciario tra cliente e difensore rischia così di essere contaminato da un interesse esterno, estraneo alla funzione difensiva e incompatibile con la sua indipendenza.
Il quadro diventa ancora più inquietante se si osserva il resto del decreto. Mentre si premiano economicamente i legali che accompagnano i migranti verso il rimpatrio, si restringe contemporaneamente l’accesso al patrocinio a spese dello Stato per chi intende opporsi a un decreto di espulsione. In altre parole, si depotenziano gli strumenti della difesa e si incentivano quelli dell’uscita. Meno diritti per chi resiste, premi per chi parte. È una logica apertamente politica, non amministrativa.
Da tempo il termine “remigrazione” circola nei circuiti dell’estrema destra europea come parola d’ordine per indicare politiche di espulsione di massa, allontanamento strutturale degli stranieri e ridefinizione etnica della cittadinanza. Oggi quel lessico entra nelle istituzioni italiane in forma più elegante e burocratica, senza bisogno di essere nominato. Non occorre pronunciare quella parola se si costruiscono strumenti che spingono, inducono e incentivano economicamente l’abbandono del Paese. Il decreto sicurezza si muove precisamente in questa direzione.
Il cosiddetto rimpatrio “volontario”, in queste condizioni, rischia di essere una formula ingannevole. Quanto è libera una scelta compiuta sotto la pressione della precarietà giuridica, della paura dell’espulsione forzata, della marginalità sociale, dell’assenza di tutele e della prospettiva di una lunga permanenza in un limbo amministrativo? Quando la libertà si esercita dentro un rapporto così squilibrato di potere, la volontarietà diventa spesso una finzione giuridica utile a ripulire decisioni già imposte nei fatti.
Non a caso le reazioni del mondo forense sono state immediate e durissime. L’Organismo Congressuale Forense ha denunciato una norma che lede il diritto di difesa e stravolge la funzione dell’avvocato. L’Unione Camere Penali Italiane ha parlato di previsione incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia professionale. Anche l’Associazione Italiana Giovani Avvocati ha chiesto il ritiro della misura. Perfino il Consiglio Nazionale Forense, indicato dal governo come soggetto chiamato a gestire i compensi, ha preso pubblicamente le distanze, chiarendo di non essere mai stato coinvolto e chiedendo al Parlamento di eliminare ogni riferimento al proprio ruolo. È un fatto clamoroso: il governo usa l’istituzione rappresentativa dell’avvocatura senza nemmeno averla consultata.
Questa norma conferma una tendenza ormai evidente. Il decreto sicurezza utilizza il tema migratorio come laboratorio politico per comprimere garanzie, rafforzare i poteri amministrativi e ridefinire i confini dello Stato di diritto. La persona migrante viene ridotta a problema da smaltire. L’avvocato a ingranaggio del meccanismo espulsivo. La difesa a ostacolo da neutralizzare.
Ma quando si colpiscono i diritti degli ultimi non si sta parlando solo degli ultimi. Ogni eccezione introdotta contro i più vulnerabili prepara sempre un precedente contro tutti gli altri. Trasformare il difensore in facilitatore delle politiche governative significa intaccare un presidio democratico che riguarda l’intera società.
Uno Stato costituzionale non compra partenze. Non paga professionisti perché convincano persone fragili a lasciare il Paese. Non mercifica la libertà e non piega la funzione difensiva agli obiettivi del potere esecutivo. Garantisce diritti, assicura tutele, riconosce dignità. Il decreto sicurezza, invece, imbocca la strada opposta. E proprio per questo va respinto con la massima nettezza.
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