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Ancora repressione in Cile, mentre si avvicina il referendum

Mentre i sondaggi sono favorevoli all’approvazione per una nuova Costituzione, nuove proteste in strada a Santiago. Ancora una volta, durissima la repressione dello Stato: un adolescente in gravi condizioni dopo essere stato spinto giù da un ponte dai Carabineros

L’immagine è molto forte: un corpo che fluttua nel fiume a pancia in giù. Mesi dopo il golpe militare del settembre del 1973, decine di corpi apparvero senza vita nel fiume Mapocho, in pieno centro a Santiago. Alcuni testimoni affermarono che agenti dello stato li avevano buttati giù. Ma non c’erano prove, se non alcune foto che mostrano le vittime già senza vita. E il paese era già sotto dittatura, la violazione dei diritti umani era sistematica.

Quarantasette anni dopo la storia continua a ripetersi e lo stesso fiume torna a macchiarsi di sangue, nonostante la democrazia.

È venerdì 2 ottobre 2020, il centro di Santiago si ripopola di manifestanti. È passato un mese dall’apertura della quarantena totale nella regione Metropolitana di Santiago. A 100 metri dalla adesso storica Plaza Dignidad, centro nevralgico delle proteste cilene, Anthony Araya, uno studente di 16 anni, è immobile a bocca in giù nello stesso Rio Mapocho. A differenza del 1973, grazie ai video dei presenti, si vede come durante la repressione lo studente corre verso la ringhiera che dà sul fiume. Un agente lo insegue, si avvicina a lui e lo butta giù. La dittatura è finita già da un pezzo, ma le pratiche delle forze statali cilene continuano ad agire con violenza reprimendo il proprio popolo.

Il ragazzo viene soccorso subito dai volontari della salute, mentre la polizia continua a reprimere i presenti con gli idranti. Lo studente viene dunque trasportato in una clinica nelle prossimità, alcuni manifestanti si riuniscono all’esterno dell’edificio in solidarietà e Carabineros de Chile reprime pure loro.

Il giorno dopo, Carabineros de Chile ha fatto una prima dichiarazione video in cui il tenente colonnello Rodrigo Soto ha affermato che «l’istituzione smentisce assolutamente che questa persona sia stata presa dai piedi o sia caduta nel fiume per il getto di un idrante, come hanno inventato alcuni testimoni sulle reti sociali», sottolineando che «l’incidente è avvenuto in un contesto intenso di arresto di persone che causavano disordini e che adesso il pubblico ministero dovrà valutare il caso con tutti gli antecedenti a sua disposizione».

È chiaro che ancora una volta in Cile i Carabineros non si assumono le proprie responsabilità per la violazione dei diritti umani e soprattutto per il diritto a manifestare, criminalizzando così la protesta.

Per questi motivi, vari esponenti dell’opposizione al governo hanno chiesto le dimissioni del generale Mario Rozas, responsabile diretto dell’istituzione, e si stanno organizzando per formalizzare un’accusa costituzionale per destituire l’attuale ministro dell’interno Víctor Pérez Varela.

Il problema fondamentale è che in Cile è urgente una riforma totale di questa istituzione, perché com’è stato dimostrato nell’ultimo anno – e non solo – gli agenti non rispettano i protocolli internazionali che il paese ha firmato. Inoltre, bisogna ricordare che in questo paese non c’è mai stato un processo reale che abbia punito tutti i responsabili diretti, tanto politici come militari, delle morti e scomparse di più di 3000 persone durante la dittatura. I pochi militari in pensione ed ex agenti che sono stati condannati per crimini di lesa umanità, attualmente si trovano nel carcere militare di Punta Peuco, un carcere esclusivo in cui le condizioni dei detenuti sono ben diverse rispetto a quelle delle altre carceri comuni di tutto il paese.

L’agente responsabile è stato identificato, si tratta di Sebastian Zamora, un ragazzo di 22 anni che da ieri 3 ottobre si trova in detenzione preventiva per 120 giorni, accusato di tentato omicidio. Nonostante ciò, Carabineros de Chile, il governo e diversi partiti della destra continuano a giustificare l’episodio sostenendo che si trattava di un contesto in cui «persone stavano provocando dei disordini» e che non ci sono prove evidenti, nonostante i video da diversi punti che parlano chiaro.

Ottobre nella storia recente del Cile è diventato un mese emblematico. Il 18 di questo mese si compie un anno dalla sollevazione popolare che ha incendiato il paese da un estremo all’altro, una rivolta che nonostante la pandemia mondiale non si è mai fermata. Il 25 inoltre, ci sarà il referendum in cui si deciderà se cambiare la costituzione vigente, scritta durante gli anni della dittatura Pinochet.

Nonostante i sondaggi vadano a favore dell’apruebo per una nuova costituzione, molti cileni e cilene sono coscienti che la via istituzionale non serve a niente, se non si continua a protestare per strada, perché è grazie alle proteste che dopo anni di silenzio e paura il Cile si è risvegliato e continuerà ad alzare la voce “finché la dignità non diventi abitudine“.

Olivia Carmona

da DINAMOPress

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