Centododici corpi recuperati quasi tre anni dopo il bombardamento del quartiere di al-Sabra. Ma almeno altre 157 persone restano sotto il cemento. La tragedia delle famiglie Abu Sharia e Al-Hassayna racconta il volto più crudele del genocidio: negare perfino il diritto di dare sepoltura ai propri morti.
Per 986 giorni hanno aspettato. Non una risposta, non una giustizia. Solo la possibilità di recuperare i corpi dei propri figli, dei propri genitori, dei propri fratelli. Per quasi tre anni centinaia di famiglie palestinesi hanno saputo che i loro cari erano lì, sotto migliaia di tonnellate di cemento armato, senza poterli raggiungere, senza poterli piangere, senza poter celebrare un funerale.
Solo il 4 agosto 2026, a Gaza City, è stato possibile dare sepoltura a 112 vittime recuperate dalle macerie del quartiere di al-Sabra, distrutto dai bombardamenti israeliani del 22 novembre 2023. Ma quel funerale non ha rappresentato la fine del dolore. Ha raccontato, piuttosto, quanto possa essere lunga e disumana la sofferenza inflitta a un popolo quando persino il lutto diventa ostaggio della guerra.
Le immagini delle bare avvolte nelle bandiere palestinesi, trasportate tra edifici ridotti a scheletri di cemento, sono il simbolo di una tragedia che va oltre il numero delle vittime. Quelle 112 persone non sono morte il giorno del funerale. Erano state uccise quasi tre anni prima, insieme a centinaia di altre, quando un intero isolato residenziale fu cancellato da una serie di bombardamenti.
Come ricostruisce la giornalista Lavinia Marchetti, tra il 22 e il 23 novembre 2023 sette edifici vennero colpiti quasi simultaneamente nel quartiere di al-Sabra. In quei giorni Gaza City era sottoposta a bombardamenti incessanti, le comunicazioni erano interrotte e i soccorsi praticamente paralizzati. Le prime notizie arrivarono con enorme ritardo. Solo nei mesi successivi emerse l’entità del massacro.
Tra le abitazioni distrutte vi era quella di Mofeed al-Hasayneh, già ministro dei Lavori pubblici dell’Autorità Palestinese. Circa duecento persone si erano rifugiate nella sua casa convinte che riunirsi nello stesso edificio potesse offrire una maggiore protezione. Accadde l’esatto contrario. Le bombe trasformarono quel rifugio in una tomba collettiva.
Nello stesso attacco morì anche Fathi Abu Sharia, anziano rappresentante della famiglia. Intere generazioni furono cancellate nel giro di pochi minuti.
Secondo la Protezione Civile palestinese, il bombardamento provocò la morte di 308 persone, tra cui decine di bambini, donne e persone con disabilità. Tuttavia, solo una parte delle vittime ha potuto ricevere una degna sepoltura.
Per mesi nessuno poté avvicinarsi all’area. Le operazioni militari continuarono, mancavano escavatori, mancavano mezzi pesanti, mancavano perfino le autorizzazioni necessarie per far entrare le attrezzature indispensabili a rimuovere le macerie. I soccorritori furono costretti a lavorare spesso a mani nude o con strumenti del tutto insufficienti.
Solo a metà luglio 2026 iniziarono le operazioni di recupero. Centotrentasei ore effettive di lavoro, distribuite nell’arco di oltre due settimane, permisero di riportare alla luce i resti di 112 persone. Tra loro quaranta bambini, trentotto donne e sette persone con disabilità. Ma almeno altre 157 risultano ancora disperse sotto quello stesso isolato.
La forza delle esplosioni aveva frantumato i corpi, mescolando resti umani, ferro e cemento. In molti casi non è stato possibile recuperare corpi integri. Solo frammenti, piccoli resti biologici, sufficienti a consentire un’identificazione e una sepoltura.
È forse questo uno degli aspetti meno raccontati del genocidio in corso a Gaza: la cancellazione materiale delle persone. Non soltanto l’uccisione, ma la distruzione dei corpi, la negazione del diritto alla memoria e perfino della possibilità di elaborare il lutto.
Durante il funerale centinaia di persone hanno accompagnato le bare fino al cimitero attraversando strade ridotte a cumuli di macerie. Petali di fiori sono stati deposti sulle barelle avvolte nelle bandiere palestinesi.
«L’unico crimine di questi martiri è stato quello di restare nelle loro case credendo che quelle case li avrebbero protetti», ha dichiarato Taysir al-Hasayna durante la cerimonia, dando voce a un dolore che accomuna migliaia di famiglie palestinesi. Anche Omar Al-Hassayna racconta una sofferenza che nessuna statistica potrà mai descrivere: «Abbiamo aspettato 986 giorni per arrivare a questo momento. Oggi li saluto per la prima volta, ma non riesco nemmeno a riconoscere chi sto seppellendo».
Il quartiere di al-Sabra oggi non esiste più. Al suo posto resta una distesa di rovine. Ma quella devastazione continua a produrre dolore ogni volta che una squadra di soccorso riesce a recuperare nuovi resti.
Secondo le stime, in tutta Gaza risultano ancora disperse almeno 7.400 persone, probabilmente molte di più. Interi nuclei familiari sono stati cancellati senza lasciare superstiti in grado perfino di denunciarne la scomparsa. Migliaia di uomini, donne e bambini continuano a giacere sotto gli edifici distrutti, trasformando ogni cumulo di macerie in un cimitero invisibile.
La tragedia delle famiglie Abu Sharia e Al-Hassayna racconta così qualcosa che va oltre quel singolo bombardamento. Racconta un genocidio che continua anche quando cessano le esplosioni. Perché negare il diritto di recuperare i morti, impedire alle famiglie di piangerli, subordinare perfino una sepoltura all’arrivo di un escavatore, all’autorizzazione della potenza occupante o a una tregua temporanea significa infliggere una violenza che non colpisce solo i vivi, ma anche la memoria dei morti.
A Gaza, persino il diritto al lutto è diventato un privilegio da conquistare. E mentre 112 persone hanno finalmente ricevuto un nome, una preghiera e una tomba, almeno altre 157 continuano ad aspettare sotto lo stesso cumulo di cemento. Dopo quasi mille giorni, il genocidio continua anche nel silenzio delle macerie.
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