Sette attivisti denunciati per vilipendio dopo l’affissione di un’opera contro le politiche del governo su Gaza. Un caso che solleva un interrogativo politico: è il preludio alle nuove strette sul dissenso, come il ddl Romeo?
A Anagni si arriva al punto di denunciare degli attivisti per un manifesto. Non per violenza, non per danni, non per minacce. Per un’immagine. Per un messaggio politico. Per aver espresso una posizione.
Sette persone sono state identificate e denunciate dai carabinieri con l’accusa di vilipendio alle cariche dello Stato, dopo aver affisso in città un manifesto firmato dall’artista Eduardo Castaldo. Un fotomontaggio che accostava il volto della presidente del Consiglio a quello di una donna palestinese ferita, accompagnato da uno slogan provocatorio: “Prima gli israeliani”.
Un’operazione che, al di là degli aspetti tecnici – l’affissione abusiva e la conseguente sanzione amministrativa – rivela un dato politico preciso: la trasformazione della critica in colpa.
Perché questo è il punto. Non siamo di fronte a un semplice intervento per affissione non autorizzata. Se fosse così, non ci sarebbe stato bisogno di evocare il vilipendio. Non si mobilitano indagini per un’infrazione amministrativa. Non si costruisce un caso per un cartellone. Si costruisce invece un messaggio.
L’immagine che fa paura
Il manifesto per cui sono stati denunciati gli attivisti è chiaro: un fotomontaggio che accosta il volto della presidente del Consiglio a quello di una donna palestinese ferita, diviso a metà, quasi a suggerire una responsabilità politica diretta, o quantomeno una complicità.
Non c’è violenza nell’immagine. Non c’è minaccia. C’è una presa di posizione politica esplicita, una denuncia visiva che usa il linguaggio dell’arte e della provocazione. Ed è proprio questo il punto.
Perché ciò che viene colpito non è un comportamento pericoloso, ma un messaggio. Un’immagine che rompe la narrazione dominante, che mette in relazione il potere politico italiano con ciò che accade a Gaza, che obbliga a guardare. È un manifesto scomodo. E per questo viene trattato come un problema di ordine pubblico.
Il reato, di fatto, non è l’affissione. È il contenuto. È aver denunciato le responsabilità politiche del governo italiano rispetto a quanto accade a Gaza. È aver usato un linguaggio diretto, provocatorio, esplicito.
E allora il paradosso è evidente: mentre si continua a ripetere che la libertà di espressione è garantita, nei fatti si interviene quando quella libertà viene esercitata in modo scomodo. Il ricorso al vilipendio – peraltro depenalizzato – assume così un valore simbolico. Non serve tanto a punire, quanto a intimidire, segnalare, delimitare. Dire: questo si può dire, questo no.
Uno Stato che teme un manifesto
Il dato più impressionante è proprio questo. Un apparato che si attiva per un’immagine. Una macchina che si muove per un gesto politico. In un paese attraversato da problemi strutturali – economici, sociali, democratici – si decide di investire tempo, risorse e forze dell’ordine per perseguire chi affigge un manifesto. È difficile non vedere la sproporzione.
E ancora più difficile non cogliere il segnale: il dissenso, soprattutto quando tocca temi come la Palestina, viene sempre più trattato come qualcosa da contenere.
La criminalizzazione della solidarietà
La vicenda di Anagni non è isolata. Si inserisce in una sequenza ormai evidente: denunce, multe, misure cautelari, restrizioni sempre più estese nei confronti di chi manifesta solidarietà al popolo palestinese.
Dalle piazze alle università, dai blocchi stradali ai presidi simbolici, la linea è la stessa: restringere gli spazi, rendere più costosa la partecipazione, scoraggiare il conflitto.
Qui si compie un passo ulteriore. Non si colpisce solo la protesta, ma anche la rappresentazione simbolica del conflitto. L’immagine, il linguaggio, la narrazione.
Il ddl Romeo sullo sfondo
È inevitabile, a questo punto, porsi una domanda: queste denunce sono un episodio isolato o rappresentano un’anticipazione concreta di ciò che sta prendendo forma in Parlamento?
Il riferimento è al ddl Romeo sull’antisemitismo, già approvato in Senato, che introduce un passaggio molto chiaro: l’adozione della definizione IHRA, una definizione contestata perché include tra i possibili casi di antisemitismo anche alcune critiche allo Stato di Israele. Non solo. Il testo prevede esplicitamente la possibilità di vietare manifestazioni pubbliche sulla base di un “rischio potenziale” legato all’uso di slogan, simboli o messaggi ritenuti antisemiti secondo quella definizione.
Questo significa una cosa molto concreta: non serve più un fatto, un reato, un comportamento accertato. Può bastare una valutazione preventiva su ciò che potrebbe essere detto o rappresentato in piazza.
Dentro questo quadro, il caso di Anagni smette di essere un episodio marginale. Diventa un segnale.
Perché se un manifesto può essere oggetto di denuncia oggi, domani una manifestazione potrà essere vietata per lo stesso motivo. E allora il punto non è più solo la repressione del dissenso. È la sua ridefinizione giuridica come rischio da prevenire, prima ancora che si esprima.
Il problema non sono i manifesti
Il problema, evidentemente, non è quel manifesto. Il problema è ciò che rappresenta. Rappresenta una critica politica diretta. Una presa di posizione netta. Un’accusa che rompe il linguaggio istituzionale e dice ciò che molti preferiscono non dire. E allora la risposta non è politica. È repressiva. Qui non siamo davanti a un eccesso. Siamo davanti a una linea.
Denunciare per un manifesto significa stabilire che la critica politica può essere perseguita quando colpisce il potere nel punto giusto. Significa spostare il confine: non più tra legale e illegale, ma tra accettabile e inaccettabile per chi governa. È esattamente questo il terreno su cui si muovono il decreto sicurezza, le denunce contro i movimenti, le sanzioni amministrative, le nuove proposte di legge sul dissenso. Non è un caso isolato. È un metodo.
E se passa l’idea che un’immagine possa diventare motivo di denuncia, allora il messaggio è semplice:
non è più garantito il diritto di criticare il potere, ma solo quello di non disturbarlo.
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