Dopo 140 giorni di sciopero della fame e una lunga battaglia in terapia intensiva, Chantzis è tornato nella comunità autogestita di Atene. Centinaia di persone lo hanno accolto con un corteo: «Abbiamo avuto fiducia nella comunità e nella solidarietà»
Dopo 140 giorni di sciopero della fame, 78 giorni di ospedale, gran parte dei quali trascorsi in terapia intensiva, Aristotelis Chantzis è tornato a casa. Il 2 settembre il militante e residente della Comunità occupata di Prosfygika ha finalmente fatto ritorno negli edifici di Alexandras Avenue, nel centro di Atene, dove centinaia di persone lo aspettavano per celebrare insieme non soltanto la sua sopravvivenza, ma una battaglia che negli ultimi mesi è diventata un caso politico internazionale.
Ad accompagnarlo verso Prosfygika una grande manifestazione di motociclisti e un corteo solidale che ha attraversato il quartiere. Ad aspettarlo c’erano residenti, compagni e solidali provenienti da Atene e da altre città, mentre da diversi paesi continuavano ad arrivare messaggi per salutare il suo ritorno. Dopo mesi nei quali la possibilità che Aristotelis non riuscisse a sopravvivere era diventata drammaticamente concreta, il suo ingresso nella comunità ha assunto inevitabilmente il significato di una vittoria collettiva.
È stato proprio questo il punto centrale delle sue prime parole. Aristotelis ha rifiutato qualsiasi rappresentazione individuale o eroica della propria battaglia, riportando immediatamente al centro la comunità che l’ha sostenuta: «L’unica cosa che ho da dire è che la lotta è stata collettiva, ed è per questo che è stata vittoriosa». Ha ricordato che fin dall’inizio era stata dichiarata la volontà di arrivare fino in fondo, indipendentemente dal prezzo da pagare, e che la forza della mobilitazione è derivata dalla fiducia nella comunità, nella solidarietà e negli obiettivi condivisi.
Poi ha allargato lo sguardo oltre Prosfygika. La repressione, ha affermato, continuerà a esistere finché esisteranno Stato e capitalismo; soltanto unendo le diverse forze antisistemiche sarà possibile costruire un’alternativa di cui le società hanno sempre più bisogno.
Parole pronunciate da chi porta ancora sul proprio corpo il costo enorme di quella battaglia.
Centoquaranta giorni senza mangiare per fermare lo sgombero
Aristotelis Chantzis aveva iniziato lo sciopero della fame il 5 febbraio 2026. Il 1° maggio era stato raggiunto da Suzon Doppagne. La loro protesta nasceva contro il piano di “riqualificazione” approvato nel giugno 2025 dalla Regione dell’Attica, che avrebbe comportato lo sgombero dei circa 400 residenti di Prosfygika.
Una comunità composta da famiglie con bambini, rifugiati, persone anziane, pazienti oncologici e loro familiari, persone impegnate in programmi di riabilitazione e soggetti in condizioni di particolare vulnerabilità sociale. Ma Prosfygika non è soltanto un luogo nel quale abitano centinaia di persone: è una delle più grandi esperienze di autorganizzazione sociale esistenti oggi in Europa, con 22 strutture autonome di mutualismo e solidarietà costruite nel corso degli anni.
Per questo gli abitanti hanno sempre respinto la rappresentazione del progetto istituzionale come semplice intervento di recupero edilizio. Per la comunità si tratta di un progetto di gentrificazione privo di basi fattuali e giuridiche, che avrebbe come conseguenza l’espulsione di centinaia di persone e lo smantellamento di un’esperienza sociale costruita dal basso.
La resistenza si è sviluppata contemporaneamente sul terreno sociale, politico e giuridico. Intorno agli scioperanti della fame è cresciuta una campagna che ha progressivamente superato i confini di Atene e della Grecia. Manifestazioni, presìdi davanti alle ambasciate greche, iniziative di solidarietà, interventi nelle istituzioni europee e perfino una carovana internazionalista per contribuire materialmente al restauro degli edifici hanno trasformato la difesa di Prosfygika in una mobilitazione transnazionale.
La svolta del 24 giugno
Il passaggio decisivo è arrivato il 24 giugno. Sotto la pressione della mobilitazione, il Consiglio comunale di Atene ha assunto una posizione ufficiale di sostegno alla comunità, riconoscendola come soggetto collettivo e interlocutore e accogliendo in larga misura le richieste avanzate attraverso lo sciopero della fame.
Aristotelis e Suzon hanno quindi deciso di sospendere il digiuno rispettivamente dopo 140 e 55 giorni.
Poco dopo sarebbe inoltre emersa l’assenza del finanziamento europeo precedentemente indicato per il progetto di riqualificazione. Un ulteriore elemento che la comunità ha interpretato come conferma della vittoria politica conquistata attraverso mesi di resistenza.
Ma proprio mentre arrivava quella vittoria, la vita di Aristotelis rimaneva appesa a un filo.
Poche ore dopo la decisione del Comune di Atene le sue condizioni sono precipitate. È stato ricoverato in terapia intensiva e successivamente intubato. Dopo quasi cinque mesi senza alimentazione, il suo organismo era stato portato oltre limiti che gli stessi medici ritenevano difficilmente compatibili con la sopravvivenza.
Il gruppo sanitario che lo ha seguito dall’inizio dello sciopero della fame afferma oggi che l’evoluzione delle sue condizioni ha superato ogni aspettativa.
Sono stati necessari altri 78 giorni di ospedale prima che Aristotelis potesse attraversare nuovamente le strade di Prosfygika.
«L’unica lotta persa è quella che non viene combattuta»
Nel comunicato con cui aveva annunciato la vittoria, la comunità aveva scritto parole che acquistano oggi un significato ancora più forte: quella di Prosfygika è stata una lotta vittoriosa fin dal principio, perché «l’unica lotta persa è quella che non è mai stata combattuta».
Ma soprattutto aveva rivendicato il carattere non particolare della propria battaglia. Non una lotta esclusivamente per i quattrocento residenti degli otto edifici di Alexandras Avenue, ma per il diritto alla casa, alla vita e alla dignità e per il diritto delle persone a organizzarsi, autorganizzarsi e decidere collettivamente della propria esistenza.
È probabilmente questa la ragione per cui la battaglia di Prosfygika è riuscita a costruire una solidarietà tanto ampia. Lo sciopero della fame di Aristotelis e Suzon ha portato migliaia di persone nelle strade di Atene e di altre città greche, davanti alle ambasciate, sui giornali e fino al Parlamento europeo. Ha collegato la difesa di un quartiere alla questione più generale di chi abbia il diritto di decidere il futuro delle città.
Da una parte la città amministrata dall’alto, nella quale la “riqualificazione” può diventare lo strumento attraverso cui cancellare comunità considerate incompatibili con la valorizzazione immobiliare. Dall’altra una comunità che per anni ha recuperato edifici abbandonati, costruito strutture mutualistiche, dato casa e assistenza a centinaia di persone e rivendicato il diritto di decidere autonomamente come vivere e organizzarsi.
Il ritorno non chiude la battaglia
Per questo il ritorno di Aristotelis a Prosfygika non rappresenta semplicemente la conclusione di una vicenda personale. È il ritorno di uno degli uomini che hanno portato sul proprio corpo uno scontro politico che continua.
Negli ultimi mesi la posizione della comunità si è rafforzata ulteriormente. Il Comune di Atene ne ha riconosciuto il ruolo, le Nazioni Unite sono intervenute sulla vicenda e la Commissione europea ha successivamente ricordato alle autorità greche gli obblighi derivanti dal diritto europeo, compresa la necessità di consultare preventivamente gli abitanti e di evitare sgomberi che possano produrre nuove condizioni di senza dimora.
Il governo Mitsotakis, tuttavia, non ha abbandonato la propria politica contro le occupazioni e gli spazi autogestiti. La vittoria conquistata da Prosfygika deve quindi essere difesa.
È anche per questo che le parole pronunciate da Aristotelis appena tornato nel quartiere sono politicamente importanti. Dopo tutto quello che è accaduto, non attribuisce la vittoria al sacrificio di un singolo. La attribuisce alla capacità di una comunità di resistere e alla solidarietà costruita intorno ad essa.
Il 2 settembre centinaia di persone hanno accompagnato Aristotelis Chantzis verso casa. Quell’immagine contiene forse meglio di qualsiasi dichiarazione il significato degli ultimi sette mesi: un uomo sopravvissuto a 140 giorni di fame torna nella comunità per la quale aveva deciso di rischiare la vita, accompagnato dalle persone che hanno trasformato quella scelta estrema in una lotta collettiva.
Prosfygika è ancora lì. I suoi abitanti sono ancora nelle loro case. Le sue strutture mutualistiche continuano a funzionare. Aristotelis è tornato tra loro.
Ed è precisamente questo, prima ancora di qualsiasi dichiarazione istituzionale, a misurare la vittoria conquistata.
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