Al cinema il vero volto della guerra

di Roberta Cospito

Tra fame, miseria, stragi e devastazioni che stravolgono migliaia di vite innocenti, è impossibile trovare davvero uno spazio sicuro.

Il regista iracheno Hasan Hadi è in questi giorni nelle sale con la sua prima opera, il bel film La torta del presidente.

Nell’Iraq degli anni ‘90, quando Saddam Hussein governava da dittatore e il suo compleanno era una festa nazionale che tutti erano obbligati a celebrare, la piccola Lamia di nove anni viene sorteggiata, a scuola, per preparare una torta destinata ai festeggiamenti dell’autoritario leader iracheno: “Una torta bella grande, con uno strato di crema. È da molto che aspetto di mangiare una torta”, le dice il maestro.

Non portare la torta sarebbe una grave colpa e comporterebbe delle bastonate a lei e a sua nonna, ossia all’intera sua famiglia che sopravvive fra mille stenti, insieme al gallo Hindi, in una capanna nelle paludi mesopotamiche nel sud dell’Iraq. Non avendo altra scelta, la donna impacchetta i pochi oggetti di valore che possiede e una mattina si reca in città con la nipotina e il gallo per recuperare, apparentemente, gli ingredienti necessari all’impasto del dolce. Lamia scoprirà non essere esattamente queste le intenzioni della nonna e fuggirà da questa con l’intento di recuperare da sola uova, zucchero e farina.

La sua ricerca si svolge tra onnipresenti icone del dittatore, alcuni incontri positivi e tanti spregevoli personaggi approfittatori fra cui un pasticciere che le sequestra i soldi ottenuti dalla vendita di un orologio sostenendo che sono falsi, un negoziante che utilizza i propri prodotti alimentari per portarsi a letto le clienti e un macellaio pedofilo che prova ad approfittare della stessa Lamia portandola in un cinema dove, apparentemente, si sta proiettando Wet Gold film americano d’avventura del 1984, ma che ha tutta l’aria di una sala a luci rosse per clandestini incontri occasionali – la bambina lo seguirà inizialmente con una certa fiducia, ma intuirà il pericolo e fuggirà poco prima di entrare sala.

Nonostante l’amaro in bocca che lascia questa scena che si svolge fra l’indifferenza dei presenti compreso il bigliettario, in un’intervista rilasciata al quotidiano Domani, il regista ha dichiarato che, per lui, “andare al cinema è come purificarsi da tutto ciò che ci circonda: il cellulare, i social, le breaking news. […] è l’unico posto in cui mi sento un po’ compreso, è come una sorta di terapia”.

È significativo che il cinema, che Hasan Hadi definisce come uno spazio di purificazione e rifugio, in La torta del presidente venga mostrato una sola volta e in modo profondamente inquietante: non si tratta più di uno spazio di protezione o condivisione, ma diventa il contesto di una situazione disturbante, una distorsione di quell’idea di rifugio presente nelle sue parole.

Questo scarto tra visione personale e rappresentazione cinematografica sembra suggerire quanto, in un contesto segnato da dittatura e violenza diffusa, anche i luoghi tradizionalmente associati all’evasione e alla cura possano perdere la loro innocenza. In questo senso, la scena non è solo spiazzante, ma rivela con forza uno dei temi più profondi del film: l’impossibilità, per chi vive in certe condizioni, di trovare davvero uno spazio sicuro.

Hasa Hadi pare dirci che, in questa società irachena in cui si è sempre circondati dalla guerra, in cui le persone muoiono in ospedale perché i medicinali non sono disponibili a causa dell’embargo, in cui recuperare un po’ di farina o della frutta diventa un’impresa rischiosa, in cui il potere si manifesta anche in vuoti rituali, quello che è davvero importante sono soprattutto le relazioni e le scelte personali.

È un film dove sono le persone comuni a essere viste come degli eroi, non di certo i soldati iracheni impegnati in una guerra cui non viene mai fatto riferimento; dove si racconta di chi vive in un contesto in cui “anche i muri hanno orecchie”, classico di ogni dittatura e, ultimamente, delle sempre più numerose democrature; dove un semplice ordine di preparare un dolce riveli quanto sia difficile gestire un quotidiano  in cui non occorre neanche più una repressione esplicita e violenta per zittire un’eventuale opposizione: basta una rete di procedure, autorizzazioni e passaggi obbligati per disciplinare i comportamenti, spaventare le persone e ammansire il dissenso.

Come nel film La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, anche qui è raccontata la storia di una bambina, e lo sguardo di Lamia che non ha ancora gli strumenti per comprendere in pieno la realtà in cui vive, rende la storia a tratti ironica e commovente senza, però, depotenziarne la narrazione che pone allo spettatore interrogativi sul significato di normalità, obbedienza e libertà.

Prima che appaia un filmato di repertorio del dittatore Saddam Hussein che spegne le candeline di una gigantesca torta sfornata per il suo compleanno mentre la popolazione irachena muore di stenti, l’ultima inquadratura del film è l’esplosione di una bomba che colpisce l’istituto scolastico di Lamia con lei ancora in classe, proprio come accaduto lo scorso 28 febbraio con la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab – una località della provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran – che ha fatto almeno 168 vittime.

Il film di Hasan Hadi mostra ancora una volta qual è il vero volto della guerra: stragi, dolore e devastazioni che stravolgono migliaia di vite innocenti.

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