Il segretario del Movimento pacifista ucraino fermato senza garanzie legali e a rischio coscrizione forzata: il caso apre una frattura profonda tra stato di guerra e libertà fondamentali.
Nella notte del 19 marzo, a Kiev, Yurii Sheliazhenko è stato prelevato dalla polizia e portato via senza che venissero rispettate le procedure previste dalla legge. Nessun verbale di fermo, nessuna informazione sul luogo di detenzione, nessun accesso garantito alla difesa legale. Poco prima che il telefono gli venisse sequestrato, è riuscito a inviare un messaggio vocale: «Mi stanno portando in un centro militare di reclutamento. Non hanno seguito le procedure. Il mio avvocato non può raggiungermi».
Da quel momento, il vuoto. I familiari hanno cercato notizie presso il Centro territoriale di reclutamento, senza ottenerne. La sua avvocata, Nataliya Tselovalnichenko, non è riuscita né a localizzarlo né a parlargli. Un caso che presenta tutti i tratti di una detenzione arbitraria.
Ma la vicenda di Sheliazhenko non nasce oggi. È il punto di arrivo – o forse di rottura – di una persecuzione che dura da anni.
Un pacifista sotto processo
Sheliazhenko non è un oppositore improvvisato. È un obiettore di coscienza dichiarato ben prima dell’invasione russa del 2022, fondatore del Movimento pacifista ucraino e attivo a livello europeo nella difesa del diritto all’obiezione.
Ha sempre condannato l’aggressione russa, senza ambiguità. Ma allo stesso tempo ha sostenuto una linea chiara: negoziati, cessate il fuoco, rifiuto della guerra come soluzione. Una posizione che, nel clima di mobilitazione totale, è diventata intollerabile.
Il 3 agosto 2023 la sua casa viene perquisita, i dispositivi sequestrati. Pochi giorni dopo viene posto agli arresti domiciliari notturni. L’accusa: aver “giustificato l’aggressione russa” per aver letto pubblicamente un documento intitolato Agenda di pace per l’Ucraina e il mondo. Una forzatura evidente, considerando che lo stesso Sheliazhenko ha sempre denunciato l’invasione e i suoi effetti devastanti.
Il pubblico ministero chiede fino a cinque anni di carcere, basandosi su una relazione dei servizi di sicurezza che lo definisce “collaborazionista del nemico”. Non un dissidente. Un nemico interno.
La guerra contro la coscienza
Il punto centrale, oggi, è un altro: in Ucraina, in tempo di guerra, il diritto all’obiezione di coscienza non viene riconosciuto.
Sheliazhenko è stato probabilmente trasferito – o è a rischio di esserlo – in un centro di reclutamento militare. Tradotto: arruolamento forzato. È qui che il caso assume una dimensione politica e giuridica ben più ampia. Non riguarda solo un attivista, ma un principio: la libertà di coscienza può sopravvivere alla guerra?
Le convenzioni internazionali, la giurisprudenza europea, i pronunciamenti ONU hanno più volte riconosciuto l’obiezione di coscienza come diritto fondamentale. Eppure, nel contesto bellico, questo diritto viene sospeso, svuotato, negato. La guerra, ancora una volta, si conferma come lo spazio in cui il diritto arretra e il potere si espande senza limiti.
Il silenzio europeo
Il caso è arrivato al Parlamento europeo e al Consiglio d’Europa. Si è attivata una mobilitazione internazionale per chiedere il rilascio immediato di Sheliazhenko.
Eppure, il silenzio politico resta assordante. Colpisce – e interroga – che un paese che rivendica l’ingresso nell’Unione Europea possa violare in modo così evidente diritti civili e politici fondamentali, senza che questo produca una rottura nel discorso pubblico dominante.
Difendere l’Ucraina dall’aggressione russa è diventato, per molti governi europei, un imperativo assoluto. Ma questo non può tradursi nella sospensione di ogni principio. Perché se la libertà vale solo in tempo di pace, allora non è libertà. È una concessione.
Un precedente pericoloso
Sheliazhenko avrebbe dovuto essere a Strasburgo, proprio in questi giorni, alla Corte Europea dei Diritti Umani, per difendere il diritto all’obiezione di coscienza. Invece è scomparso dentro il sistema del reclutamento forzato.
La sua vicenda segna un passaggio: la criminalizzazione del pacifismo, la riduzione del dissenso a tradimento, l’equazione tra critica della guerra e collaborazione con il nemico. È uno schema che non riguarda solo l’Ucraina. È il riflesso di una trasformazione più ampia: quando la guerra diventa orizzonte permanente, lo spazio del dissenso si restringe ovunque.
Difendere chi dice no
Il caso Sheliazhenko pone una domanda semplice e radicale: è ancora possibile dire no alla guerra? Non no a questa o quella guerra. No alla guerra in quanto tale.
Difendere Yurii Sheliazhenko oggi significa difendere questa possibilità. Significa affermare che esiste un diritto a non uccidere, a non partecipare, a non essere arruolati in nome della forza.
Se questo diritto cade, cade qualcosa di più della libertà individuale. Cade l’idea stessa che esista un limite al potere dello Stato. E allora la linea del fronte non è più solo geografica. È dentro le nostre democrazie.
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