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Autodifesa migrante in Francia. Un appello dei Gilets Noirs

Da quando il Covid-19 è apparso in Francia, gli immigrati sans-papiers, abbandonati dallo stato, hanno organizzato la loro auto-difesa sanitaria. Ora, con questo appello, chiedono una regolarizzazione incondizionata contro la gestione discriminatoria della quarantena da parte degli speculatori immobiliari e delle autorità

La pandemia di Covid-19 e la quarantena attuata dal governo [francese] vengono utilizzate come un’opportunità per attaccare sempre di più i foyers [rifugi, alloggi dedicati] di immigrati. Abbiamo perso il lavoro da un giorno all’altro. La polizia ci perseguita e ci minaccia nei luoghi dove viviamo. Siamo minacciati di espulsione dagli enti gestori Adoma, Coallia, Adef che ne approfittano per cacciare i migranti senza documenti dalle loro case. Sostenuti all’interno dai Gilets Noirs, diversi foyers organizzano una lotta corpo a corpo contro i gestori: rifiuto di pagare l’affitto in queste condizioni di sfruttamento, lettere pubbliche, operazioni “a porte aperte” per cacciare l’ente gestore. Non pagheremo, per preparare la risposta contro la distruzione della vita collettiva nelle case e per continuare la nostra lotta per i documenti e per una vita dignitosa.

Dal novembre 2018, noi, i Gilets Noirs, migranti con o senza documenti, figli e figlie di immigrati e persone solidali, abitanti dei foyers e inquilini della strada, ci stiamo organizzando contro lo Stato e i suoi complici. Chiediamo documenti per tutti, senza condizioni. Che ci si trovi qui da un giorno o da dieci anni, che si stia lavorando o meno. Il documento che ci viene rifiutato è quello della dignità e attaccheremo lo Stato francese e tutti i suoi complici per riprendercelo. Non vogliamo solo i documenti, vogliamo rompere il sistema che produce i sans-papiers. Ogni giorno discutiamo di come migliorare la nostra vita, di come difenderci dalla polizia, dal CRA [Centri di detenzione amministrativa], dai padroni, di come resistere alla prefettura. Ma i documenti arriveranno con la lotta! E la lotta non è solo per i documenti: quello che non hai ancora visto, è nella lotta che lo vedrai.

Abbiamo manifestato davanti al Museo dell’Immigrazione, davanti al CRA di Mesnil-Amelot, abbiamo occupato la Comédie Française, bloccato la prefettura di Parigi, occupato l’aeroporto di Roissy da dove Air France deporta i migranti. Abbiamo attaccato la sede della società Elior, che fa i suoi profitti sulla pelle dei migranti senza documenti, siamo entrati in 600 dentro il Panthéon. Per chiedere i documenti e un appuntamento con il primo ministro, per interrogare i “grandi uomini” e per onorare i nostri morti nel Mediterraneo e nel deserto che non hanno tomba.

Contro il Covid-19 e i suoi complici, autodifesa sanitaria!

Da quando il Covid-19 è in Francia, lottiamo contro il virus, ma sono lo Stato e gli enti gestori a far marcire le nostre vite. Viviamo nei foyers come fossimo in carcere. I foyers, gestiti da associazioni di “gestione” (come Adoma, Coallia, ADEF) sono stati costruiti per ospitare i lavoratori immigrati. Da diversi anni questi soggetti cercano di distruggere l’organizzazione delle nostre vite collettive di migranti sfruttati. Costruiscono residenze “sociali” che ci rinchiudono in stanze-cella, senza spazi collettivi. È la nostra solidarietà e le nostre lotte che cercano di soffocare. Ci tocca restare soli, senza famiglia, sperando di non morire prima del permesso di soggiorno che forse ci permetterà di andare a seppellire i nostri morti a casa o di vedere nascere i nostri figli. In queste case, viviamo con i nostri fratelli che hanno i documenti. Ma i foyers sono i nostri luoghi della vita politica. All’inizio della quarantena, gli enti gestori si sono sottratti alle loro responsabilità: nessuna istruzione, nessuna pulizia, nessun supporto. Hanno affisso manifesti in francese sulle pareti del foyer e chiuso le sale di preghiera e di riunione. Non puliscono perché «la candeggina è troppo costosa». I gestori si fanno vedere solo per riscuotere gli affitti. Lo Stato francese, spalla a spalla con i padroni, ci fa lavorare sodo nei cantieri, nelle mense, per pulire tutto il paese. Senza documenti, siamo alla mercé di speculatori senza scrupoli e del supersfruttamento. Dobbiamo lavorare in nero. In quarantena, ci siamo ritrovati senza più nulla. Nessun diritto all’indennità di disoccupazione, quindi niente soldi per l’affitto, per la famiglia o per il cibo. I proprietari vogliono i nostri soldi ma dobbiamo mangiare e prenderci cura di noi stessi!

Dopo qualche settimana, sotto la pressione delle prefetture e di coloro che non dovrebbero ripetere a pappagallo che i foyers sono delle «bombe sanitarie», i gestori si sono fatti rivedere. Ma noi sappiamo di che tipi si tratta. Ufficialmente dovrebbero controllare le regole della quarantena tenendo in conto la situazione nella quale viviamo, invece cercano di separare i padri dai figli. Mentono, minacciano di staccare l’acqua e l’elettricità e fanno finti tamponi. Davanti ad alcuni rifugi, i poliziotti si aggirano minacciosi. Lo Stato non vuole evitare la malattia, i gestori nemmeno. Ci vogliono morti e vogliono i nostri soldi.

Non abbiamo aspettato la repressione sanitaria per organizzarci e difenderci. Abbiamo creato una cassa comune e organizzato una rete di rifornimento per proteggerci dalla malattia. Con l’aiuto dei nostri compagni delle Brigate di Solidarietà Popolare che sostengono questa auto-organizzazione, andiamo in giro per i foyers a distribuire materiale. Loro se ne fregano di noi: sta a noi proteggerci! Nei foyers abbiamo una cultura della solidarietà. Gestiamo noi stessi la pulizia e la disinfezione. Noi fratelli minori, ci organizziamo in modo che i fratelli maggiori non debbano più fare la spesa. Dobbiamo svolgere questa missione per i nostri compagni, i nostri fratelli, le nostre sorelle, i nostri figli e i nostri anziani, perché nessun altro la farà altrimenti.

Lottare per la nostra dignità, per la vita collettiva, per procurarci i documenti

Ci difendiamo per non nasconderci. Vogliamo dei documenti. Ma non vogliamo la regolarizzazione come in Portogallo, per qualche mese, solo per alcuni che hanno il loro fascicolo in prefettura o per coloro che non hanno la fedina penale sporca o non sono minacciati di espulsione. Non vogliamo una regolarizzazione come si propone in Italia, offrendo il nostro corpo affinché i Paesi europei possano sopravvivere sulle nostre spalle. Lavorare per ottenere i documenti, è un ricatto schiavista. Non vogliamo documenti per motivi di “salute pubblica” o per una maggiore “efficienza economica”. Per questo tipo di permesso, le nostre anime vengono sacrificate. Siamo esseri umani, i nostri diritti devono essere ascoltati. Dovremmo forse scambiare le nostre anime per l’industria o l’economia di altri? È una mancanza di rispetto nei confronti degli immigrati. È un insulto.

Vogliamo che tutti gli immigrati, con o senza documenti, si uniscano a noi. Perché gli immigrati con i documenti sono stati e saranno vittime delle stesse cose che stiamo subendo noi. Gli immigrati e tutti gli sfruttati del mondo devono unirsi a noi immigrati sans-papiers. Non siamo nemici tra di noi. La Francia vuole dividere tra chi è regolare e chi non lo è. Qui viviamo insieme: il foyer è la famiglia, è il tuo genitore. Chiamano «occupanti» gli immigrati sans-papiers e «residenti» i nostri fratelli con i documenti. Ora è il momento di difendere la nostra vita collettiva, è la nostra lotta. I residenti con i documenti non saranno mai liberi fino a quando i loro figli non avranno i documenti.

Fino a nuovo ordine, i documenti sono la chiave di ogni vita sociale dignitosa: vivere con la propria famiglia, muoversi liberamente, lavorare, studiare, ricevere cure mediche e un alloggio. Abbiamo chiesto troppo ai parlamentari, ai gestori, ai datori di lavoro, ai sindacati e alle associazioni per aiutarci a “regolarizzarci”. Ci sono state troppe petizioni, troppi forum che dicono che lo Stato dovrebbe «proteggere i sans-papiers», troppi parlamentari che vogliono «regolarizzare» per poterci mandare meglio a fare il lavoro sporco che nessuno vuole fare. Non vogliamo documenti perché stiamo facendo il lavoro che «i francesi non vogliono fare», ma per poter vivere degnamente.

Andremo noi stessi a prendere i documenti, perché non vogliamo alcuna selezione: non vogliamo aver bisogno di meritarci i documenti o di mendicarli. Abbiamo bisogno della lotta. È infatti nella lotta che troviamo la nostra libertà, perché non abbiamo più paura. Dopo la quarantena, invitiamo tutti gli immigrati sans-papiers e le persone che condividono le nostre idee e il nostro modo di agire a sostenere la nostra lotta, a contattarci, a partecipare alla battaglia.

Con ACTA, les Brigades de Solidarité populaire, Act-Up, le Collectif Place des Fêtes, Genepi, le NPSP (Nagkakaisang Pilipino Sa Pransya), la CREA (Campagne de Réquisition d’Entraide et d’Autogestion), l’Action Antifasciste Paris-Banlieue, l’Observatoire de l’état d’urgence sanitaire, la Coordination Militante Dijon, Ipeh Antifaxista, LaMeute, le Collectif des Olieux – Lille, che sostengono questo testo, condividiamo già questa lotta. La nostra forza è il sostegno, ma la forza del sostegno siamo anche noi stessi. Dobbiamo organizzare azioni, occupazioni, manifestazioni, scioperi e blocchi. Possiamo costruire insieme le azioni nelle settimane a venire. Otterremo i documenti solo con la forza.

Esigiamo documenti per tutte e tutti ora e per tutte e tutti coloro che arriveranno, la distruzione dei centri di detenzione, la fine dei foyers-prigione e un alloggio dignitoso per tutti. Contro il razzismo e lo sfruttamento. Per la nostra dignità e la nostra libertà.

Né per strada, né in prigione, documenti e libertà! La paura ha cambiato campo, i Gilets Noirs sono qui!

I Gilets Noirs in lotta

Appello apparso sul sito Acta.Zone

Traduzione italiana di Marta Pacor per DINAMOpress

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