Attacco finale di Israele su Gaza City

di Chiara Cruciati*

Israele ha lanciato la sua offensiva di terra per conquistare Gaza City. L’aviazione israeliana bombarda senza sosta, in briciole i palazzi più alti, le scuole, le case. I carri armati sono entrati nella città. Intanto, almeno 62 persone, tra cui diversi bambini, sono state uccise mentre i feriti sono decine a causa dei raid condotti nella città e in varie zone della Striscia di Gaza

I fagotti vengono adagiati con delicatezza su una barella di acciaio da un giovane infermiere del Nasser Hospital, il grande complesso sanitario di Khan Younis ridotto a pezzi di reparto ancora funzionanti. Sono sette corpicini, avvolti in un minuscolo sacco bianco, sopra sono stati scritti i nomi.

Tre erano nati prematuri, custoditi nelle incubatrici; quattro non hanno mai visto la luce, i feti abortiti dalle madri, tutti per lo stesso motivo: denutrizione. Le donne palestinesi mangiano troppo poco, a volte niente per giorni interi. A disposizione ci sono pane, riso, cibo in scatola, ma mancano vitamine e proteine, verdure, carne, uova. Il cibo manca in tutta la Striscia e, se a Khan Younis, nel sud, la situazione è tanto disperante, a Gaza City è inimmaginabile. Per tutta la giornata di domenica, le notizie che arrivavano dalle agenzie e nei messaggi ricevuti da noi giornalisti su WhatsApp e Telegram davano per imminente la spinta finale dell’invasione israeliana della città-capoluogo. Una pioggia di bombe, le «cinture» di fuoco a cui i palestinesi hanno dato un nome già dai primi giorni dopo il 7 ottobre 2023. Secondo il ministero della salute della Striscia, dal 13 agosto – pochi giorni dopo l’annuncio del primo ministro Netanyahu dell’operazione su Gaza City – in città sono state uccise almeno 1.890 persone, di cui 482 bambini e 174 donne.

Nel mirino ci sono i palazzi più alti, le «torri» residenziali e commerciali: l’aviazione israeliana sta letteralmente spianando la strada ai carri armati e alle truppe di terra ed eliminare gli «ostacoli» alla vista e alle imboscate dei combattenti palestinesi è da sempre la prima strategia. Ieri è toccato alla torre al-Ghifari, tra le più alte della città. L’ordine di evacuazione è stato pubblicato sull’account X del portavoce dell’esercito in lingua araba, Avichai Adraee, a metà mattina.

Un paio dopo è stata colpita alla base, si è piegata ed è scomparsa alla vista, avvolta in una densa nuvola grigia che ha ingoiato anche gli edifici vicini. Video successivi mostrano giovani palestinesi tra le macerie della Al-Ghifari gridare che non se ne andranno, «Netanyahu, resteremo tenacemente qui, non moriremo a sud». La fuga di massa ancora non c’è stata. Trecentomila palestinesi hanno impacchettato i pochi averi per cercare un angolo nella tendopoli di al-Mawasi, ma molti tornano indietro: spazio non c’è. Significa che in 700mila rimangono a Gaza City, per tante ragioni: non hanno mezzi per scappare, non ne hanno modo perché feriti, anziani, disabili, o semplicemente non ci vedono alcuna prospettiva di salvezza.

Gaza City è lo spettro di se stessa ormai da due anni. Nell’ultimo mese l’escalation ha cancellato il poco ancora in piedi. Scuole (sette quelle dell’Unrwa colpite solo negli ultimi quattro giorni), case (il 90% è distrutto o danneggiato), università (lo scorso fine settimana la Islamic University e i suoi cinque decenni di storia hanno visto demolire quel che rimaneva degli edifici del campus), ma anche pannelli solari e stazioni di ricarica dei cellulari, creati in autonomia dai quartieri. L’obiettivo della distruzione è stato esplicitato in questi due anni dalle autorità israeliane: rendere impossibile il ritorno degli sfollati, svuotare per sempre gran parte della Striscia e costringere due milioni di persone in campi a sud, doppiamente prigionieri.

Al governo Netanyahu la pulizia etnica permetterà di garantirsi un’immensa zona cuscinetto, come viene chiamata, e la graduale «emigrazione» della popolazione, umiliata e privata di ogni strumento per godere di una vita che sia minimamente dignitosa. All’ultradestra permetterà l’avvio della desiderata ricolonizzazione: se già si sono svolti tour di esponenti del movimento dei coloni, ieri è stato il ministro Ben Gvir a proclamare la creazione di un intero quartiere per i poliziotti israeliani da trasferire nella Striscia, «lungo la costa, una location ideale».

Non si rimarginano però le crepe interne all’establishment israeliano. Ieri alcuni quotidiani, da Haaretz a Yedioth Ahnoroth, hanno riportato dei dissidi riemersi in una riunione a porte chiuse lo scorso venerdì: il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha accusato Netanyahu di non aver ancora informato le forze armate dei piani previsti per Gaza, a partire dall’«amministrazione militare» paventata dal premier e dalla «gestione» di due milioni di palestinesi chiusi in campi di concentramento a sud.

Dure critiche Zamir le ha destinate anche alla fondazione israelo-statunitense Ghf, al centro di mesi di massacri di affamati: «Non capisco perché spendere soldi e aumentare i centri fino a dodici, quando i primi quattro hanno fallito».

*da il manifesto

Su Radio Onda d’Urto l’analisi di Michele Giorgio, direttore di Pagine Esteri e corrispondente da Gerusalemme del quotidiano “Il Manifesto” Ascolta o scarica

Su quanto sta accadendo, ormai da oltre 700 giorni, a Gaza, la traduzione in italiano di un passaggio dell’intervento, in conferenza stampa a Ginevra, di Francesca Albanese, relatrice speciale Onu per i Territori Palestinesi Occupati. Ascolta o scarica

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