di Mario di Vito*
L’Ungheria, pensando a Ilaria Salis, sollecita l’Ue a seguire Trump. Tanta propaganda, ma le sentenze negano i teoremi polizieschi. L’Europol fa l’elenco degli attacchi compiuti da gruppi «di sinistra e anarchici». Un rapporto però conta le assoluzioni e le accuse cadute nel nulla: 15 casi nell’ultimo anno
Alla vigilia della decisione del juri di Strasburgo sulla revoca dell’immunità parlamentare per Ilaria Salis, il governo ungherese alza il tiro e invia all’alta rappresentante per la politica estera Ue Kaja Kallas una lettera per invitarla a seguire l’esempio di Donald Trump e inserire «Antifa» nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. La mossa fa rumore ma appare giuridicamente assai poco fondata, dal momento che «Antifa» non è un’organizzazione e che, almeno in Europa, non risultano movimenti antifascisti i cui esponenti abbiano subito condanne per terrorismo. Anzi, di più, i tribunali del vecchio continente – persino quelli ungheresi – ancora non riescono nemmeno a circostanziare bene l’accusa di associazione a delinquere, comunque si chiami nei codici dei vari pesi, nell’ambito delle pur numerose inchieste contro gruppi, collettivi e singoli antifascisti.
La definizione di cosa sia «Antifa», si diceva, sfugge. Nell’ultimo rapporto dell’Europol sul terrorismo in Europa, rilasciato a giugno, la sigla proprio non compare e al capitolo intitolato «Left-wing and anarchist terrorism and violent extremism» la definizione della materia è priva di sfumature, in tutto e per tutto poliziesca. «I gruppi terroristici di sinistra – si legge – cercano di innescare una rivoluzione violenta contro il sistema politico, sociale ed economico di uno stato al fine di instaurare il socialismo e, in ultima analisi, una società comunista e senza classi. La loro ideologia è spesso marxista-leninista». L’espressione «terrorismo anarchico», invece viene usata per descrivere «atti di violenza commessi da gruppi o individui che promuovono l’assenza di autorità come modello sociale. Gli anarchici perseguono un programma rivoluzionario, anticapitalista e antiautoritario». Questo calderone, grossomodo, per le destre mondiale si può definire «Antifa». E se l’unità di riferimento è questa, la caccia giudiziaria è già in atto da tempo: le sollecitazioni a usare la categoria del terrorismo, alla fine, sono del tutto superflue.
Essere accusati di terrorismo, però, non significa essere condannati per terrorismo: le cronache degli ultimi anni, del resto, sono piene di indagini che cominciano con accuse altisonanti e finiscono con condanne assai blande. Perché i teoremi funzionano benissimo come strumento propagandistico, ma non sempre si rivelano efficaci nelle aule di giustizia. È difficile fare un conto definitivo degli affari giudiziari di questo genere, ma qualche indicazioni arriva ad esempio dall’ultimo esaustivo report, pure pubblicato lo scorso giugno, dell’International anti-fascist defence fund, un fondo internazionale nato nel 2015 dalla collaborazione di diverse realtà antifasciste con l’obiettivo di fornire aiuto materiale immediato ai collettivi e ai singoli in difficoltà a causa delle loro attività contro l’odio, il razzismo e i gruppi neofascisti: dalle spese mediche a quelle legali, passando per il sostegno alle famiglie dei detenuti.
In dieci anni di attività, l’IAfdf dichiara di aver raccolto un totale di 250.000 dollari che sono serviti a sostenere 750 antifascisti in 26 paesi del mondo. «Negli ultimi dodici mesi, siamo intervenuti nove volte per assistere 52 persone in Finlandia, Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti – dice il rapporto -, 15 degli antifascisti i cui avvocati abbiamo contribuito a pagare da giugno 2024 sono usciti dai processi penali con verdetti di non colpevolezza o con l’annullamento totale delle accuse». Gli altri casi riguardano per lo più reati minori, mai nulla di collegabile al terrorismo.
L’Europol, dal canto suo, segnala che nel 2024 ci sono stati 21 «attacchi» riconducibili a gruppi anarchici o di sinistra, con 28 arresti (6 dei quali avvenuti in Italia e altri 20 in Grecia). L’elenco dei casi si riferisce per lo più a tafferugli nelle piazze e a danneggiamenti alle infrastrutture. Poi ci sono le vicende più note, come il processo di Budapest per gli scontri del Giorno dell’onore del 2023, la celebrazione delle SS che ogni anno attira in Ungheria neofascisti e neonazisti da mezzo mondo. Il caso di Maja T., l’attivista queer prigioniera dall’anno scorso dopo essere stata estradata dalla Germania, andrà a sentenza a ottobre, mentre le autorità magiare insistono con Berlino per la consegna di altri indagati, che pure sarebbero sotto processo a Dresda per altri fatti.
Da notare che i neonazisti protagonisti di altre aggressioni a Budapest – sempre nei giorni in cui si celebra «l’onore» degli alleati di Hitler durante la Seconda guerra mondiale – sono stati tutti rilasciati nel giro di pochi giorni. E in tribunale non ci sono mai andati se non come spettatori in tribuna quando alla sbarra ci sono gli antifascisti.
*da il manifesto
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