di Adil Mauro*
Gli omicidi razziali in Italia vengono spesso raccontati come casi di cronaca slegati l’uno dall’altro. La natura strutturale del razzismo per molti è una «forzatura ideologica» da rigettare
Ucciso a sprangate perché nero. Il 14 settembre 2008 Abdul William Guiebre, “Abba” per gli amici, moriva a seguito di un’aggressione razzista a Milano. Aveva solo 19 anni.
Nato e cresciuto in Italia da genitori originari del Burkina Faso, Guiebre sta tornando a casa con alcuni amici dopo una serata in discoteca. Il gruppo si ferma in un bar per prendere delle brioche; ne segue un diverbio con i gestori, padre e figlio, che accusano i ragazzi di un furto di pochi euro di merce. Una scatola di biscotti.
I due inseguono Guiebre e i suoi amici con una spranga di ferro. Raggiunto in strada, il giovane viene insultato con epiteti razzisti e colpito ripetutamente. Abba muore poco dopo in ospedale per le lesioni riportate.
In primo grado, nel 2010, Fausto Cristofoli e il figlio Daniele vengono condannati a 19 anni di reclusione per omicidio volontario aggravato da futili motivi. L’anno successivo la Corte riduce in appello la pena a 16 anni per entrambi, ritenendo non provata la finalità di discriminazione razziale contestata inizialmente dall’accusa. La Cassazione, nel 2013, conferma la condanna.
Se la sua storia non è stata dimenticata è anche grazie a iniziative come il festival antirazzista Abba Vive giunto quest’anno alla sua diciassettesima edizione. Spetta quindi a familiari, amici, o nei casi più conosciuti ad associazioni e centri sociali tenere vivo il ricordo delle vittime spesso senza volto del razzismo sistemico che colpisce l’Italia. La storia di Abba non è infatti isolata.
Pochi giorni dopo l’omicidio di Abba, il 18 settembre 2008, a Castel Volturno sette killer della camorra uccidono con 120 proiettili sei persone nere: Kwadwo Owusu Wiafe, Ibrahim Alhaji, Karim Yakubu, Kuame Antwi Julius Francis, Justice Sonny Abu, Eric Affun Yeboah. La testimonianza dell’unico sopravvissuto alla strage, Joseph Ayimbora, si rivela fondamentale per la ricostruzione degli eventi e l’identificazione degli assassini. In primo grado, appello e Cassazione viene sempre confermata l’aggravante dell’odio razziale.
Dieci anni dopo, il 3 febbraio 2018, il raid razzista contro persone nere del suprematista bianco Luca Traini a Macerata. I nomi delle persone ferite (Wilson Kofi Omagbon, Jennifer Otiotio, Gideon Azeke, Mahamadou Toure, Omar Fadera, Festus Omagbon) trovano a fatica spazio sulle pagine dei principali quotidiani impegnati a versare fiumi di inchiostro per il “lupo solitario” Traini, candidato della Lega Nord alle amministrative del 2017 e autoproclamatosi «vendicatore» di Pamela Mastropietro, la diciottenne uccisa il 30 gennaio 2018 a Macerata da un uomo di nazionalità nigeriana.
Qualche settimana più tardi a Firenze l’omicidio di Idy Diene, cittadino senegalese ucciso il 5 marzo 2018 sul ponte Vespucci a colpi di pistola da Roberto Pirrone «perché era la prima persona che passava». L’assassino ha sempre sostenuto di avere scelto la sua vittima a caso, dopo essere uscito di casa con l’intenzione di togliersi la vita. Ma più di una telecamera di sorveglianza smentisce la sua versione. Pirrone temporeggia a lungo prima di estrarre l’arma e fare fuoco contro Idy, un uomo molto conosciuto nella comunità senegalese di Firenze e legato alle vittime di un’altra strage razzista, i connazionali Samb Modou e Mor Diop assassinati dal neofascista Gianluca Casseri il 13 dicembre 2011.
Ma ad accendere i riflettori mediatici sulle vittime del razzismo in Italia sono state le proteste globali per l’omicidio di George Floyd a Minneapolis, negli Stati Uniti. E durante l’estate del 2020 riprendono a circolare nomi e storie colpevolmente relegate ai margini della cronaca nera. Vecchie notizie dimenticate come quella di Ahmed Ali Giama, rifugiato somalo senza dimora bruciato vivo dietro piazza Navona nel maggio del 1979 da alcuni giovani.
Una vicenda drammaticamente simile a quella di Frederick Akwasi Adofo, senza dimora originario del Ghana picchiato a morte da due minorenni nella notte tra il 18 e il 19 giugno 2023 a Pomigliano d’Arco, in provincia di Napoli.
Stilare un elenco esaustivo degli omicidi razzisti avvenuti nel nostro Paese è impossibile, ma uno dei più efferati rimane senz’altro quello di Giacomo Valent, sedicenne italo-somalo ucciso il 9 luglio del 1985 a Udine da due compagni di scuola. Assassinato con 63 coltellate per motivi futili e abbietti, ma senza premeditazione, secondo i giudici che al termine del processo di primo grado condannano l’autore materiale a quindici anni e il complice a dieci. Pene inasprite in appello (rispettivamente diciassette e dieci anni e sei mesi) e confermate in Cassazione. La madre, devastata dal dolore e già in precarie condizioni di salute, muore un anno dopo il massacro del figlio. «Volevamo soltanto dargli una lezione», dice l’assassino appena quindicenne. «Un giovane che non si vergognava di uscire di casa con la camicia nera con distintivo fascista e anelli con la svastica al dito», riportano le cronache del tempo.
In un articolo del 2020 sull’Italia e i suoi George Floyd la docente universitaria Angelica Pesarini afferma che «è più facile solidarizzare, mostrare empatia, versare lacrime, concedere il beneficio del dubbio ad un uomo nero ammazzato a migliaia di km piuttosto che ad un uomo nero in Italia».
Cinque anni dopo la riflessione di Pesarini è ancora attuale. Gli omicidi razzisti vengono spesso raccontati come casi di cronaca slegati l’uno dall’altro. La natura strutturale del razzismo per molti è una «forzatura ideologica» da rigettare con veemenza. Nonostante la violenza – istituzionale e individuale – agita sui corpi neri sia reale, una significativa parte del Paese preferisce ancora cercare rifugio nel mito autoassolutorio degli «italiani bravi gente».
* da il manifesto
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