di Patrick Zaki*
Alaa Abdel Fattah, volto di piazza Tahrir, dopo più di sei anni di ingiusta detenzione, di cui uno trascorso oltre la fine della sua condanna a cinque anni, in palese violazione della legge, è libero. Una storia di resistenza familiare e collettiva
La notizia, attesa da giorni, è arrivata nel primo pomeriggio di ieri: è stato emanato un decreto presidenziale di grazia per l’attivista, blogger, programmatore e intellettuale egiziano Alaa Abdel Fattah, dopo più di sei anni di ingiusta detenzione, di cui uno trascorso oltre la fine della sua condanna a cinque anni, in palese violazione della legge.
Scrivo queste righe mentre la famiglia di Alaa si trova davanti ai cancelli del carcere di Wadi al-Natrun, a circa tre ore dal centro del Cairo, dove si è precipitata non appena la notizia si è diffusa, in attesa che arrivi l’ordine ufficiale per la sua liberazione. «Il mio cuore sta per fermarsi», ha scritto Mona Seif, la sorella minore di Alaa che vive in Inghilterra, esprimendo una gioia incontenibile per la notizia della grazia dopo tanti anni di sofferenza.
Poco dopo ha aggiunto un altro post raccontando che la madre e la sorella minore stavano cercando di sapere il momento esatto in cui le porte si sarebbero aperte per riabbracciare finalmente Alaa da uomo libero. La sorella più giovane, Sanaa, ha chiesto a tutti di avere pazienza e di non affollarsi davanti al carcere, per evitare tensioni con le autorità che avrebbero potuto per questo ritardare l’uscita.
Un passo positivo, arrivato però con troppo ritardo. Alaa non avrebbe mai dovuto essere incarcerato per la sua attività politica Mohamed Fathy
Interpellato sull’attesa, l’avvocato per i diritti umani Mohamed Fathy, membro del team di difesa, ha chiarito che il decreto di grazia è già stato firmato dalla presidenza, secondo quanto riportato dai media ufficiali egiziani, ma l’esecuzione resta sospesa fino alla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. «Un passo positivo, arrivato però con troppo ritardo», ha commentato, ricordando che Alaa sarebbe dovuto uscire già un anno fa con la fine della sua condanna, oltre al fatto che non avrebbe mai dovuto essere incarcerato per la sua attività politica e di difesa dei diritti. Una punizione che ad Alaa Abdel Fattah è stata comminata da tutti i regimi egiziani, da quello di Hosni Mubarak a quello di Al-Sisi.
Per tutta la durata della sua detenzione, la madre e le due sorelle hanno rappresentato la sua prima linea di difesa. Alaa è stato incarcerato per un post di solidarietà a un detenuto, dopo aver già scontato cinque anni per una precedente condanna legata a una manifestazione, seguiti da mesi di dura sorveglianza. In quei mesi durissimi era costretto a trascorrere dodici ore al giorno in commissariato. Anni di dolore e lotta, durante i quali la famiglia ha affrontato divieti, aggressioni e notti passate sui marciapiedi per riuscire a consegnargli un pasto, dei vestiti o a ricevere una sua lettera.
La madre, la professoressa Laila Soueif, ha intrapreso uno dei più lunghi scioperi della fame mai condotti in Egitto, durato circa duecento giorni, arrivando al punto di dover essere ricoverata a Londra, il mese scorso, mentre presidiava l’ufficio del primo ministro britannico per chiedere un intervento a favore della liberazione del figlio (cittadino britannico, oltre che egiziano). Un’accademica di oltre settantacinque anni che ha trasformato il proprio corpo in campo di battaglia per la libertà, non solo di suo figlio ma di tutti i prigionieri politici.
Gli egiziani non hanno fatto una rivoluzione solo per migliorare le proprie condizioni di vita, ma per uno Stato giusto. E uno Stato giusto non opprime Alaa Abdel Fattah
Il decreto presidenziale ha parlato di un «indulto per il resto della pena di alcuni condannati», nel tentativo di presentare la decisione come misura generale e non come risposta a pressioni specifiche. Non è la prima volta che le autorità egiziane adottano questa strategia: accompagnare il rilascio di una figura di spicco conosciuta a livello internazionale con quello di altri detenuti meno noti, per minimizzarne la portata politica.
Il tempismo, però, non può essere separato dal contesto regionale. In un momento in cui l’Egitto si trova in crescente tensione con Israele – con accuse reciproche e minacce di ricorrere alla forza – il governo non aveva alcun interesse ad alimentare nuove critiche internazionali mantenendo in carcere una figura simbolo come Alaa Abdel Fattah. La sua liberazione appare così anche come un gesto per ridurre le pressioni dall’estero e, allo stesso tempo, come un invito implicito all’opinione pubblica interna a stringersi attorno allo Stato di fronte alle crescenti sfide regionali.
Già nel 2011 Alaa legava le sorti della giustizia in Egitto alla questione palestinese. «La prova è Gaza. Gli egiziani non hanno fatto una rivoluzione solo per migliorare le proprie condizioni di vita, ma per costruire uno Stato giusto. E uno Stato giusto non opprime nessuno, non assedia nessuno. Gaza è la vera prova della coscienza del mondo», disse in un’intervista televisiva. Riascoltate oggi, le sue parole appaiono profetiche: aveva intuito già allora che Gaza sarebbe stata il banco di prova capace di smascherare la fragilità delle democrazie occidentali e la loro doppia morale.
La vera pericolosità di Alaa Abdel Fattah, agli occhi del potere, non è mai stata un reato, bensì la sua straordinaria capacità di influenzare le persone con il suo carisma e la sua analisi intellettuale e politica. Dai tempi del blogging prima della rivoluzione del 25 gennaio 2011, ha costruito intorno a sé una comunità di giovani desiderosi di apprendere e di confrontarsi, riuscendo a coniugare pensiero critico e azione politica. In carcere, nonostante anni di isolamento e abusi, ha continuato a difendere la propria umanità e lucidità. Dalla cella è uscito un libro che ne ha raccolto il pensiero, mai davvero prigioniero, «Non siete stati ancora sconfitti».
Oggi Alaa esce dal carcere per ritrovare suo figlio, che non ha vissuto al suo fianco se non per i primi tre anni. Ora ne ha tredici. Esce portando con sé un bagaglio doloroso, ma anche circondato da un’esperienza di resistenza familiare e collettiva che resta di ispirazione per tutti coloro che credono nella libertà.
La speranza è che questo rappresenti davvero l’ultimo capitolo della sua vicenda con le carceri egiziane e che apra la strada alla liberazione di migliaia di altri prigionieri che continuano a pagare un prezzo altissimo solo per aver espresso le proprie opinioni.
*da il manifesto
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