L’organizzazione per i diritti umani denuncia una politica statale di espulsione e annessione contro le comunità beduine e pastorali palestinesi. Oltre 5.900 sfollati, centinaia di avamposti coloniali e un appello urgente all’Unione Europea: sospendere gli accordi con Israele e fermare l’impunità.
Mentre l’attenzione internazionale continua a concentrarsi quasi esclusivamente sulla devastazione di Gaza, in Cisgiordania si consuma un altro capitolo della tragedia palestinese. Un processo meno spettacolare delle bombe e dei massacri quotidiani nella Striscia, ma non meno devastante. Amnesty International lo definisce senza mezzi termini: una campagna sistematica di pulizia etnica.
Nel rapporto pubblicato in questi giorni, significativamente intitolato “Cancellare tutto il palestinese – Pulizia etnica delle comunità beduine e dedite alla pastorizia perpetrata da Israele in Cisgiordania”, l’organizzazione per i diritti umani sostiene che Israele sta accelerando una strategia statale finalizzata allo sfollamento forzato dei palestinesi e all’annessione permanente di vaste aree della Cisgiordania occupata.
Non si tratterebbe, secondo Amnesty, di episodi isolati o di abusi occasionali da parte di gruppi di coloni estremisti. Al contrario, il rapporto descrive una politica coerente e pianificata che coinvolge direttamente lo Stato israeliano, le sue istituzioni, il sistema militare e il movimento coloniale.
L’obiettivo è l’Area C della Cisgiordania, che rappresenta oltre il 60% del territorio occupato. Si tratta della zona più ricca di risorse naturali, di terre agricole e di pascoli, ma anche quella dove la presenza palestinese è numericamente più fragile e dunque più facilmente espellibile.
I numeri raccolti da Amnesty e dalle agenzie delle Nazioni Unite raccontano una realtà impressionante. Tra gennaio 2023 e aprile 2026 almeno 117 comunità palestinesi, in gran parte beduine e pastorali, hanno subito sfollamenti totali o parziali. Entro la fine di aprile di quest’anno almeno 5.910 persone erano già state costrette ad abbandonare le proprie case e le proprie terre.
Parallelamente si è verificata una crescita senza precedenti degli insediamenti coloniali israeliani. Secondo i dati di Peace Now citati nel rapporto, al 30 aprile 2026 erano presenti in Cisgiordania 363 avamposti coloniali, di cui ben 212 creati dopo il 2023. Non si tratta di iniziative spontanee di gruppi radicali: Amnesty sottolinea come questi avamposti godano di sostegno finanziario, logistico e militare da parte delle autorità israeliane.
Il rapporto descrive un meccanismo ormai consolidato. I coloni arrivano nelle aree palestinesi, occupano terreni, impediscono l’accesso ai pascoli, distruggono coltivazioni, aggrediscono gli abitanti e spesso agiscono sotto la protezione dell’esercito. La violenza diventa uno strumento di pressione permanente per costringere le comunità a partire.
Erika Guevara-Rosas, direttrice senior di Ricerca, Incidenza, Politiche e Campagne di Amnesty International, spiega che la conclusione dell’organizzazione non si basa su un singolo episodio ma sull’analisi complessiva di anni di documentazione, testimonianze, sopralluoghi e studi territoriali.
«Si tratta di una politica statale di pulizia etnica», afferma. «Il risultato di un continuum di violazioni e degli sforzi sistematici dei governi israeliani per accelerare l’annessione del territorio palestinese».
È una definizione pesante, che richiama uno dei crimini più gravi del diritto internazionale. Ma Amnesty sostiene che i fatti parlino da soli. Le demolizioni di case, le espulsioni, la violenza dei coloni, la confisca delle terre, la costruzione di nuove colonie e l’impossibilità per i palestinesi di ottenere permessi edilizi o accesso alle proprie risorse compongono un quadro coerente.
A rendere ancora più inquietante la situazione è il clima di totale impunità.
Secondo Amnesty, molti governi occidentali continuano a limitarsi a dichiarazioni di preoccupazione, evitando qualsiasi misura capace di esercitare una reale pressione su Israele. Le sanzioni individuali contro alcuni coloni violenti vengono giudicate insufficienti perché non affrontano il carattere strutturale della politica di annessione.
Per questo l’organizzazione chiede interventi ben più incisivi.
In primo luogo la sospensione dell’Accordo di associazione tra Unione Europea e Israele. Una richiesta che assume un significato particolare dopo il recente veto di governi come quello italiano e tedesco, che hanno impedito l’attivazione dell’articolo 2 dell’accordo, la clausola che lega i rapporti privilegiati al rispetto dei diritti umani.
«L’Unione Europea deve adottare misure strutturali, sistemiche e reali per combattere l’impunità», sostiene Guevara-Rosas. «Finché gli Stati continueranno a trasferire armi e a mantenere normali relazioni con Israele, il messaggio che arriverà sarà sempre lo stesso: avete carta bianca».
Amnesty chiede inoltre sanzioni mirate contro le autorità israeliane coinvolte nella politica di annessione, il divieto di commercio e investimenti legati agli insediamenti e la fine di ogni forma di sostegno economico che contribuisca al mantenimento dell’occupazione.
L’organizzazione collega esplicitamente quanto avviene in Cisgiordania al quadro più generale dell’apartheid e del genocidio in corso contro il popolo palestinese. Non si tratta di fenomeni separati, ma di parti di uno stesso progetto politico: ridurre progressivamente la presenza palestinese sulla terra palestinese.
Eppure, conclude Amnesty, esiste anche un’altra storia.
È quella delle comunità che continuano a resistere nonostante le espulsioni, le demolizioni, la violenza armata e l’abbandono internazionale. Comunità che continuano a reclamare il diritto a restare sulla propria terra, a coltivare i propri campi, a vivere nelle proprie case.
«Non abbiamo il diritto alla disperazione», afferma Guevara-Rosas. «Sono i palestinesi che continuano a resistere, a lottare pacificamente per i propri diritti e per il ritorno alle loro comunità. In mezzo a questa catastrofe esistono ancora speranza e resilienza».
Una speranza che, però, difficilmente potrà sopravvivere senza una rottura concreta con l’impunità di cui Israele continua a godere. Perché mentre il mondo discute, in Cisgiordania la pulizia etnica avanza ogni giorno, villaggio dopo villaggio.
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