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Accusato di aver rubato 10 euro: si fa 5 mesi di carcere, ma è innocente

L’ ennesimo errore giudiziario, devastante. L’ennesima dimostrazione tangibile delle contraddizioni quotidiane che segnano il corso di una giustizia troppo spesso… ingiusta. La storia di Ioan Lacatus, rumeno domiciliato a Cosenza, in Calabria, può essere assunta a modello delle anomalie giuridiche – e non solo – dell’ordinamento giudiziario italiano. La sintesi, prima di tutto: l’uomo si fa 5 mesi di galera per un presunto furto ai danni di un disabile di una banconota da 10 euro. (proprio così: 10 euro, 5 mesi). E lo Stato si accorge soltanto anni dopo di avere commesso una clamorosa svista.

Ed è costretto a correre ai ripari, disponendo un risarcimento per ingiusta detenzione del valore di 33mila euro circa. Ecco come sono andati i fatti. Lacatus, nato il 12 luglio del 1964 a Reteag, cittadina della Romania, viene arrestato il 4 febbraio del 2009 con l’accusa di aver commesso in concorso una rapina. Un reato che secondo la Procura cosentina, il cui titolare delle indagini all’epoca dei fatti era il pm Giuseppe Visconti, commise, istigando i due figli minori S. L. e A. B. e un tale V. F. S., cioè persone non imputabili, a “derubare” la parte offesa che in un secondo momento, a seguito degli accertamenti svolti e dalle informazioni assunte dai carabinieri di Cosenza si scoprì affetto da problemi «di natura neuro-psichica sin dalla nascita, tant’è vero – scrisse l’avvocato del foro di Cosenza, Michelangelo Russo, difensore di Lacatus, nell’istanza di riparazione per ingiusta detenzione – che risulta invalido al 100%».

Insomma, Ioan fu sfortunato ad essere ritenuto compartecipe dell’azione criminale, che inizialmente comportò ben 144 giorni (cinque mesi e quattro giorni) di custodia cautelare, privandolo della libertà personale. Ma prima i giudici del Tribunale di Cosenza, l’8 luglio 2009, sentenza di primo grado, e poi la Corte d’Appello di Catanzaro (prima sezione penale), il 23 maggio 2012, lo scagionarono per «non aver commesso il fatto». Che i magistrati (ad eccezione della Procura generale che a suo tempo invocò l’assoluzione) avessero sbagliato a valutare il caso in questione, il legale Russo cercò di farlo capire attraverso le dichiarazioni di tre testi, L. L., A. D. T., e G. M. T., che furono «ignorate» dal Tribunale del Riesame. «L’autorità giudiziaria procedente non ha ritenuto di revocare, o quantomeno sostituire, la misura cautelare in carcere in presenza di elementi prognostici positivi quale il decorso del tempo, la disponibilità di una abitazione, il legame con il territorio italiano e la presenza della famiglia in Italia». In poche parole, avrebbe potuto affrontare il processo a piede libero senza far spendere ulteriore denaro allo Stato e soprattutto senza subire la tortura del carcere.

Secondo l’avvocato Russo c’erano i presupposti per un risarcimento per danni materiali e morali, e così nel 2013 chiese alla Corte di Appello di Catanzaro di pronunciarsi sull’istanza di ingiusta detenzione, «determinando il quantum a titolo di risarcimento, da liquidarsi, giusto criterio aritmetico di calcolo in materia, in misura non inferiore a 36.316,28 euro o, in quell’altra misura che, anche in via equitativa, verrà ritenuta di Giustizia».
E giustizia alla fine è arrivata, quando il presidente del Collegio Alessandro Bravin, chiamato a discutere del ricorso presentato in favore di Ioan Lacatus, decise di accogliere la domanda, riconoscendo al romeno il diritto all’equa riparazione per ingiusta detenzione sofferta, determinando l’ammontare della somma, quantificata in base al coefficiente pari a 235.87 euro al giorno che, moltiplicati per i 144 giorni passati dietro le sbarre, fanno 33.965,28 euro.

«Un’ingiustizia sostanziale rispetto ad una accusa rivelatasi successivamente infondata», rilevò il presidente della prima sezione penale, richiamando nel provvedimento adottato anche due sentenze della Corte Suprema di Cassazione: quella del 10 agosto 2005, a firma del giudice Bruzzano, e quella dell’11 luglio 2007, a firma del giudice Bevilacqua. Dunque si applicò il principio del quantum debeatur secondo cui «la riparazione deve essere determinata, essenzialmente, considerato la durata, le caratteristiche della privazione della libertà personale e le conseguenze personali e familiari derivanti da tale privazione», espresso dalla Cassazione in una sentenza del 13 gennaio 1995.

da Il Garantista

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