Atene, a Prosfygika la lotta per restare diventa questione di vita o di morte

Da oltre due mesi Aristotelis Chantzis è in sciopero della fame contro il piano di sgombero di 400 residenti. Nel cuore della capitale greca cresce la mobilitazione, mentre si moltiplicano le azioni di solidarietà internazionale.

Ad Atene, nel cuore della città, la vicenda della comunità autogestita di Prosfygika è arrivata a un punto di non ritorno. Lo sciopero della fame iniziato il 5 febbraio da Aristotelis Chantzis è entrato nel suo terzo mese e segna ormai una soglia critica, non solo sul piano politico ma su quello fisico, umano, vitale. Il suo corpo è diventato il terreno ultimo di uno scontro che riguarda il diritto all’abitare, la trasformazione delle città e il destino di centinaia di persone.

Lo sciopero nasce come risposta diretta a un progetto approvato dalla Regione dell’Attica nel giugno 2025: una “ristrutturazione” del quartiere finanziata con fondi europei, per un totale di circa 15 milioni di euro, che comporterebbe però lo sgombero immediato dei circa quattrocento residenti. Un intervento presentato come edilizia sociale ma che, nella lettura della comunità, si inserisce dentro un più ampio processo di gentrificazione che da anni attraversa la capitale greca. Il punto decisivo è l’assenza totale di soluzioni abitative alternative: nessuna garanzia per famiglie, bambini, malati, anziani, né per i parenti dei pazienti del vicino ospedale oncologico che proprio a Prosfygika trovano accoglienza.

Da qui la scelta estrema di Chantzis, che ha dichiarato fin dall’inizio di voler portare avanti il digiuno “fino alla morte” se necessario. Una forma di lotta che affonda le sue radici nella tradizione della protesta nonviolenta ma che, nel contesto attuale, assume un significato radicale: non una richiesta di mediazione, ma una linea di confine. Non si tratta di negoziare condizioni migliori, ma di impedire lo sgombero.

Nel frattempo, le sue condizioni di salute sono progressivamente peggiorate. Dopo quasi sessanta giorni senza cibo, il quadro clinico è definito critico: debolezza estrema, vertigini, problemi cardiaci e anomalie rilevate dagli elettrocardiogrammi che espongono a rischi concreti di aritmie potenzialmente fatali. Ogni giorno che passa aumenta la probabilità di conseguenze irreversibili, fino al rischio di arresto cardiaco. Lo stesso Chantzis ha riconosciuto pubblicamente la possibilità di danni permanenti, soprattutto al sistema nervoso, anche in caso di interruzione dello sciopero.

Intorno a lui, però, non c’è isolamento. Al contrario, la comunità di Prosfygika vive in uno stato di mobilitazione permanente. Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le iniziative, le assemblee, le azioni pubbliche, mentre cresce la presenza di polizia e il clima di tensione nel quartiere. Non è la prima volta che Prosfygika si trova sotto attacco: negli ultimi dieci anni ha già resistito a quattro tentativi di sgombero, diventando uno degli esempi più longevi e strutturati di autogestione abitativa in Europa. Il quartiere, composto da edifici storici in stile Bauhaus, non è solo uno spazio abitativo ma un’infrastruttura sociale complessa. In sedici anni di autorganizzazione, sono state costruite 22 strutture autonome che rispondono ai bisogni primari: assistenza sanitaria, distribuzione alimentare, spazi per l’infanzia, supporto alle donne, accoglienza per persone vulnerabili. Una rete che non riguarda soltanto gli abitanti, ma l’intero territorio circostante.

È proprio questa dimensione a rendere lo sgombero qualcosa di più di un intervento urbanistico. Per la comunità, significherebbe distruggere un modello di vita basato su solidarietà, mutualismo e autogestione. Per lo Stato, al contrario, Prosfygika rappresenta un’anomalia da normalizzare, un ostacolo alla valorizzazione economica dello spazio urbano. In questo senso, il conflitto assume una dimensione più ampia: non riguarda solo chi abita quei palazzi, ma l’idea stessa di città e di convivenza.

Negli ultimi giorni, la mobilitazione ha superato i confini greci. In più di ventinove città nel mondo – dall’Europa alle Americhe, fino al Medio Oriente – si sono svolte azioni di solidarietà. L’hashtag #saveprosfygika è diventato un punto di riferimento per una rete internazionale che organizza presidi, manifestazioni e scioperi della fame simbolici. Ad Atene, intanto, migliaia di persone sono scese in piazza e nuove giornate di mobilitazione sono già state annunciate.

La lotta di Prosfygika si muove quindi su più livelli: locale e globale, materiale e simbolico. Da una parte, la difesa concreta di case, relazioni e vite. Dall’altra, la costruzione di un immaginario alternativo, che mette in discussione i processi di espulsione sociale e la trasformazione delle città in spazi sempre più selettivi.

In questo scenario, il digiuno di Chantzis non è un gesto individuale isolato, ma un atto che concentra e rende visibile un conflitto più ampio. Un conflitto che attraversa Atene ma parla a molte altre città europee, dove la riqualificazione urbana coincide sempre più spesso con l’espulsione dei più vulnerabili.

E mentre il tempo scorre e le condizioni del suo corpo peggiorano, la domanda che emerge diventa sempre più urgente: fino a che punto una città è disposta a spingersi per trasformarsi, e chi è disposto a rischiare la propria vita per impedirlo.

Per approfondimenti
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