A Bologna e Genova arrivano le denunce contro la solidarietà per Gaza

Dopo le prime denunce in tutta Italia, a Genova e Bologna il decreto sicurezza diventa un’arma contro chi si mobilita per la Palestina

Le denunce di Genova e Bologna non arrivano dal nulla. Sono l’ultimo anello di una catena repressiva già avviata da settimane in molte altre città, contro chi ha partecipato alle mobilitazioni d’autunno contro il genocidio in Palestina e a sostegno della Global Sumud Flotilla. Come già documentato, le prime notifiche, identificazioni e procedimenti erano partiti altrove; ora il dispositivo repressivo entra a regime e colpisce con numeri più grandi, pene più pesanti, messaggi più chiari: la solidarietà internazionale va punita.

A Genova, circa ottanta manifestanti sono stati denunciati per il blocco stradale di via Cantore durante lo sciopero generale del 22 settembre, promosso dall’Unione Sindacale di Base. Quel giorno, ventimila persone scesero in piazza per Gaza e per la Flotilla. La manifestazione fu pacifica. Nel pomeriggio, un gruppo di persone si sedette sull’asfalto davanti al Novotel, rinunciando a qualsiasi forzatura alla vista della polizia. Sedersi. Oggi questo gesto è diventato un reato.

È la prima applicazione a Genova del nuovo decreto sicurezza del governo Giorgia Meloni, che inasprisce le pene per i blocchi stradali e, fatto gravissimo, colpisce esplicitamente anche la resistenza non violenta. Sedersi su una carreggiata o sui binari non è più una forma di protesta simbolica: è un comportamento penalmente rilevante, punibile fino a due anni di carcere e con multe fino a quattromila euro se praticato collettivamente. È una soglia repressiva nuova, voluta e rivendicata.

A Bologna la dimensione dell’attacco è ancora più chiara. Oltre cento denunce sono in fase di notifica a chi ha partecipato ai cortei pro Palestina tra settembre e dicembre. Un lavoro certosino della Digos, fatto di riprese, identificazioni, incroci di dati, che riscrive a posteriori un ciclo di mobilitazioni di massa come un problema di ordine pubblico. I procedimenti riguardano soprattutto gli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, quando decine di migliaia di persone tentarono di “bloccare la città” per denunciare il massacro in corso a Gaza. In una di quelle giornate, la tangenziale e tratti dell’autostrada rimasero chiusi per ore. La risposta dello Stato furono cariche, ora arrivano i processi.

Il catalogo dei reati contestati parla da sé: blocco stradale, manifestazione non autorizzata, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, travisamento, lancio di oggetti. Dentro finiscono anche il corteo contro la partita Virtus–Maccabi del 21 novembre e altre iniziative di solidarietà. Non si cerca la responsabilità individuale per fatti specifici: si costruisce una repressione esemplare, che deve intimidire un intero movimento.

È fondamentale dirlo con chiarezza: Genova e Bologna arrivano dopo. Dopo le prime denunce notificate in altre città, dopo i primi segnali lanciati dal Viminale, dopo che il decreto sicurezza è stato testato e rodato. Ora viene applicato in pieno, come strumento di guerra interna contro chi rompe la normalità mentre fuori si consuma un genocidio. Fermare il traffico, bloccare un’infrastruttura, disturbare l’economia: questo diventa più grave del massacro che si sta denunciando.

Qui non c’entra la sicurezza. C’entra l’obbedienza. Il nuovo reato di blocco stradale serve a neutralizzare le forme di protesta che funzionano, quelle che non si limitano a sfilare dietro uno striscione. Serve a dire che la solidarietà, quando diventa efficace e di massa, è intollerabile. Serve a colpire oggi chi si mobilita per la Palestina, domani chi protesta contro la guerra, contro lo sfruttamento, contro gli sgomberi.

La criminalizzazione della solidarietà internazionale è un salto di qualità. Trasforma il dissenso in colpa, la resistenza non violenta in minaccia, l’organizzazione collettiva in pericolo sociale. È una pedagogia della paura costruita per isolare, stancare, dividere. Ma è anche un segno di debolezza: si reprime ciò che non si riesce a fermare politicamente.

Per questo le denunce non possono restare un fatto individuale. Riguardano tuttə. Riguardano il diritto stesso di schierarsi con i popoli oppressi e di agire di conseguenza. Quando la solidarietà diventa reato, la risposta non può che essere collettiva. Perché ciò che viene colpito non è un blocco stradale, ma la possibilità di dire no, insieme.

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