Il movimento denuncia “campagne diffamatorie” e accusa politica e stampa di voler delegittimare le proteste contro il genocidio a Gaza e contro il ruolo del console onorario israeliano Marco Carrai
C’è un meccanismo ormai collaudato che si attiva ogni volta che il movimento di solidarietà alla Palestina cresce, rompe il silenzio e riesce a incrinare la narrazione dominante: delegittimare, criminalizzare, associare ogni critica a Israele all’antisemitismo. È esattamente ciò che sta accadendo a Firenze contro Firenze per la Palestina, bersaglio in queste ore di articoli e polemiche che il movimento definisce senza mezzi termini “illazioni arbitrarie”, costruite per coprire “le nefandezze di Israele” e colpire chi continua a denunciare il genocidio in corso a Gaza.
La risposta del collettivo è durissima e chiarissima: “Firenze per la Palestina è un movimento popolare antirazzista, antifascista e quindi coerentemente antisionista, che niente ha a che spartire con qualsivoglia forma di antisemitismo”. Una posizione netta, che rivendica apertamente la distinzione tra antisionismo e antisemitismo e rifiuta il ricatto politico e mediatico che da mesi tenta di mettere a tacere ogni opposizione alle politiche israeliane.
Gli attivisti accusano una parte della stampa di operare in “malafede”, tentando di costruire un clima artificiale di odio per delegittimare una mobilitazione che da anni attraversa Firenze e che si è rafforzata enormemente dopo il massacro a Gaza. Un movimento che ha portato in piazza studenti, lavoratori, collettivi, sindacati e migliaia di persone indignate di fronte a quello che ormai sempre più organismi internazionali, giuristi e relatori ONU definiscono apertamente genocidio.
Al centro della polemica torna la figura di Marco Carrai, console onorario di Israele e presidente della Fondazione Meyer. Firenze per la Palestina ricorda di chiedere da oltre due anni la sua destituzione dalla guida dell’ospedale pediatrico, non per motivi religiosi o etnici, ma per il suo ruolo politico e diplomatico di rappresentanza di uno Stato accusato di crimini di guerra e genocidio contro il popolo palestinese.
“Abbiamo sempre condannato il genocidio del popolo palestinese additando il sionismo e non l’ebraismo”, scrive il movimento, sottolineando come ampie parti dell’ebraismo internazionale condividano le stesse critiche contro il governo israeliano, contro l’occupazione e contro la distruzione sistematica di Gaza.
È un passaggio politico centrale, perché smonta uno dei principali strumenti di delegittimazione usati contro il movimento palestinese: l’equazione artificiale tra critica a Israele e odio antiebraico. Un’equazione che il collettivo definisce funzionale solo a proteggere il potere e a impedire che si parli delle responsabilità politiche e morali di chi continua a sostenere Israele mentre decine di migliaia di civili palestinesi vengono uccisi.
Un attacco alle ipocrisie delle istituzioni cittadine e nazionali. Gli attivisti accusano apertamente il governo Meloni e parte del quadro politico italiano di avere radici ben più vicine all’antisemitismo storico di quanto non abbiano i movimenti per la Palestina. E denunciano il doppio standard di una politica che parla ossessivamente di antisemitismo contro chi manifesta per Gaza, ma tace di fronte alla presenza pubblica di simboli e figure dell’estrema destra europea.
Per questo vengono citate la consegna delle chiavi della città di Firenze a Vitali Klitschko da parte della sindaca Sara Funaro e la presenza di bandiere ucraine riconducibili all’estrema destra nelle celebrazioni del 25 aprile. Allo stesso modo, il collettivo denuncia il rifiuto della cittadinanza onoraria a Francesca Albanese, relatrice ONU per i territori palestinesi occupati e una delle voci internazionali più importanti nella denuncia dei crimini israeliani.
“Figura divisiva solo per fascisti e sionisti”, scrive il movimento, rivendicando invece il ruolo di Albanese come punto di riferimento per milioni di persone che in tutto il mondo chiedono il rispetto del diritto internazionale e la fine del massacro a Gaza.
Sul caso di Eitan Bondi, al centro delle cronache locali dopo episodi avvenuti durante il 25 aprile e il ritrovamento di armi nella sua abitazione, Firenze per la Palestina denuncia il silenzio delle forze politiche cittadine — dal PD a Italia Viva fino ad AVS — chiedendo provocatoriamente chi sia davvero a seminare odio e violenza nella città.
Secondo il collettivo, il tentativo di criminalizzare il movimento nasce dalla necessità politica di colpire chi continua a mobilitarsi contro la guerra e contro le complicità italiane con Israele. Un’operazione che passa anche attraverso la distorsione del dossier realizzato dal movimento e che sarà presentato il 7 maggio all’InfoPoint di Piazza Stazione.
Gli attivisti denunciano che alcune testate abbiano estrapolato frasi isolate da un documento di 33 pagine per costruire un racconto tossico e fuorviante. In realtà, spiegano, il dossier analizza l’inasprimento repressivo contro i movimenti sociali e contro gli attivisti pro Palestina, colpiti sempre più spesso da denunce, processi e misure punitive.
Ed è qui che il comunicato assume un significato più ampio: la repressione del movimento palestinese viene letta come parte di una torsione autoritaria generale, che prova a colpire chiunque metta in discussione il sostegno occidentale a Israele e denunci apertamente il genocidio in corso.
Per questo il movimento chiude con un richiamo potente alla memoria antifascista della città, ricordando Vittorio Sinigaglia, partigiano ebreo, comunista e antifascista, che diede il nome alla brigata Sinigaglia, una delle prime a entrare a Firenze per liberarla dal nazifascismo nell’agosto del 1944.
Una scelta simbolica e politica precisa: rivendicare una continuità storica tra antifascismo, antirazzismo e lotta internazionalista.
E soprattutto ribadire che la solidarietà con la Palestina non si fermerà davanti alla repressione, alle campagne mediatiche o ai tentativi di intimidazione.
“Continueremo la battaglia contro la vergogna”, scrive Firenze per la Palestina, rilanciando la richiesta di destituzione di Marco Carrai dalla Fondazione Meyer e invitando tutta la cittadinanza a partecipare all’iniziativa pubblica del 7 maggio.
Perché mentre Gaza continua a bruciare, il silenzio e la neutralità non sono più opzioni.
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